Il dirigente scolastico Fausto Caielli, condannato in primo grado 5 anni e 6 mesi ed interdizione dai pubblici uffici “per omissione di atti d’ufficio e per non aver impedito l’attività criminosa di un docente accusato di abusi sessuali su alunni della sua classe”, è stato assolto il 24 settembre dalla Corte di Appello di Milano perché il fatto non costituisce reato…(di Federico Niccoli, da ScuolaOggi)


Avevo a suo tempo commentato la sentenza di condanna, ribadendo che le sentenze della Magistratura debbono essere rispettate, ma possono anche essere civilmente criticate soprattutto in vista dell’appello, in una vicenda che aveva lasciato senza parole la comunità scolastica milanese.

Se Fausto avesse avuto diretta conoscenza della consumazione – almeno presunta a causa di gravi indizi di reità – del vergognoso delitto di pedofilia avrebbe avuto il preciso e inderogabile dovere di presentare formale denuncia alla magistratura. E, ragionando sempre per ipotesi, in questo preciso caso bene avrebbe fatto la magistratura a sanzionare anche pesantemente una tale condotta omissiva ed irresponsabile. Ma, quella che in criminologia viene denominata “scena del delitto” , non era un ambiente vuoto ed isolato, bensì una classe di scuola primaria frequentata quotidianamente da ben 7 insegnanti/educatori, che non si sono mai accorti di alcunché e, soprattutto, non hanno mai riferito al loro dirigente neppure dell’ombra di un sospetto. Solo quando alcuni genitori hanno esplicitamente descritto l’ipotesi di reato, il dirigente scolastico ha fatto immediatamente scattare la denuncia all’autorità giudiziaria.

Nel caso specifico, è stata evidentemente  adottata l’infausta tecnica del “non poteva non sapere”. In virtù di un fallace presupposto di questo genere, tutti i dirigenti scolastici d’Italia potrebbero essere trascinati in giudizio tutti i giorni e per i più svariati motivi (dalla sicurezza degli edifici, al rispetto della privacy e via elencando).

Noi viviamo in un paese di grande civiltà giuridica dove vige il principio secondo il quale la responsabilità penale è personale e va provata e non presupposta a causa delle funzioni esercitate.
Un dirigente scolastico non può essere trattato come la cosiddetta giustizia sportiva tratta le squadre di calcio che spesso vengono sanzionate a titolo di responsabilità oggettiva per fatti compiuti dai propri tifosi.

Si sono scontrate, in questa vicenda, due scuole di pensiero:
–         la prima, fortunatamente minoritaria, è quella che fa scattare automatici riflessi d’ordine e pensa ad un preside “agente di vigilanza” che, insieme ai suoi collaboratori, si “apposta” vicino ai bagni, nei corridoi, nei giardini, per “pescare” i colpevoli e consegnarli a chi di dovere. Il corollario ineliminabile di questo modo di ragionare è la ricerca di una costruzione tra la scuola e il territorio circostante di un adeguato fossato, con tanto di ponte levatoio, per evitare ogni forma di contaminazione di un mondo peccatore e corruttore della nostra infanzia ed adolescenza
– la seconda scuola ritiene, invece, che le armi di distruzione di massa della nostra gioventù non possono essere eliminate con una sorta di dottrina Bush domestica e in sedicesimo.
Il dirigente  non dovrà trasformarsi in una sorta di Ispettore Clouzot, ma dovrà valorizzare le molteplici risorse esistenti sul territorio (enti locali, associazioni culturali e professionali, società sportive, gruppi di volontariato) allo scopo di realizzare un progetto ricco ed articolato in modo che l’offerta formativa della scuola assuma un più ampio ruolo di promozione culturale e sociale. In altre parole, la scuola si dovrà presentare come una comunità “aperta” dentro e fuori, dovrà “contaminarsi” con la realtà territoriale circostante, comprese le contraddizioni esistenti. La scuola non potrà mai combattere col manganello, ma dovrà presentarsi con un approccio pedagogico e sociologico ai numerosi problemi di devianza sociale esistenti “dentro”, “vicino” e “fuori” dal suo perimetro.

La CGIL Scuola e l’Andis , proprio a dimostrazione del fatto che la categoria dei dirigenti scolastici non sottovaluta il rischio di eventuali ritardi nella segnalazione di probabili eventi delittuosi, ha organizzato un convegno nell’ottobre del 2009 per dibattere sulle enormi difficoltà interpretative sulla materia. A quel dibattito, al quale partecipammo io stesso e il collega Roberto Proietto, gli organizzatori invitarono proprio il sostituto procuratore che ha sostenuto l’accusa ed il giudice estensore che aveva da pochi giorni depositato la sentenza di condanna.
Sostenemmo in quella sede che un responsabile di un’istituzione scolastica è certamente tenuto ad un supplemento di attenzione per tutelare in ogni momento la salute fisica e mentale degli alunni, ma non può abbandonarsi ad operazioni di “caccia alle streghe” senza verificare un minimo di fondatezza dei fatti prima di denunciarli.

La Corte di Appello di Milano ha valorizzato la nostra idea di una comunità scolastica “aperta” ed ha accolto in pieno le tesi difensive di Fausto, assolvendolo senza se e senza ma perché il fatto non costituisce reato.