Insegnare l’italiano cantando Un giovane professore di Lettere, Matteo De Benedittis, propone in un suo recente libro, Cantami o DJ… (Milano, Kowalski, 2009, pp. 240, euro 12,00), alcune “lezioni parecchio alternative d’italiano”. Entrando in sintonia con la lingua prediletta dai suoi allievi, quella delle canzoni di musica leggera…(da Treccani)

 

 

 

Come è nata l’idea di insegnare l’italiano attraverso la musica leggera?

La poesia e la musica hanno la stessa missione: quella di rendere sensibile l’emozione. È quindi normale che si alleino in questa missione. La prosa parla alla mente, all’intelligenza (il manuale della lavatrice in versi non avrebbe senso: non raggiungerebbe il suo obiettivo), e spiega. La prosa, spesso, è utile. La poesia (come la musica) parla al cuore. Evoca, invece che spiegare. Dice le cose in modo inutile e bello. La poesia è spreco di bellezza, e infatti imita il creato, dove la bellezza sovrabbonda ed è sprecata (di quante bellissime foglie nessuno si accorgerà mai?). L’unica differenza esistente fra le poesie ‘classiche’ e le canzoni pop è la distanza temporale. In molti casi, il tempo è stato un purificatore: ha selezionato ciò che valeva la pena di essere salvato. Per quanto riguarda la musica pop ancora non c’è stata questa selezione, ma agli studenti non interessa: le canzoni sono poesie, poesie non selezionate. E quindi si possono ugualmente usare per insegnare il metro, la rima, le figure retoriche, il commento. L’insegnamento ha due aspetti fondamentali: aprire gli orizzonti degli alunni e ascoltare ciò che piace loro. Il primo aspetto ‘viene bene’ se prima si mette in pratica il secondo.

Che vantaggio ha questo suo metodo di insegnamento rispetto a quelli più tradizionali?

Lo stupore. Per spiegarmi vorrei rifarmi, capovolgendolo, al concetto di “rottura dell’orizzonte delle attese” esposto da Italo Calvino in Perché leggere i classici. I classici, sostiene giustamente Calvino, ti dicono ciò che non ti aspetti, e quindi rompono l’orizzonte delle attese. In altre parole: ti stupiscono. Se non ti stupissero, perderebbero presto la loro novità, che non sarebbe più eterna (come invece è). Ora, è possibile che questa rottura avvenga anche leggendo un testo non-ancora-(e-forse-mai)-classico. In questo caso la rottura d’orizzonte non è intrinseca al testo stesso, ma nasce dalla relazione con il lettore. Se lo studente non sa che Vasco usa le figure retoriche, se pensa che Max Pezzali non conosca la metrica, se snobba Jovanotti e Ligabue pensando che scrivano i testi a caso e qualcuno gli dimostra che invece questi autori seguono regole simili (o, spesso, uguali) a quelle di Dante, Leopardi e Gozzano, allora avrò una rottura d’orizzonte. E il conseguente stupore. Ed è vero che dalla curiosità nasce la scienza, ma dallo stupore nasce la sapienza.

Allargando il discorso, all’interno di una moderna didattica dell’italiano nella scuola secondaria, in che modo l’insegnante può legare la lingua letteraria della tradizione e dei testi ‘canonici’ che a scuola vanno affrontati a quella più ‘contemporanea’ dei giornali, della tv e della comunicazione in genere e magari anche a quella ‘gergale’ parlata dai ragazzi?

Ogni parola nasce, cresce e muore con un motivo. Ogni parola ha una storia. E le storie, se raccontate bene, educano più delle regole. Raccontare queste storie insieme agli studenti è una sfida interessante ed utile.L’etimologia è un aspetto della lingua che appassiona gli alunni e molti insegnanti vi dedicano tempo con buoni frutti. Specularmente, interrogarsi sui ‘gerghi’ dei ragazzi è utile, perché anche loro possano interrogarsi sulla lingua di Cicerone, di Boccaccio, di Galileo. L’importanza che ha la lingua e la letteratura classica si può trovare anche nella lingua e nella cultura contemporanea, e perfino in quella gergale. Trovare le liaisons fra canone e gergo è avventuroso, corroborante e rasserenante. Spiegare il passato con il presente e il presente con il passato (anche linguisticamente) è profondamente educativo, e valorizza sia il passato (che diventa vicino) che il presente (che ne acquista in profezia).

