A chi affidare un pezzettino della narrazione antioperaia? Ma naturalmente agli imprenditori, santificati negli ultimi anni come salvatori della patria che poi, siccome la patria non si sta salvando per niente, puntano il dito contro altri.

Il lavoro manca e i Beatles sono finiti: la colpa è sempre dei sindacati

di Alessandro Robecchi – Il Fatto Quotidiano – 3 settembre 2015 – pag. 13

Ma per quanto possa piacere la nostalgia, il ricordo del tempo passato, il piccolo tepore della rimembranza, diciamolo una volta per tutte: nemmeno Proust si sarebbe mangiato una petite madeleine vecchia di sessant’anni. E invece ora eccoci qui, immersi nella turbo modernità postideolgica, produttivista e “di sinistra”, a masticare biscottini vecchi di oltre mezzo secolo.

UNO PER TUTTI, quello sfornato da Giorgio Squinzi, boss di Confindustria, a proposito dei sindacati che sarebbero “un fattore di ritardo, che ha fatto tardare tanto l’ammodernamento e l’efficienza complessiva del Paese”. Ah, il vecchio sapore delle cose di una volta! Come tornare bambini. Io imparavo ad andare in bici e già si diceva “è colpa dei sindacati”. C’era il boom economico e comunque era colpa dei sindacati, poi la crisi petrolifera mondiale ed era colpa dei sindacati. Poi venne un’era di latte e miele: l’economia tirava, c’era il sor Bettino e giravano mazzette come coriandoli a capodanno e, niente… era colpa dei sindacati. E così tra alti e bassi, eccoci qui nell’anno due dell’era renzista, dove tutto luccica di speranza e belle frasette a effetto e: indovinate? È colpa dei sindacati. Lo scioglimento dei ghiacciai e quello dei Beatles, l’immigrazione interna e le crisi cicliche del capitalismo, le ristrutturazioni e i licenziamenti di massa, i Righeira, la disoccupazione giovanile al suo picco storico e siamo ancora lì.

E che la frase più stantia della politica italiana di sempre venga poi pronunciata tra gli applausi alla festa dell’Unità è anche quello un buon contrappasso: veniamo da lontano, andiamo lontano, poi c’è ‘sto curvone a U, parabolico, che ci riporta lì, alla maggioranza silenziosa, alla marcia dei quarantamila, al dottor Romiti, a la Malfa e Malagodi.

Si dirà che il classico va sempre, che la giacca blu e la frase “è colpa dei sindacati” non tramonteranno mai. Si dirà anche che ora si apre una stagione di rinnovi contrattuali, e che quindi la formuletta torna di moda per motivi tattici.

E si dirà anche che una classe imprenditoriale che in questi anni (tutti questi anni) ha dato il peggio di sé – l’altra metà della corruzione, dove la mazzetta è l’anello di congiunzione tra la politica e l’impresa – se la cava con i saldi, indicando un capro espiatorio: il solito.

Eppure c’è anche qualcosa di inedito. Ai “nuovi” che secondo Squinzi “realizzano tutti i nostri sogni” (ottobre 2014) di sogno ne sarebbe sfuggito uno: quello di calpestare i sindacati.

E Squinzi poderosamente lo ricorda proprio alla loro festa, quella che una volta era un appuntamento per l’orgoglio dei lavoratori e oggi pare una piccola Leopolda dove si teorizza che i diritti sono una seccatura che rallenta.

Non è il luogo comune che stupisce (niente è meno sorprendente dei luoghi comuni) ma la sua nuova declinazione. Se il blairismo proseguiva il lavoro della Thatcher marciando sulle macerie del concetto di protezione sociale, qui i poveri gestori dell’esistente devono fare due lavori insieme: devono fingersi Blair (che già…) e agire da Thatcher, difendere il nome della sinistra nel logo della ditta (che già…) e intanto fare la faccia dura di Margaret.

UN LAVORACCIO. A chi chiedere appoggio? A chi affidare un pezzettino della narrazione antioperaia? Ma naturalmente agli imprenditori, santificati negli ultimi anni come salvatori della patria che poi, siccome la patria non si sta salvando per niente, puntano il dito contro altri.

Facile. Elementare. Si fa da sessant’anni, perché cambiare?

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