altIl testo letterario rischia di essere spesso trascurato nella prassi didattica a vantaggio di un discorso ‘di secondo grado’, mediato dal libro di testo o dallo stesso insegnante, sugli autori e sulle opere.  Va quindi restituito all’opera un ruolo di primo piano, in quanto si tratta del primo oggetto di studio per chi voglia accostarsi con spirito critico alla letteratura…(da Treccani)


Nell’insegnamento della letteratura, la lettura dei testi dovrebbe ricoprire un ruolo centrale. Un’affermazione lapalissiana, dirà qualcuno. Però – a quanto abbiamo sperimentato personalmente in anni di esami agli studenti delle scuole secondarie in occasione della maturità e di quelli universitari in verifiche orali di letteratura italiana – tale centralità, teoricamente riconosciuta da tutti, è purtroppo smentita dai fatti.

La prassi didattica, nella scuola secondaria, è spesso quella di privilegiare il discorso sugli autori, sulle opere e sulle correnti letterarie, piuttosto che una lettura diretta dei testi. Ciò avviene – credo – per due ragioni principali. La prima: lo scarso tempo a disposizione spesso consiglia ai docenti la scorciatoia della spiegazione, anziché la strada maestra della lettura. La seconda: alcuni testi che compongono il canone scolastico della nostra produzione letteraria sono oggettivamente difficili. Presentano cioè delle difficoltà di lettura sulle quali, anziché affrontarle direttamente, si preferisce soprassedere.
Ritengo che ciò sia altamente diseducativo. Mi rendo conto che l’aggettivo è piuttosto forte, e per questo cercherò di spiegarmi meglio. Spingere i ragazzi a riferire un discorso ‘di secondo grado’ sulle opere letterarie, anziché a leggere i testi, a formarsi in prima persona una propria opinione, significa educarli a un approccio niente affatto critico, bensì puramente passivo, alla letteratura. E dunque, un domani (ma anche già oggi), alla realtà.

Come affrontare la lettura dei testi
Dunque: leggere i testi. Ma come? Con una lettura attenta, rigorosa e paziente. Un vecchio allievo di Pier Paolo Pasolini (un allievo di quando, durante la guerra, Pasolini aveva attivato una scuola popolare a Versuta, una piccola frazione di Casarsa, in Friuli, una scuola che consentiva di proseguire gli studi ai ragazzi impossibilitati dagli eventi bellici a raggiungere le città più grandi dove avevano sede le scuole regolari) ha ricordato la prima, indimenticabile lezione di latino di questo straordinario professore. Entrato in classe, attaccò a leggere in metrica (e lo lesse tutto fino alla fine, senza fermarsi) il quarto libro dell’Eneide. Poi lo tradusse, all’impronta, dando la sua traduzione. Infine, invitò gli studenti a fare altrettanto. Tutti quanti i ragazzi rimasero incantati dal suono della sua voce, dal ritmo degli esametri virgiliani, e poi dalla sensibilità della sua resa in italiano.
Pochissimi possiedono il genio, anche didattico, di Pasolini. Perciò noi poveri mortali dovremo escogitare un metodo più artigianale. Ma quello della lettura ad alta voce da parte dell’insegnante è uno spunto che dovremmo trarre da questo esempio. Soprattutto per quanto riguarda la poesia, sarà cura del docente procedere a una lettura del testo letterario che faccia percepire il suono, il ritmo, la bellezza dei versi. Successivamente, dovrà soffermarsi sulla costruzione e sulla parafrasi. La buona, vecchia, cara e vituperata parafrasi.
In sede di verifica orale, sarà opportuno che gli studenti siano interrogati su una copia del testo ‘vergine’, cioè su una copia del testo priva della ‘traduzione interlineare’ scritta a matita dallo studente stesso. Si tratta di un accorgimento che a qualcuno potrà sembrare avere qualcosa di troppo fiscale, ma l’esperienza insegna che è l’unico modo per educare lo studente a una lettura non superficiale del testo letterario.

Qualche indicazione pratica
Per abituare i ragazzi sin dal biennio a questo lavoro si può pensare, già dalla prima classe, nello studio dell’epica, di privilegiare, nella scelta delle traduzioni dei poemi omerici, la versione dell’Iliade di Vincenzo Monti e quella dell’Odissea di Ippolito Pindemonte. Nostalgia passatista? No: semplicemente un modo per cominciare ad assuefare i ragazzi al lessico poetico italiano che incontreranno poi al triennio lungo lo svolgimento della storia letteraria (oltre che un modo per proporre belle traduzioni, anziché quelle, spesso orrende, oggi correnti).
In seconda
, invece, nello studio dei fondamenti della poesia, un autore su cui si potrà insistere quanto alla lettura dei testi potrebbe essere il dimenticato Giosuè Carducci. Perché questo poeta riepiloga nei suoi versi, anche e soprattutto a livello lessicale, la grande tradizione lirica italiana. In tal modo, a poco a poco, quel vocabolario inizialmente percepito come distante e astruso finirà con il sembrare meno difficile. E gli studenti affronteranno più serenamente la lettura dei testi previsti nei curricula del triennio. A partire da Dante.

‘Tradurre’ la Divina Commedia? No, grazie
A proposito di Dante. In molte edizioni scolastiche del poema dantesco è invalso l’uso di accompagnare il testo non solo con le tradizionali note esplicative, bensì con una vera e propria versione in prosa. Ho verificato nella pratica quanto queste edizioni siano male utilizzate dai ragazzi. I quali, molto spesso, leggono solo la ‘traduzione’ e non l’originale in versi. Così, anche in questo caso, viene meno la centralità del testo letterario.

Dunque, nella scelta dell’edizione della Divina Commedia da adottare, sarà più conveniente orientarsi verso quelle che non presentino sistematicamente la ‘traduzione’ accanto all’originale. Insomma, verso commenti più tradizionali. Qualcuno obietterà che, a prescindere dal fatto che l’edizione di riferimento per una certa classe presenti o no la versione in prosa, gli studenti non hanno difficoltà a reperire, magari in Internet, simili versioni in prosa. Ma un conto è doverle cercare, un conto è averle stampate comodamente nel testo consigliato dall’insegnante.