Scrive Miguel Gotor “In questi due anni, la legge 107 si è rivelata un fallimento, ancora più per la sua attuazione che per il suo originario impianto. È vero che molti insegnanti sono stati finalmente stabilizzati, ma a troppi di essi è stato chiesto di trasferirsi con il basso stipendio del primo impiego in un ruolo lontano da casa.”

Denuncia Alvaro Belardinelli: “Deleghe, ovvero decreti attuativi che vanno ben oltre quella già devastante legge, conferendo al Governo la potestà di destrutturare quel poco che resta della Scuola della Repubblica disegnata dalla Costituzione antifascista.”

 

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La fallita Buona Scuola e l’ingannevole  “catena valutativa”

di Vincenzo Pascuzzi – 26 marzo 2017

Se a scuola non c’è valutazione” è il titolo dell’articolo di  Daniele Checchi e Maria De Paola sul sito lavoce.info pubblicato in data  17 marzo 2017.

Sul sito appaiono anche alcuni post di commento, ma altre osservazioni puntuali, che sembrano opportune e utili, vengono riportate qui di seguito con riferimento alle varie parti dell’articolo.

 

1# Tutti concordano sui mali che affliggono il nostro sistema scolastico. La Buona scuola ha cercato di introdurre uno scambio: più insegnanti, ma con valutazione del loro operato. E qui ha fallito. Anche perché per essere credibile la catena valutativa deve partire dall’operato dei dirigenti.

1Nel sommario leggiamo di mali, scambio, fallimento, catena valutativa. Ne parleremo, intanto notiamo che sui mali non c’è concordanza, lo scambio è un’ipotesi, un’interpretazione, il fallimento è invece condiviso, la “catena valutativa“ è espressione impropria per delle realtà che non sono anelli uguali, fatte dello stesso materiale. e perciò può indurre ad approcci errati, impropri.
2# Buona scuola e mali del sistema. La denuncia dei 600 docenti universitari sulle lacune nelle competenze degli studenti italiani non ha destato grande sorpresa. È noto che “troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. Ed è questo che ha spinto il governo Renzi a focalizzare l’attenzione sulla scuola e a tentare di riformarla. Un compito difficile, che ha incontrato una forte resistenza da parte di molti docenti e dei sindacati. Perché tutti concordano sui mali che affliggono il nostro sistema scolastico, ma sulle cure le opinioni sono contrastanti.

 

2►Non risulta che la riforma della scuola di Renzi (ddl 1994 – l. 107) sia stata innescata dal voler rimediare alle situazioni denunciate ora – due anni dopo! – dai 600 docenti universitari, anche se la ministra Fedeli, forse non sapendo cos’altro rispondere, ha detto la stessa cosa. La riforma di Renzi venne avviata sia per adempiere indicazioni Ue in ordine all’abuso oltre i 36 mesi dei contratti a t.d., sia per motivi di immagine, per dimostrare efficienza dello stesso governo Renzi che aveva millantato “una riforma al mese”. Ci furono anche altri motivi.

La forte resistenza di docenti e sindacati fu, ed è, dovuta ai contenuti dannosi e non condivisi della riforma stessa e alle modalità di approvazione ed attuazione cioè imposta e calata dall’alto nonostante esplicita assicurazione contraria.

“Tutti concordano sui mali”, non è proprio così. Tutti o molti riconoscono che la scuola va migliorata. Sull’elenco dei “mali” non credo ci sia concordanza, come e di conseguenza non c’è sulle cure, sui tempi, sulle priorità. La consultazione gestita e pilotata dal governo è responsabile anche di questo.

 

3# La Buona scuola ha provato a intervenire su più fronti. Ha innanzitutto aumentato la spesa pubblica in istruzione dopo anni di tagli. Risorse considerevoli sono state investite per la stabilizzazione e l’aggiornamento del corpo docente, per l’ammodernamento delle strutture scolastiche e per gli investimenti in laboratori e digitale. La riforma ha anche provato a rendere l’offerta formativa più flessibile e a rafforzare i collegamenti con il mondo delle imprese.

3►La spesa pubblica in istruzione è sì aumentata di 3 mld (così dicono), ma Gelmini aveva tagliato ben 8 mld e il programma elettorale Pd voleva recuperarli e allinearsi alle medie Ue, cioè arrivare al 6% di Pil: ora siamo al 3,7% circa! Mancano circa 18 miliardi!

