La piazza bolle. In piena estate, con gli istituti chiusi e gli insegnanti in ferie, la mobilitazione dei sindacati della scuola è altissima, pronta a tracimare in uno sciopero domani, oggi, tra pochi minuti…

Era dai tempi del Profumo “più ferie in cambio di più lavoro”  –  primavera 2012 – che non si registrava una reazione così aggressiva e unanime. Il sindacato scuola  –  tra i più forti e conservatori sulla piazza italiana  –  ha preso il piano anticipato a “Repubblica” dal sottosegretario Roberto Reggi e lo ha rigettato senza neppure un moto di riflessione: lavorare 36 ore a settimana senza aumenti per tutti no, sei ore di supplenze senza straordinario pagato no, no alla formazione obbligatoria, no ai ventidue giorni di lavoro in più (già oggi previsti) e quindi no anche agli aumenti  –  fino al 30 per cento  –  per chi ambisce a diventare un vicepreside (funzione oggi premiata con avanzamenti in busta paga minimi), un coordinatore, un prof senior o per chi ha conoscenze e qualità in surplus  –  lingue e informatica su tutte  –  da offrire ai suoi scolari. No, a ricasco, alla scuola aperta fino alle otto di sera e pure a luglio e alla liquidazione graduale delle graduatorie per le supplenze ora intricate come roveti e ormai gestite dai Tar e dai Consigli di Stato. No, urlano i sindacati, alla possibilità che il singolo preside del singolo plesso gestisca davvero le risorse economiche che ha a disposizione, che provi a realizzare un’autonomia scolastica mai avvenuta e sia lui a scegliere chi sono i docenti da premiare. No, ovviamente, al diavolo Invalsi, il valutatore cinico e baro, magari ci fa capire quali scuole sono indietro e quali viaggiano rapide. Non è vero che gli insegnanti italiani lavorano meno degli europei, è stata la risposta unanime (di tutti, eccetto la Cisl, che ha ammesso che in Germania gli insegnanti arrivano a fare 40 ore settimanali comprensive di colloqui, correzioni, extra-lezioni). Punto e capo, si scende in piazza.

Il sindacato unico ha respinto in maniera così compatta la proposta di riforma Reggi che l’Unicobas – che pure molti anni fa si era scissa dai Cobas vedendo nella loro protesta tout court un inaridimento del ruolo del sindacato  –  ha indetto un’assemblea nazionale dei docenti italiani (lunedì 14 luglio, ore 15,30, con sit-in sotto il ministero dell’Istruzione) aperta a tutti i difensori dei lavoratori, vicini e lontani, riformatori o rivoluzionari (e spesso, nei fatti, arciconservatori rispetto alle necessità del paese). “Cgil, Cisl, Uil, Snals, Cobas, Gilda, Usb Scuola, Cub, Usi Scuola, Anief, Coordinamenti delle scuole e dei precari”, si legge, “sono tutti invitati per poter discutere insieme la necessaria controffensiva unitaria a tutela dei lavoratori e della scuola tutta per l’organizzazione dal basso di un grande, pacifico, colorato ma determinato corteo nazionale di tutta la categoria”. Poi ci sono i gruppi Facebook, naturalmente mobilitati: l’Esercito dei prof Ata, gli alunni in difesa della scuola pubblica, i docenti uniti, i docenti del Lazio e della Campania.

L’impianto governativo è tutto da rigettare per i sindacati italiani e in particolare l’idea  –  in verità da approfondire  –  dei quattro anni di scuole superiori al posto di cinque. “Così taglieranno sessantamila cattedre”. E questo quando negli ultimi sei anni “centocinquantamila precari sono stati rimandati indietro”, nell’inferno delle graduatorie. Ecco, il piano Reggi (Giannini) sta facendo avanzare il terrore dei 622 mila precari – che oggi ruotano attorno alle graduatorie di istituto – a spasso. Non si fa mai cenno che, a fronte di un blocco di maestri e prof impegnati che semplicemente meriterebbe una cattedra, c’è chi fa un altro lavoro, chi non ha alcuna intenzione di far diventare l’insegnamento la propria vita, chi accetta di guadagnare poco in cambio di poco impegno e tanto tempo a disposizione. Già, l’Unicobas è così carica che invita i suoi così: “Prendiamo la Bastiglia”. La Bastiglia di viale Trastevere, intende.