In che modo è possibile avvicinare i giovani alla grande letteratura senza però rischiare anacronistiche attualizzazioni?

La chiave sono i sentimenti. Occorre entrare nel cuore dei personaggi. Chiedersi il perché delle loro scelte. Fare ipotesi, non dare per scontate le scelte dei personaggi. Il classico è eterno perché parla al cuore, oltre che alla mente. Rivedo nelle scelte dei personaggi le mie scelte, nelle loro paure le mie paure, nei loro sentimenti i miei sentimenti. Ed ecco che Amleto, Virgilio, l’amica di Nonna Speranza, Francesca da Rimini, Adamo, Guido Speier, Severus Piton, la monaca di Monza, il Saladino, Rurik, Seneca e Chichibio sono fratelli, amici e, a volte, guide. Un gioco che mi piace sempre molto, e che ritengo estremamente utile (anche se dispendioso in termini di tempo didattico) è far chiudere agli studenti l’antologia in corrispondenza di un bivio narrativo, e chiedere loro cosa farebbero al posto del protagonista Una volta dischiusi i sentimenti dell’opera, lavorare sul resto (la lingua, la critica, la storia della letteratura, le influenze) credo sia molto più semplice e – soprattutto – piacevole.

Un piccolo esempio da Italo Svevo, Senilità

Qualcuno potrebbe obiettarle che questo suo metodo (utilizzare i brani musicali per spiegare metrica, figure retoriche e altri aspetti della poesia e più in generale della letteratura) finisca per annullare la specificità del fatto letterario annacquandola in un discorso troppo ampio e quindi generico. Che cosa risponde?

Le figure retoriche ci circondano: sono al mercato, sui calzini, per radio, in edicola, nei dialoghi in ascensore, negli echi del tramonto, nel cuore e nei sassi. Solo alla fine di tutto entrano nelle poesie, nella letteratura, nell’arte. Prima fanno parte inestricabile del cuore, dell’anima e della vita. Parlano del limite dell’uomo, del mistero che lo scuote davanti a ciò che lo circonda, all’altro, al resto, all’oltre. Le figure retoriche sono il dono che Dio ha fatto all’uomo per poter balbettare il mistero, per ammiccare all’inconcepibile, per ricordare l’ineffabile. Sono di alta qualità e di bassa qualità, alcune sono inflazionate e diffuse, altre invece rare e complesse. Ma tutte rispondono ad una pulsione profonda dell’animo umano, anche le più semplici. Tutti si innamorano, tutti hanno paura, tutti si arrabbiano: tutti usano figure retoriche. Il letterato, il poeta e il critico hanno il dono di accorgersene e dirlo in giro. Hanno il dono di distinguere le figure retoriche inflazionate (e quindi eterne, e, in quanto eterne, trascurabili) e quelle invece rare ed effimere, irripetibili e fragili (quelle che si sono generate solo in determinate condizioni, e quindi sono da salvare, da ricordare, da valorizzare).Parlano, traducono e insegnano la lingua con la quale si salutano l’ombelico e l’orizzonte quando si incontrano. La letteratura rende eterne e salva dall’oblio alcune figure retoriche, alcuni poeti, alcuni artisti particolarmente efficaci, o rari, o aulici, o esemplari. Ed è un’operazione epocale, fondamentale e rigeneratrice. Genera altri portatori di stupore, altri innamorati dell’altro, altri consapevoli dell’oltre. Ma credere che le figure retoriche, la metrica e il genio letterario siano reclusi nella turris eburnea della letteratura mi sembra un ragionamento miope, avido e inefficace. L’obiettivo didattico è che lo studente si possa sentire a suo agio fra le figure retoriche, capendo che sono parte della sua vita (forse: la parte migliore della sua vita?). Così avrà meno timore e meno soggezione della letteratura e, in alcuni casi, potrà avvicinarvisi più facilmente. Sicuramente l’obiettore ha ragione sostenendo che è un discorso ampio, ma non mi pare generico. Tutt’al più generale.

*Docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università degli Studi di Milano