La chiamata diretta dei presidi è una bufala che umilia i docenti, genera clientele e danneggia gli studenti, amplia il divario sociale…

La chiamata diretta dei docenti da parte dei presidi è incostituzionale: non assicura “il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. Si tratta, in sostanza, di uno dei tanti aspetti negativi, alquanto grave, di una riforma scolastica da rottamare. Un aspetto di notevole importanza perché, oltre a violare l’articolo 97 della Costituzione (comma 1: “I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. Comma 2: “Nell’ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari”. Comma 3: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”), viola i diritti dei docenti, quale conseguenza negativa di una mal costruita riforma della scuola. Riforma che andrebbe nel più breve tempo possibile rottamata (e non rattoppata, come sembra che si stia tentando di fare). Rottamata per dare vita a una normativa di legge corretta, efficace, produttiva di riforma della scuola che garantisca buon andamento e imparzialità, che non umili i docenti e il personale non docente, che escluda qualsiasi forma di clientela; una scuola che soprattutto non danneggi l’istruzione e la formazione degli studenti, e che contribuisca alla riduzione del divario sociale, purtroppo già alquanto notevole, caratterizzato dalla crescente disoccupazione giovanile, dalla sofferente condizione economica, dall’emarginazione sociale, che purtroppo sono causa di sofferenze e di conseguenti comportamenti individuali.

La riforma della scuola scaturita dalla legge 107/2015 è risultata alquanto ingarbugliata e dai molteplici aspetti negativi, che, oltre a trasformare di fatto determinati presidi (soprattutto quelli della categoria degli ossessionati, e pertanto infelici, a volere sospendere i docenti, con privazione della retribuzione fino a dieci giorni – tali, violando norme di legge e il contratto collettivo nazionale del comparto scuola, nonostante la giurisprudenza abbia dato sempre ragione ai docenti ricorrenti in quanto arbitrariamente sanzionati –, e quelli che gridano nei confronti di docenti e di non docenti, e le loro grida vengono addirittura sentite in tutto l’edificio scolastico, oppure quelli che utilizzano unità del personale Ata per farsi svolgere un servizio privato addirittura in uffici esterni alla scuola o che magari si fanno portare in macchina all’ufficio scolastico provinciale o in un istituto scolastico da qualche docente dell’organico dell’autonomia) in presidi-padroni o presidi-sceriffi, che dir si voglia – non assicura “il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione”. In sostanza, è una riforma scolastica da rottamare.

A parte le ingarbugliate “proposte” di incarico contenute nell’articolo 79 della legge 107/2015 e, nell’articolo 80, le formulazioni delle proposte di incarico “in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa” (si potrebbe pensare a un piano triennale dell’offerta formativa che abbia “individuato” la conseguenza, che potrebbe essere clientelare, delle “proposte di incarico”?), sembra assurdo, e tale è già da tempo sembrato, che qualsiasi dirigente scolastico – facendosi riferimento alla propria formazione, universitaria e non, alla/e disciplina/e della classe di concorso per l’insegnamento, poi tra i vincitori del concorso e assunto in servizio a tempo indeterminato, per molti anni docente di quelle discipline – possegga competenze tali (ad esempio, essendo stato docente di educazione fisica, di matematica, di italiano e latino, di una qualsiasi delle discipline dei diversi gradi di scuole), certe e oggettive, per valorizzare “il curriculum, le esperienze e le competenze professionali” di qualsiasi docente e svolgere “colloqui” in ordine al curriculum, alle esperienze e alla competenze professionali con docenti di discipline addirittura niente affatto attinenti alle sue esperienze e competenze professionali. E a cosa servirebbero “la trasparenza e la pubblicità dei criteri adottati, degli incarichi conferiti, dei curricula dei docenti” assicurati “attraverso la pubblicazione nel sito internet dell’istituzione scolastica”, se non si partecipa, con la presenza, al resto? Cioè, ai colloqui tra il dirigente scolastico, che l’articolo 80 della legge 107/2015 indica con un “possono essere svolti” e non, come avrebbe dovuto essere, con un “debbono”, a cui aggiungere “essere pubblicamente svolti”.