L’Anief, i puntuti sindacati di Palermo, già ha dato la sua adesione. “Non è caricando gli insegnanti di nuove mansioni che si garantisce la loro produttività: questa è una logica puramente aziendale. Il docente ha bisogno di tempo per calibrare i suoi impegni, per preparare le lezioni e valutare gli elaborati”. L’Anief è mobilitata dallo scorso due luglio, giorno delle rivelazioni di Reggi, ed è preoccupata che in Trentino la trattativa sul nuovo contratto  –  incentivi economici, flessibilità oraria  –  sia già partita e rischi di diventare “un punto di riferimento importante anche per il resto d’Italia”.

Quelli della Gilda hanno la baionetta in canna e la Cgil, che la scorsa settimana ha allestito una partecipata assemblea nazionale (“Usciamo dal precariato della conoscenza”) ma non ha fatto sapere se ci sarà per questo sit-in di metà luglio, rimanda la sua protesta frontale a una “serrata mobilitazione” per settembre. E non cambia i toni al dibattito: “Altroché precari da cancellare, chi ha prestato più di 36 mesi di servizio ha diritto alla stabilizzazione e al pagamento degli scatti di anzianità”. Nell’agenda di lotta della Cgil-Flc c’è, per dire, “la riforma del reclutamento”, ma quando il governo e il Pd propongono il binario magistrale (3+2) come passaggio unico per mettere chiarezza a una babele di inserimenti oggi sì senza logica né giustizia, ecco che la mano del segretario Mimmo Pantaleo va alla pistola. Il “3+2” con tirocinio formativo di un anno in classe è una vecchia proposta del ministro Maria Stella Gelmini, ma non si può gettare alle ortiche solo perché pensata da un governo nemico e ripresa ora da un governo “che tradisce”.

Ecco, c’è molta conservazione e molta autoconservazione nella protesta automatica, con l’autoscatto, del sindacato italiano di fronte a ogni parvenza di riforma. C’è, però, un dato di fondo, di cui il governo non potrà non tenere conto portando la sua riforma alla discussione e, dunque, presto, in Consiglio dei ministri. “Tra il 2010 e il 2013 i dipendenti della scuola hanno perso 2.382 euro”, conteggia la Cgil, “parti sempre più consistenti del lavoro nei comparti della conoscenza scivolano verso condizioni di povertà”. In Italia non si può andare a nessuna riforma della scuola  –  oggi  –  senza pensare a un aumento di retribuzione fisso, per tutti. Un insegnante italiano nei suoi primi dieci anni di docenza guadagna 1.330 euro nette il mese. Uno spagnolo 500 euro (nette) in più. Un insegnante tedesco della Renania-Palatinato ne guadagna 3.040 ogni mese. Il contratto italiano è fermo da sette anni. Da qui si deve partire, ipotizzando la possibilità di un aumento (lordo) che si senta. Non si può immaginare un recupero del 30 per cento, come sparano i sindacati. Facciamo centocinquanta euro lorde? In due tranche? Da distribuire nel 2015 e nel 2016, con un deficit pubblico presumibilmente migliorato?

Ecco, il Matteo Renzi che ad aprile 2014 mette la scuola al centro del suo agire politico  –  come fece Tony Blair, d’altronde  –  non può scoprire a luglio che l’Europa non gli consente quello che non ha consentito a Berlusconi, a Monti e soprattutto a Enrico Letta. “Senza soldi non si fanno le rivoluzioni”, dice un vecchio ministro capace come Giuseppe Fioroni. Altrimenti, le riforme si trasformano in tagli lineari. C’è un miliardo e mezzo da trovare, per la scuola, per il suo milione di insegnanti pronti a fermarsi al rientro di settembre. L’alternativa è non fare nulla, far vincere i conservatori, far perdere i nostri ragazzi seduti ai banchi.