Mi ero già trovata di fronte ad uno schieramento di poliziotti mandati a “sedare una sommossa”. Fu quando, il 12 novembre del 2012, la Fornero e gli altri becchini dell’Austerity vennero a Napoli. Il corteo, allora, fu drammatico, e finì a pietrate e lacrimogeni…

C’ero anche io, assieme a tanti veterani della contestazione che avevano avuto la previdenza necessaria a dotarsi di limoni, utili a lenire il bruciore agli occhi procurato dai lacrimogeni. Da quella manifestazione riportai sdegno, fortissima umiliazione per essere stata trattata come uno scarafaggio da debellare con la polverina avvelenata, disgusto e infinita rabbia per la determinazione con cui violentissime persone, al soldo di gente con le mani sporche, anche di sangue, zittivano una voce democratica, ricacciavano indietro, a bastonate, un’alternativa politica proposta e condivisa da migliaia di persone…
Ho rimpianto, ieri, quella forte sensazione (pure questo mi doveva capitare: di rimpiangere i lacrimogeni!), perché mi dava dignità di combattente, perché mi qualificava come “resistente” a una dittatura del denaro mascherata da democrazia e perché qualificava anche il nemico come una forza brutale che non aveva remore a presentarsi come tale né reticenze nel presentare il proprio programma di calcolato sterminio dei lavoratori e dei loro diritti.

Ieri, a Roma, invece, mi sono trovata davanti a dei poliziotti-burattini, scesi da due o tre camionette-giocattolo; tanti Big-Jim con lo scudino di plastica della Playmobil, che non avevano neppure il coraggio di ammazzarci di botte, di soffocarci col fumo, e che giocavano a rimpiattino e a “taglia la strada” con docenti più che legittimamente indignati per i nuovi scenari che prefigura il “piano Reggi” e, soprattutto, con cittadini che rivendicavano sia il diritto a manifestare democraticamente che quello a muoversi liberamente sul suolo della città di Roma. La perfetta fenomenologia, insomma, del ridicolo governo di Renzi, il tipo da spiaggia che va in Europa sperando di “spaccare” con il “du gust is megli’ che uan“; un governo non votato da nessuno, quindi incostituzionale, la cui presunta simpatia caciara viene utilizzata per neutralizzare le difese democratiche e demolire la Costituzione, così, tra una bischerata e l’altra stucchevolmente amplificate dai tg-zerbini.

Intrappolati in piazza Montecitorio, senza poter andare, in gruppo, né di qua né di là, né verso la piazza della Colonna Antonina né in direzione del Pantheon, i docenti hanno dovuto ammainare le bandiere e “sciogliere” l’assembramento sedizioso per poter raggiungere Piazza delle Cinque Lune, dove era in corso un altro presidio a difesa della Costituzione.
Non ero d’accordo e l’ho detto agli amici e colleghi: eravamo lì per essere tutti insieme testimoni di quanto stanno facendo alla Scuola ed eravamo lì insieme per dare un messaggio politico chiaro e netto: la Scuola non accetta la dismissione dell’istruzione pubblica e l’imbavagliamento dei docenti: non eravano lì come turisti che girano per la città portando in giro la bandiera della propria nazione per orgoglio patriottico!
Sono stata messa in minoranza e mi sono adeguata, perché anche questa è democrazia. Con un forte senso di disagio, sempre accompagnato dal senso del ridicolo, del grottesco, che è stata la disturbante cifra dominante della surreale giornata di ieri, abbiamo raggiunto alla spicciolata il Senato.
I Playmobil, stavolta accompagnati da ispettori “falchi” in occhiali scuri, doppiopetto e faccia cattiva, sono tornati all’attacco per dettare nuove regolette di circolazione controllata. Lo scopo era quello di impedire a dei docenti grondanti sudore, che scandivano slogan d’amore e abnegazione per la Scuola pubblica, di assaltare, armati di pericolosi megafoni e di cartelloni colorati, la roccaforte del Pd.
Alla fine, il gruppo ha  rinunciato a proseguire il suo presidio itinerante , per dignità e perché non ne sarebbe valsa la pena. Non ne valeva la pena, no:  quale interlocuzione sarebbe stata ancora possibile, infatti, con un nemico che ha così chiaramente illustrato il proprio progetto di sterminio dei precari e privatizzazione della Scuola statale? Che cosa si potrebbe ancora dire, con che tono, usando quali categorie formali e concettuali, a chi, come il Capo di Gabinetto del sottosegretario Reggi, Marco Campione, confonde la libertà di insegnamento, cioè la libertà di impostazione metodologica e ideologica della lezione, con la libertà di fare il “comodo proprio”?
Si è fatta, dunque, una nuova assemblea congiunta, nella nuova piazza. Tante le realtà cittadine presenti: Bologna, Cosenza, qualche città della Sicilia che ho abbracciato ma non identificato, Brescia, Napoli e chissà quante altre. Da parte mia, un po’ di disorientato scontento. Quelli che partecipavano per la prima volta ad un’iniziativa promossa dai Coordinamenti nazionali per la difesa della Scuola pubblica e dai precari in lotta dal 2008, docenti con militanze più o meno lunghe alle spalle, chiamati in piazza dal pericolo estremo che la Scuola pubblica corre, hanno riportato un’impressione di confusione, ma hanno apprezzato il clima, la combattività dei gruppi. Dalla Piazza delle Cinque Lune, ho lanciato un condiviso monito a quei sindacati che si sono già mostrati “possibilisti” riguardo all’ “emendabilità” e “perfettibilità” del progetto Reggi: non osino intavolare alcuna “trattativa” sull’orario, perché sulla dignità e rilevanza della funzione docente non si “tratta” e non si transige!
Se CGIL e altri confederali (ma soprattutto la CGIL, che, a quanto pare, ha già dichiarato la propria disponibilità a sedersi al tavolo della discussione sull’aumento dell’orario di lavoro) dimostreranno al governo che i docenti sono disposti a vendersi purché il prezzo sia giusto, che sono pronti a lavorare di più – ammettendo, dunque, che hanno un carico di lavoro troppo leggero, attualmente – e ad avventarsi sui colleghi, espellendo i precari, per accaparrarsi lo stipendio accessorio, senza alcuna preoccupazione per il livello della didattica, tutto quel che guadagneremo sarà il disprezzo di quelli che ci mandano i loro figli da istruire. E, a quel punto, il nostro lavoro diventerà un continuo, avvilente compromesso, un gioco al ribasso pedagogico e morale cui non potremo sottrarci con nessun mezzo e nessun argomento.

Marcella Raiola