C’è un limite nel conferire gli incarichi ai docenti. Se trasferiti da un scuola all’altra sulla base di disposizione ministeriale per i trasferimenti e le assegnazioni provvisorie, e quindi per precedenze di diritto determinate dal posto occupato in specifiche graduatorie e in ordine alle preferenze, i docenti possono avere rapporto di parentela (anche coniugale o da figli) col dirigente scolastico. Se conferiti dal dirigente scolastico, questi è tenuto a dichiarare l’assenza di cause di incompatibilità derivanti da rapporti di coniugio, parentela o affinità, entro il secondo grado, con i docenti stessi. Tuttavia, non possono essere conferiti incarichi, pur non dovendo il dirigente scolastico dichiarare l’assenza di cause di incompatibilità derivanti da rapporti di coniugio, parentela o affinità, entro il secondo grado, a docenti con i quali il dirigente scolastico ha rapporti di parentela o affinità di terzo e quarto grado, perché, anche se ha delegato il vicario ha “valorizzare” il curricolo, le esperienze, le competenze professionali e a svolgere il colloquio, le vigenti norme di legge non consentono al dirigente scolastico di procedere alla nomina (come per le supplenze, che non possono – e comunque non dovrebbero – essere assegnate a parenti o affini entro il quarto grado; e non c’è bisogno di specificare cosa potrebbe accadere). La chiamata diretta dei presidi potrebbe comunque addirittura svolgersi, illegittimamente, col sistema degli “scambi” (e sappiamo tutti in che cosa consiste) tra scuole vicine oppure tra scuole lontane: parenti, amici, amici degli amici, magari vicini di casa, parenti di colleghi e di colleghe d’ufficio del coniuge o di parenti o affini entro il secondo, il terzo e il quarto grado del preside. Con le conseguenze consistenti in ricorsi e denunce, in responsabilità civili e penali, perché chi è stato/a “respinto/a” riuscirà sia pure soltanto in parte a “conoscere”, dopo avere sospettato, l’arcano. Sulle nomine dei/delle supplenti ci sarebbe parecchio da dire: pochi giorni a uno/a che precede in graduatoria e molti giorni, soprattutto mesi, a chi in quella graduatoria si trova subito dopo. In tempi non lontani, è addirittura accaduto che il dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale nominava come esperti esterni in una scuola le figlie del preside di quella scuola; nominava la moglie dello stesso preside tutor nei corsi di formazione dei docenti assunti in ruolo assegnati alla scuola del marito preside; nominava in anno successivo quel preside ormai in pensione, e quindi nella dodicesima delle tredici posizioni giuridiche in ordine di nomina, presidente di commissione d’esami di Stato in sostituzione di un presidente dimissionario, scavalcando tutti gli altri richiedenti posizionati nei precedenti undici posti dell’ordine di nomina, “regalando” a quel preside un’estate al mare.

Resta da chiarire, a proposito della legge 107/2015, articolo 80, anche se non è difficile farsene un’idea, cosa intendeva il legislatore in ordine a “il dirigente scolastico formula la proposta di incarico in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa. L’incarico ha la durata triennale ed è rinnovato purché in coerenza con il piano triennale dell’offerta formativa”. L’incarico è triennale, ma vale per un solo anno ed è rinnovato l’anno successivo purché in coerenza col Ptof? L’incarico è triennale, ed è rinnovato per i successivi tre anni purché in coerenza col precedente Ptof oppure col nuovo Ptof? E qui sorge spontaneo il sospetto dell’azione del preside-padrone che vuole “liberarsi” di un/a determinato/a docente; e quindi si “attiva” per modificare (addirittura una modifica concernente una determinata disciplina) il Ptof dopo la conclusione del primo dei tre anni, oppure del secondo dei tre anni, e alla fine del terzo anno procedere con l’approvazione di un piano triennale dell’offerta formativa non in coerenza, sia pure limitata, con quello precedente. E c’è anche il preside che ottiene il trasferimento in un altro istituto scolastico e il subentrante all’uscente che non “gradisce” il Ptof. Quindi il Ptof viene modificato e comincia la migrazione dei docenti.

