altLo storico: la piazza di Roma era molto diversa da quella di Genova,senza simboli. Per la violenza provo angoscia pensando che tutti possano farsi del male, non fisicamente, non individualmente, ma collettivamente…




L’Unità – domenica, 19 dicembre 2010 – pagg. 6 e 7

Intervista a Marco Revelli

Rabbia sacrosanta: Chi si indigna fa della ipocrisia. Ignora che cosa sta avvenendo davvero. Quei giovani parlano di un’Italia vera

Senza lavoro: L’ottanta per cento dei posti di lavoro perduti nella crisi riguarda le classi di età più basse, facciamo i conti con questo


«Una generazione a futuro zero, è questo il dramma dei giovani»


Lo storico: la piazza di Roma era molto diversa da quella di Genova,senza simboli. Per la violenza provo angoscia pensando che tutti possano farsi del male, non fisicamente, non individualmente, ma collettivamente

Che Italia sarà domani? Non contiamo i voti e non contiamo neppure gli equilibri politici e l’efficacia delle strategie. Quanto è accaduto a Roma solo martedì scorso è stata una specie di rappresentazione simbolica del paese: un paese diviso tra le astrazioni della politica e la concretezza delle vite quotidiane, le vite di giovani, di disoccupati, di precari, di cassa integrati, di terremotati, di “consumatori” obbligati di miasmi da discarica, testimoni per forza del dissesto ambientale. Ne parliamo con Marco Revelli, ex giovane del Sessantotto, professore universitario, storico, presidente fino a quest’anno della Commissione di indagine sui temi della povertà (che fu istituita nel 1984), autore di un libro recente che si intitola Poveri, noi (Einaudi).

Marco Revelli, molti si sono indignati di fronte al fumo e al fuoco di Roma, comese si fossero trovati all’improvviso alle prese con manifestazioni di rabbia e di follia impensabili, ingiustificate o addirittura artefatte, organizzate, ispirate da un oscuro disegno antigovernativo, incomprensibili in un paese ben diretto e per questo baciato dalla fortuna e dal benessere: la versione ricorrente è che la crisi che ha messo in ginocchio tutti gli altri noi l’avremmo appena intravista…

«Sì, ci raccontano che l’impatto della crisi è stato per noi meno duro. Nessuno spiega come in questa crisi, nel 2008, siamo entrati in una situazione di estrema fragilità sociale, perché è da quindici anni che vediamo la nostra economia in discesa e già nel 2007 tutti gli indicatori sociali ci collocavano in ribasso, in fondo tra i paesi europei (quelli dell’Europa allargata, con gli ultimi arrivati, dalla Polonia all’Ungheria che via via guadagnavano posizioni nei nostri confronti). Lo dice Eurostat, ad esempio, alla luce di un semplice calcolo sull’andamento del prodotto interno lordo pro capite. Siamo nel paese dove le dinamiche salariali sono state sterilizzate, dove il monte ore di cassa integrazione sta salendo a due miliardi, siamo il paese con il più alto tasso di criminalità giovanile. Nel 2007 l’Istat registrava che il 32,9 per cento delle famiglie italiane non era in grado di sopportare una spesa straordinaria e improvvisa di 600 o 700 euro: vuol dire che una famiglia su tre di fronte a un accidente che le sarebbe costato appunto 600 o 700 euro sarebbe precipitata da uno stato di relativa tranquillità alla condizione di povertà. Intanto nel 2008 i pignoramenti di case per mancato pagamento del mutuo sono aumentati del 54%: ciò significa che chi s’era immaginato un certo futuro potendo contare su un reddito sicuro s’è ritrovato senza lavoro, in mobilità o in cig. Gente che esce dallo stato di ceto medio e che viene iscritta nella lista dei falliti. Bisognerebbe mettersi in coda ad un banco dei pegni per assistere alla tragedia di chi impegna l’anello per tirare avanti. Il problema è che la crisi è sistemica, colpisce tutto l’occidente. Ci si sarebbe dovuti immaginare un nuovo stile di vita, una decrescita serena, come spiegava Latouche. Ma sarebbe stato particolarmente difficile in Italia, dove s’è fatto dell’opulenza il valore di riferimento».

Torniamo a Roma, al fumo e al fuoco che a molti hanno consentito di tirare in ballo il Sessantotto, gli anni di piombo, il Settantasette…

«Una ricerca degli antecedenti storici inaccettabile.Sono passati trenta quarant’anni, viviamo un universo completamente diverso».

