Insegnare in lingua? Così il Clil manda la scuola nel pallone…

Tiziana Chiara il Sussidiario 18.1.2012

Il 24 dicembre 2011 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale del 30 settembre 2011 contenente “Criteri e modalità per lo svolgimento dei corsi di perfezionamento per l’insegnamento di una disciplina, non linguistica, in lingua straniera nelle scuole, ai sensi dell’articolo 14 del decreto 10 settembre 2010, n. 249”.

I docenti che intendono insegnare la propria disciplina secondo la metodologia Clil, acronimo di Content and Language Integrated Learning, erano in attesa di questo decreto da parecchio tempo, cioè da quando la riforma Gelmini della scuola secondaria di II grado ha introdotto l’insegnamento di una materia non linguistica in lingua straniera nella classe quinta.

I corsi verranno attivati presso le università su autorizzazione del Miur, la direzione del corso sarà affidata ad un docente universitario con competenze specifiche di tipo linguistico, metalinguistico e didattico sulla metodologia Clil. Le attività formative saranno affidate a docenti universitari di discipline linguistiche e glottodidattiche e di settori scientifico-disciplinari delle discipline da veicolare in lingua straniera e a docenti di scuola secondaria di II grado, cioè “esperti con comprovata esperienza nella metodologia Clil”. Si prevede la progettazione di percorsi finalizzati all’applicazione delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (Tic) in ambito Clil e l’utilizzo di docenti di scuola secondaria di II grado con esperienza nella metodologia Clil in qualità di tutor. La formazione si conclude con il conseguimento di 60 crediti formativi universitari e un esame finale. Verranno stipulate convenzioni con le istituzioni scolastiche, ove siano in corso attività Clil, finalizzate alle attività di tirocinio.

L’impianto è davvero complesso e i tempi per la sua realizzazione sono lunghi, se pensiamo che entro 12 mesi l’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) dovrà proporre al ministro i requisiti necessari per l’attivazione dei corsi, i criteri e le metodologie per la loro valutazione. Sulla base delle proposte dell’Anvur il ministro dovrà emanare un decreto ministeriale al quale le università dovranno adeguarsi entro ventiquattro mesi per non rischiare la disattivazione dei corsi. Quindi in tutto si prevedono tre anni.

Ora, alcune considerazioni dettate semplicemente dal buon senso. Ci si chiede se fosse necessario mettere in piedi una formazione così complessa, poco agile, sicuramente molto costosa che potrà essere completata solo a lungo termine. In un periodo in cui non si parla che di tagli alla spesa pubblica ci sembra davvero una contraddizione. Se da un lato è apprezzabile vedere nei decisori politici una sensibilità ed un’attenzione alle indicazioni dell’Europa che raccomanda “la conoscenza di due lingue straniere oltre alla propria entro il 2013”, dall’altro ci si domanda se non si poteva arrivare allo stesso risultato in modo più semplice.

Sicuramente la preoccupazione per una formazione qualificata è giusta, ma probabilmente tutto questo ritarderà molto l’introduzione di una didattica Clil nelle scuole, che invece secondo la riforma dovrebbe iniziare già dal prossimo anno nella classe terza del liceo linguistico e nell’anno scolastico 2014/15 nell’ultimo anno degli altri ordini della scuola superiore.

Non è stato definito a livello europeo il profilo del docente Clil, in termini di crediti, diplomi di frequenza, certificazioni e la formazione sinora è stata su base volontaria. Sappiamo però che gli altri paesi europei hanno scelto percorsi diversi, più agili e meno onerosi, che rendono possibile l’introduzione della didattica Clil a breve termine.

La Spagna ad esempio, dove il Clil è ampiamente diffuso nelle scuole, ha reso possibile la formazione sia ai docenti di disciplina con certificazione linguistica pari a B2 del Quadro comune di riferimento europeo (Qcer) sia ai docenti di lingua straniera che possono abilitarsi in un’altra disciplina laddove esistano i presupposti necessari.

Secondo il decreto invece i corsi saranno riservati a docenti abilitati nella disciplina in cui intendono insegnare con approccio Clil e con competenze linguistiche certificate nella lingua straniera almeno di livello C1 del Qcer.

Il livello C1 è troppo alto per la realtà italiana, in cui la conoscenza delle lingue straniere è sempre stato un problema, quindi pochissimi docenti avranno i requisiti necessari per poter accedere alla formazione universitaria. Saranno quindi costretti ad ottenere la certificazione cui si andranno ad aggiungere le ore di frequenza obbligatoria e il tirocinio nelle scuole.

Forse tutto questo potrebbe già bastare a scoraggiare chi in questi anni ha accolto con interesse ed entusiasmo la possibilità di lavorare in questo modo con i propri studenti.

Un altro problema che richiede maggiore chiarezza da parte del Ministero riguarda i docenti cui sarebbe affidata la didattica in università. Quali docenti universitari hanno conoscenza della metodologia Clil? Sinora si è lavorato con questo approccio didattico nelle scuole e non nelle università. Guardiamo infatti ai docenti in servizio che potranno essere nominati tutor per “comprovata esperienza nella metodologia Clil”. Questi docenti – la cui preparazione è quindi in qualche modo riconosciuta dal ministero, che affiderebbe loro la docenza nei corsi universitari e l’incarico di tutor nelle scuole – si sono preparati frequentando i corsi di “Formazione in servizio all’estero” dei progetti Comenius, finanziati dall’Unione europea che in questi ultimi anni dà la priorità alla formazione sul Clil; oppure hanno ottenuto la certificazione Tkt Clil di Cambridge Esol o quella dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Altri ancora si sono formati attraverso i corsi organizzati dall’Ansas (Agenzia Nazionale per lo Sviluppo dell’Autonomia Scolastica), sia on-line che in presenza.

Molti docenti in questi anni hanno lavorato bene, con progetti di qualità, attenti a seguire un approccio metodologico innovativo perché focalizzato sulle modalità d’apprendimento piuttosto che d’insegnamento. Si è creata una collaborazione tra docenti di disciplina e di lingua straniera, ma anche una trama di rapporti e uno scambio di esperienze tra docenti che hanno deciso di condividere i materiali aprendo piattaforme e confrontandosi su esperienze fatte. Tutti aspetti estremamente positivi perché insieme si lavora meglio. Ci si confronta, si condividono i materiali, si risparmia tempo e s’impara.

Quindi è una realtà già presente e da valorizzare, e sicuramente è positivo il fatto che il ministero ne tenga conto quando si riferisce a “docenti con comprovata esperienza nella metodologia Clil” cui affidare la docenza o il ruolo di tutor.

Infine all’art. 8 si legge che dall’attivazione dei corsi previsti non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato.

Ci auguriamo tutti che almeno venga garantito un monte ore da utilizzare sia per la frequenza che per le attività di tirocinio.

Insegnare è un lavoro impegnativo e allo stesso tempo affascinante e la sua forza principale sta nell’adattare l’educazione a rispondere alle domande del tempo in cui viviamo. Siamo circondati da continui cambiamenti e il Clil può essere uno dei modi per rispondere alle esigenze del nostro tempo, perché ha delle potenzialità che possono incidere in modo significativo sull’apprendimento in quanto tale e sui processi cognitivi sottesi ad ogni forma di apprendimento, ma purtroppo anche questa volta arriveremo tardi se non si prevedono modalità diverse in questa fase transitoria che precede l’istituzione dei corsi in università. La mancanza di realismo rischia di ostacolare la realizzazione di una didattica innovativa, anziché creare le condizioni adeguate per facilitarne la realizzazione.