Che i docenti vengono umiliati – sulla base di un comportamento del preside (soprattutto se preside-padrone o preside-sceriffo, ma anche se preside dal comportamento corretto che comunque discrimina, sia pure in buona fede, tra due o più docenti) che “acquisisce” per la propria scuola docenti soggettivamente ritenuti/e migliori di altri (per i presidi-padroni o presidi-sceriffi si potrebbe trattare di “clienti” e di “clientela”) – dall’essere stati “scartati” (peraltro con violazione del diritto paritario, nonché professionale anche con riferimento agli anni di servizio, nonché a quello del trasferimento in altra sede territoriale corrispondente alla residenza propria e dei propri figli, quindi della famiglia), non può esserci alcun dubbio. E che si corre il serio rischio di favoritismi e di clientele non può essere negato. Favoritismi e clientele che però non sarebbe facile scoprire. Comunque, se le chiamate dirette dei presidi corrispondessero al meglio del “mercato” delle “chiamate”, nessun dubbio sul vantaggio che le scuole interessate e gli studenti di quelle scuole trarrebbero determinati vantaggi. Un successo formativo per gli studenti, maschi e femmine, di quelle scuole. Ma verrebbero registrati vantaggi soltanto per determinate scuole (e sappiamo bene quali) e svantaggi per determinate altre scuole (e sappiamo bene quali), riferendoci alla territorialità. Vantaggi per le scuole e gli studenti delle aree centrali dei grandi centri urbani; svantaggi per le scuole e per gli studenti dei quartieri periferici popolari e dei piccoli comuni, agricoli o dal reddito individuale alquanto limitato. Insomma, scuole di serie A, di serie B, di serie C. Con danni anche rilevanti alla formazione degli studenti e con crescente divario sociale. E allora addio alla parità dei diritti: degli studenti e delle loro famiglie, dei docenti, dei non docenti. C’è un aspetto che certamente è importante: la continuità didattica per gli studenti. Realizzabile – riducendo sia pure in parte l’annuale migrazione dei docenti da una regione all’altra, da un comune all’altro, da una scuola all’altra nello stesso comune – con l’obbligo di ciascun docente a permanere nella stessa scuola per la durata biennale, triennale o quinquennale di uno dei cicli dei diversi gradi di scuola corrispondente alla/e disciplina/e dell’avvenuta assunzione in  ruolo a tempo indeterminato. Non dovrebbe essere consentita la permanenza del preside nella stessa scuola a tempo indefinito, limitandola a cinque anni consecutivi, senza possibilità di trasferirsi durante quegli anni in altra scuola. Ciò anche per eliminare, e conseguentemente realizzare la parità di tutti i diritti tra i presidi, la caccia alla scuola più redditizia praticata da coloro che si trasferiscono, anche dopo un anno, da una scuola all’altra per guadagnare, in euro, di più. Retribuzione uguale per tutti, scatti biennali o triennali di anzianità di servizio compresi. E forse sarebbe addirittura meglio l’elezione democratica del preside, come avviene per il rettore nelle Università, per un periodo limitato a sei anni scolastici.

A sei mesi di distanza dal cosiddetto “caso Bruschi” – l’ispettore del Miur in servizio nell’Ufficio scolastico regionale della Lombardia, che, in termini perentori e pertanto non graditi soprattutto ai presidi che applicando la “chiamata diretta” dei docenti non avevano applicato correttamente la ratio della legge 107/2015, era stato accusato dall’ANP di essere stato parecchio critico e minaccioso (e invece li aveva avvertiti di fare attenzione, perché altrimenti sarebbero incorsi in responsabilità che sarebbero state accertate, soprattutto da lui stesso se fosse stato incaricato, nella fase della valutazione dei presidi) –, la questione della chiamata dei docenti da parte dei presidi continua a restare irrisolta (e non sarebbe in tema di diritto dei docenti, degli studenti e dei genitori degli studenti risolta neppure se a individuare in coerenza con il Ptof  della scuola i requisiti per la mobilità dei docenti da ambito a scuola fosse il Collegio dei docenti, pur riconoscendolo quale organo tecnico composto da docenti assolutamente idonei a entrare nel merito dei criteri concernenti i requisiti di professionalità con specifico riferimento disciplinare). L’informazione concernente la necessità del controllo sugli avvisi per la chiamata diretta – peraltro per rispondere alle segnalazioni di chi segnalava presidi che avevano commesso errori e alle denunce di illecito – veniva “considerata”, chissà perché, dai rappresentanti di alcune associazioni di presidi, una “minaccia” e pertanto l’informazione veniva respinta proprio da parte di chi doveva invece sentirsi tutelato dal Miur. Eppure, le sfasature e le discriminazioni erano state numerose: avvisi di chiamate dirette senza riferimento al Ptof, richieste assurde e offensive di informazioni rivolte soprattutto alle professoresse (forse prevalevano nella scelta la giovane età e la bellezza!), tra le quali di essere o non essere sposate, di volere o di non volere avere figli, le fantasiose iniziative di alcuni presidi rese pubbliche attraverso i siti delle scuole. Ne hanno dato notizia i quotidiani, primo tra tutti “Repubblica”.