Poi abbiamo assistito alla messinscena della indignazione…

«I commenti li abbiamo letti e ascoltati. Ma tanta indignazione implicherebbe un paese perfetto, una società che esemplificasse la perfezione. L’indignazione è stata espressa nei confronti di chi ha tentato di avvicinarsi alle istituzioni, beatificate e preservate dalla zona rossa, un simbolo ormai, scatole nere intoccabili, che proteggono Dell’Utri, i collusi con la mafia, i corrotti, i venduti, promossi acongregazione di santi assediati dai facinorosi. Pensiamo invece a quei giovani in corteo: una generazione post politica, irriducibile agli schemi della nostra politica. In questo senso era una piazza molto diversa da quella di Genova, del G8: senza bandiere, senza magliette di Che Guevara, spogliata di tutti i simboli. Ma non solo lì si rappresentava una generazione post politica: lì protestava la prima generazione dopo la fine dello sviluppo, cresciuta dentro l’orizzonte del declino, vittima sacrificale del mondo che le abbiamo confezionato. Non è retorica definirla una generazione a futuro zero. Composta da ragazzi che conoscono un presente che è peggio del passato prossimo, destinati a vivere peggio dei padri, giovani che sperimentano sulla loro pelle la falsità della dominante narrazione del benessere, con il sorriso di Berlusconi, con il timbro di Publitalia. Dentro questa esperienza è maturata una rabbia sacrosanta. Chi si indigna fa della ipocrisia. Ignora che cosa sta avvenendo davvero».

Ma la violenza? Viene da ripetersi la solita domanda: a chi giova?

«Io non mi indigno. Provo angoscia, invece. Mi mettono angoscia i dieci celerini che si accaniscono contro uno studente, mi mettono angoscia i dieci ragazzi che si accaniscono contro un poliziotto. Provo angoscia pensando che tutti possano farsi del male, non fisicamente, non individualmente, ma collettivamente. Mi indigno anch’io, comunque, nei confronti di una classe dirigente sorda davanti alla protesta…»

La Gelmini che ripete incurante di tutto il ritornello mandato a memoria è un’offesa…

«Mi indigno quando vedo il ministro La Russa, che inveisce, paonazzo di rabbia, con le corde del collo tese, contro uno studente che per una volta ha la possibilità di esprimere le proprie ragioni. Nella furia di La Russa c’è violenza autentica: violenza di chi difende un proprio privilegio, di potere, di auto blu. I salvati contro i sommersi… ».

Santoro si sarebbe dovuto far illustrare da La Russa la “carriera” del figlio Geronimo…

«Quei giovani parlano di un’Italia vera. L’ottanta per cento dei posti di lavoro perduti nella crisi riguarda le classi di età più basse. Quella esplosione di rabbia è una affermazione di verità, una verità celata e distorta da quanto avveniva nei Palazzi. Senza quella protesta l’immagine dell’Italia nel mondo sarebbe venuta solo dallo spettacolo osceno di quel voto al Senato e alla Camera…».

La verità dell’Italia è una verità di ingiustizia sociale, perché ci sono anche quelli con il suv. Nel libro, cita il semplice calcolo di un economista, Guido Ortona, a proposito della vicenda di Pomigliano d’Arco. In sintesi e a proposito della riduzione della pausa da 40 a 30 minuti: con quel taglio la Fiat risparmierebbe tre milioni all’anno, meno di un terzo di quanto hanno ricevuto Marchionne e Montezemelo insieme in un anno. Se Montezemolo di accontentasse di guadagnare diecimila euro al mese e Marchionne novemila si potrebbe evitare quel taglio o dare lavoro a cento operai in più. Ma si dovrebbe riparlare di redistribuzione del reddito.

«Un tema che non ha più corso. Oppure ha corso solo orizzontalmente ai piani bassi. Si toglie ai redditi fissi per dare ai cassintegrati, ai pensionati per dare agli insegnanti, agli insegnanti per un minimo di welfare. Contribuendo così a diffondere un sentimento di invidia sociale al ribasso: contro il rom, se gli si dà una casa, contro l’immigrato se gli si dà l’ospedale. L’ostilità si realizza contro i più deboli, mentre spiamo Berlusconio Briatore dal buco della serratura ».

Che cosa fare per l’economia?

«Ci sarebbe bisogno di un sano keynesianesimo, ma non ci sono soldi. Avremmo dovuto pensarci prima, quando i geni della Bocconi e del Corriere ci illuminavano circa la bellezza del mercato».

Ecco, però poi tanti votano per Berlusconi…

«Perché non c’è verità e la tv è uno schermo piatto che riflette falsità e la destra sa raccontare un mondo falso che non esiste. L’illusione che si crea è fortissima. E l’illusione procura voti».