Ebbene, Polibio ritiene che l’intervento dell’ispettore del Miur Marco (Max) Bruschi sia stato parecchio utile a ristabilire, per quanto è stato possibile, comunque velocemente, legalità, data la preoccupazione (c’era qualcosa da nascondere?!) dimostrata da determinate associazione di presidi, manifestata e quindi resa evidente dagli interventi accusatori nei confronti di chi, sia pure con espressioni satiriche ma rispondenti al vero, aveva reso di tutta evidenza, a preventiva tutela, anticipando ciò che altrimenti sarebbe derivato, a seguito di valutazione, nei confronti dei presidi che commettevano errori ingiustificabili. Di fronte a quanto di irregolare accadeva, è dovuta a Marco (Marx) Bruschi piena solidarietà.

La Gilda e la Confedir hanno dato ragione all’ispettore Bruschi, evidenziando che le ispezioni, se corrette e rigorose nei confronti di presidi-padroni o di presidi-incompetenti, erano “l’unico strumento per arginare la discrezionalità”. Marcello Pacifico, nella qualità di segretario organizzativo della Confedir, ha difeso l’ispettore Bruschi e lo ha invitato “a lavorare per una seria valutazione dei dirigenti”, “sottolineando come il DS non può sottrarsi ai principi normativi”. Per la Gilda, di fronte “all’incompetenza di alcuni dirigenti scolastici”, “la soluzione è quella di una ‘chiamata diretta’ per i dirigenti, per confermarli o meno”, ferma restando la richiesta con la quale “da anni chiede la creazione di preside elettivo che sia responsabile della didattica e dell’offerta formativa”, così come avviene nelle Università. Da parte sua, Polibio condivide pienamente questa richiesta, e peraltro sull’argomento ha pubblicato nei siti scolastici diversi articoli.

Nei confronti dell’ispettore del Miur Marco (Max) Bruschi, c’è stato chi – ex preside dal lungo pellegrinaggio, da un’associazione di presidi all’altra iniziato dopo l’espulsione dall’ANP nel settembre del 2009, caratterizzato da migrazioni (l’ultima con imbarco nella CODIRP durante la seconda metà dell’anno scorso), e dalle tante cause perse, fino a pochi giorni fa (anche con gravissimo danno all’immagine del Miur, nonché agli Uffici provinciali e regionali, rispettivamente di Foggia e della Puglia), e dalla diffusione dei contenuti delle sentenze della magistratura penale e di quella del lavoro del Tribunale di Foggia attraverso il quotidiano “l’Attacco”, i siti web sindacali (tra i quali quello della Flc-Cgil di Foggia) e scolastici, e non mancheranno circostanziati esposti alla Procura Generale della Corte dei conti – è stato colto da irrefrenabile e incontenibile irruenza verbale, scritta e orale, in questo caso durante un recente incontro, il 7 febbraio, per la contrattazione Area V dirigenza scolastica, con la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli,  avvenuto nonostante il recente pregresso.

L’ex preside, segretario generale di dirigentiscuola-Codirp, ha detto alla ministra Fedeli (l’intervento è stato registrato ed è stato diffuso da dirigentiscuola) che all’ispettore Bruschi di Milano, dato che a proposito della valutazione dei dirigenti “ne ha dette di cotte e di crude”, “dovevano revocargli l’incarico”, perché se sta lì “è una sfida”. “Adesso sta in elenco quando dovevano revocargli l’incarico”. “La verità è che non si vogliono valutare i dirigenti perché a cascata poi si debbono valutare i docenti”. E ancora, a proposito del misero stipendio dei dirigenti scolastici, come se si trattasse di dirigenti-pezzenti, ha fatto riferimento a un docente ora d.s. che gli aveva detto che era meglio prima, quando con le ripetizioni private (“in nero, ovviamente”, così l’espressione del Segretario generale della diririgentiscuola-Codirp Fratta) guadagnava molto di più. Guadagni “ovviamente in nero”, in aggiunta allo stipendio e ad altri introiti, incassati a briglia sciolta da presidi ben noti allo stesso Fratta. Peraltro, trattandosi di un’associazione di qualche centinaio di soci (anche perché durante lo scorso anno c’è stata nella dirigentiscuola una scissione, molti soci, tra i quali parecchi soci fondatori, si sono dimessi, revocando “l’adesione per insanabili contrasti di linea politica e di gestione”, e gli altri, complessivamente non è dato sapere quanti siano – e pertanto sarebbe necessario l’accertamento da parte dell’autorità competente, dato che i versamenti di quote all’associazione derivano da prelievi dallo stipendio o dalla pensione dei soci –, si sono imbarcati nella Codirp), la dirigentiscuola-Codirp potrebbe aver perduto il distacco sindacale. Si ritiene, dall’acredine che traspare dalla sommaria lettura di una nota recentemente diffusa, che l’abbia perduto. D’altra parte, i soci fondatori che si sono dimessi dalla dirigentiscuola-Codirp sono delle regioni Sicilia, Campania, Basilicata, Calabria, Lazio, con conseguenza significativa dato che a seguirli sono stati in tanti, mentre nelle altre regioni la consistenza dei soci della dirigentiscuola è limitata.

Con una lettera del 21 agosto 2016, indirizzata all’allora ministra dell’Istruzione Stefania Giannini e, p.c., al Direttore Generale dell’U.S.R. Lombardia, dott.ssa Clelia Campanelli, il Segretario generale della dirigentiscuola-Codirp Fratta, ex preside, scriveva che “le esternazioni del Dr. Max Bruschi, S.T. in servizio presso l’U.S.R. Lombardia, forse per effetto di un colpo di sole, per ipertrofico egocentrismo o per l’esaltazione derivante dai consensi che riceve quando attacca i dirigenti scolastici”, questa volta avevano “passato i limiti”. E poco dopo scriveva: “Gravissima è la delirante conclusione della condanna senza diritto di difesa nei confronti del dirigente oggetto del suo ostracismo: ‘Se è credente, preghi, ma molto, che non sia uno dei ds che sarò chiamato a visitare per la valutazione’. Solo un esaltato può esprimersi in questo modo”. In sostanza, l’ispettore Bruschi avrebbe dovuto chiudere gli occhi e le orecchie di fronte a eventuali irregolarità commesse da quel ds, che – stando a una sommaria interpretazione di quel “preghi che non sia uno dei ds che sarò chiamato a visitare per la valutazione” – di qualcosa di “non corretto” era consapevole. E allora l’espressione dell’ispettore Bruschi, nella sostanza un allegro avvertimento, aveva la finalità di evidenziare la necessità e soprattutto il dovere di comportamenti ordinati e rispettosi della legge e dei diritti dei docenti, perché altrimenti sarebbe stato suo dovere intervenire a norma di legge. Quell’ex preside continuò la sua “arringa” con un “è più che evidente che il Dirigente Tecnico, con scarsa se non nulla coscienza del proprio profilo e della deontologia professionale, su un singolo DS (riconoscibile, se si ricerca il documento …), con minacce più o meno velate, prima dell’azione di accertamento valutativo”. Nella pagina successiva, lo stesso ex preside scrisse, evidenziandolo in neretto: “L’Ispettore Bruschi contravviene alle più fondamentali regole di correttezza istituzionale, lasciandosi andare a esternazioni inopportune e lesive dell’immagine dei dirigenti scolastici e della scuola pubblica italiana”. E più avanti, in neretto: “Nessuno, neppure il Ministro, dovrebbe permettersi certe esternazioni nel proprio ruolo e soprattutto di un profilo tecnico”. Perbacco!

A modesto parere di Polibio, storiografo interessato a esaminare e a interpretare documenti e comportamenti, l’ispettore Bruschi faceva bene ad avvertire che di fronte a irregolarità commesse da qualsiasi ds aveva il dovere, proprio per non contravvenire alle più fondamentali regole di correttezza istituzionale, di non chiudere gli occhi, e quindi di intervenire. Pertanto, faceva bene ad avvertire. Figuriamoci quanto farebbe bene il Ministro. Ma per quell’ex preside, informare sulle conseguenze di fronte a comportamenti in violazione di norme di legge e di diritti è “intimidazione preventiva” e un modo non corretto di esercitare la funzione ispettiva, e per lui, sempre per lo stesso ex preside, sarebbe anche un modo non corretto di esercitare quella di Ministro. Aggiungendo l’interrogativo “cosa potrebbe scatenarsi se uno qualsiasi” dei dirigenti scolastici “si esprimesse in modo simile in relazione ad un docente o a un dirigente tecnico” Ebbene, il passato non è una terra straniera. E si conoscono assai bene, in Puglia, soprattutto a Foggia, i suoi comportamenti nei confronti delle donne, docenti e non docenti, al “Marconi” e all’U.S.R. Puglia (Polibio ne tratterà nella rubrica GALATEO: come non si deve comportare un preside). Per quanto possa riguardare tutti, è evidente che possiamo utilizzare le espressioni e il linguaggio da lui utilizzati nella lettera alla Ministra Giannini e al Dirigente Generale dell’U.S.R. Lombardia.

Sul cosiddetto “caso Bruschi”, l’ex preside segretario generale del sindacatino dirigentiscuola-Codirp ha scritto nella lettera che la dirigentiscuola “condanna senza possibilità di appello” (ma che sconvolgente espressione pronunciata da un pensionato dello Stato, con utilizzazione di fondi pubblici, in un Paese democratico!) “il deplorevole comportamento” (“deplorevole” perché ha manifestato che non sarebbero stati tollerati i comportamenti dei presidi in violazione di norme di legge!?) del Dr. Bruschi e ha chiesto“l’immediata revoca dell’incarico” conferito al dottor Bruschi, “anche dopo che lo stesso, resosi conto della gravità del suo comportamento, ha posto velate scuse (figuriamoci, c’è chi non chiede scusa nemmeno dopo le sentenze della magistratura!); nonché, rivolgendosi al Direttore Generale dell’U.S.R. Lombardia, “l’attivazione, quale atto dovuto, del previsto procedimento disciplinare nei confronti del Dr. Bruschi e la conseguente irrogazione della prevista sanzione disciplinare, compresa la revoca dell’incarico conferitogli”. E concludeva con “nell’ipotesi in cui l’Amministrazione  non dovesse determinarsi”, dirigentiscuola “si vedrà costretta a chiedere l’intervento dell’Ispettorato presso la F.P. e a costringerla, signor Ministro, a fornire adeguate spiegazioni alle interrogazioni parlamentari che saranno presentate”. Caspita, “a costringerla”! Come?

Ma non è finita, se si va rileggere quella parte concernente l’intervento dell’ex preside Fratta, Segretario generale di dirigentiscuola-Codirp, del giorno 7 febbraio 2012, rivolto alla ministra Fedeli sul “caso Bruschi”, nonché se si leggono due punti della memoria consegnata. Nel primo, c’è l’ossessione a infliggere sanzioni disciplinari ai docenti: “Non si esclude la sterilizzazione del sistema legale delle sanzioni disciplinari, sull’abbrivio di una montante, e stravagante, giurisprudenza che vuole il dirigente scolastico focalizzato, nei confronti dei docenti, alla sola irrogazione dell’avvertimento scritto e della censura. Occorre un urgente intervento legislativo che ponga in capo al Dirigente il potere disciplinare nella sua interezza ponendo fine al garantismo ad oltranza e all’imperante impunibilità” (se senti chi parla, sottolineando da “occorre” fino a “impunibilità”!).

Nel secondo dei due punti, a proposito dello stipendio, scritto in neretto: “La misura è colma. Non è più tollerabile che un dirigente scolastico nonostante le inconfrontabili responsabilità e competenze, percepiscano una retribuzione pari alla metà di quella degli altri dirigenti di pari fascia. E’ ora che la Politica intervenga prima che la categoria, esasperata, reagisca anche in modo violento”. Non ci resta che ridere! Soprattutto i docenti e il personale non docente, che sono bene informati e che durante gli ultimi sette anni hanno perduto complessivamente 28 miliardi di euro e che ogni mese continuano a perdere da 150 a  240 euro (in un anno, da 1.950 a 3.120 euro). Sì, non ci resta che ridere. A allora sorridete, docenti e non docenti, sorridete e sorridiamo tutti di fronte all’arroganza di chi si comporta da preside-padrone senza essere né preside, né padrone.

Polibio                                                                                                                                             polibio.polibio@hotmail.it