 

4# Se si fosse limitata a questo, tuttavia, non ci sarebbe stato lo strappo tra mondo della scuola e governo Renzi. Perché le obiezioni nascono quando si cerca di legare la nuova occupazione al miglioramento della qualità dei servizi offerti. La riforma della Buona scuola ha implicitamente introdotto uno scambio: incremento degli insegnanti in cambio di una valutazione del loro merito, accompagnata dall’adozione di gradi di autonomia nella scelta dei docenti attribuiti ai dirigenti scolastici, a loro volta oggetto di valutazione nella loro capacità organizzativa e valutativa.

4► Lo scambio implicito (?!) “incremento degli insegnanti in cambio di una valutazione del loro merito” appare solo qui, non ha senso, non esiste perché i protagonisti non sono due ma  tre: nuovi assunti, Miur, docenti già in ruolo, si tratta di un’imposizione verso questi ultimi che non ricevono nulla. In realtà Governo e Miur vorrebbero prendere due o tre piccioni con una sola fava, infatti: 1) non si tratta di nuova occupazione ma di regolarizzazione, di rimedio all’abuso di precariato chiesto da Ue, 2) si imporrebbe una valutazione pericolosa, sbrigativa, approssimata (quiz, presidi), non concordata e unilaterale dei docenti e poi 3) si darebbero briciole a pochi per gratificare il mitico merito invece del rinnovo del CCNL per tutti e che è scaduto da ben 8 anni 8!

La chiamata diretta da parte dei presidi non ha senso, viene contestata, può essere occasione per clientelismo, nepotismo, capricci, scambi impropri, e comunque allunga i tempi, moltiplica gli adempimenti burocratici e il lavoro delle segreterie, i costi per le scuole, i costi per i candidati che dovrebbero sottoporsi a decine di selezioni presso altrettanti istituti scolastici, darebbe nel complesso risultati sicuramente meno soddisfacenti.

La valutazione promessa anche per i presidi non convince, sarebbe complessa e laboriosa, ma non è affatto detto che si farà davvero, viene solo enunciata, quale contentino compensativo per tranquillizzare (?) i docenti. Se dovesse davvero farsi, tutti i d.s. la passerebbero tranquillamente come pare avvenga già con tutti i dirigenti della p.a. che così ricevono consistenti ulteriori retribuzioni di risultato.

 

5# Nessuno è valutato. Se sul piano teorico l’impianto disegnato aveva una sua coerenza, è proprio nei dettagli che si sono generate le frizioni e i problemi, facendo sì che quella che poteva essere una grande riforma è oggi percepita come una (fallita) operazione di allargamento del consenso elettorale.

5►Una grande riforma non si fa certo in quel modo, occorrono preparazione, analisi, coinvolgimento, consenso tecnico e politico, monitoraggio, gradualità e momenti di verifica, possibilità di modifica in corso di attuazione.

L’allargamento del consenso elettorale chiaramente non c’è stato, è invece avvenuto il contrario. Potrà andare peggio se si persevera, come pare stia avvenendo.

Il fallimento ai fini elettorali è conseguenza del fallimento strategico – e non solo nei dettagli! – della riforma. Ha fatto un tardivo mea culpa lo stesso Renzi: “non tutte le ciambelle riescono con il buc” e “Sulla scuola ho sbagliato molto”.

Mentre, più di recente,  Vincenzo De Luca ha detto: “Dobbiamo chiedere scusa al mondo della Scuola”.

Solo pochi giorni fa Michele Emiliano denunciava: “la riforma della Scuola ha prodotto uno dei più grandi pasticci degli ultimi vent’anni tra gli insegnanti” e “vorrei azzerare la Buona scuola e riscrivere la riforma con i docenti e i sindacati per fare in modo che la competitività dell’istruzione italiana si possa trovare nel dialogo e nella concertazione”.

A conferma, dall’indagine di Demos-Coop appare che “Gli italiani bocciano la riforma della scuola e chiedono più sicurezza per gli edifici scolastici. Nonostante le polemiche, cresce invece il prestigio sociale degli insegnanti,”

 

6# Tre sono gli aspetti che ci sembrano particolarmente problematici. Il primo è che non può esservi una scuola didatticamente efficace senza una responsabilizzazione di chi vi opera. La scuola è innanzitutto un luogo formativo e di trasmissione di competenze, la cui acquisizione può e deve essere valutata. La scuola italiana ha invece perso la propria capacità di verificare l’efficacia della didattica e di segnalarla in modo credibile al mondo esterno. Non disponiamo infatti di una valutazione comparabile a livello nazionale degli esiti degli studenti, al punto che, per esempio, le università preferiscono condurre propri test di ammissione invece di basarsi sui voti di maturità. Sul punto l’opposizione di molti docenti è forte perché ritengono i test Invalsi un tentativo di controllo centralizzato del loro operato. I test standardizzati hanno dei limiti, ma è indubbia la necessità di un metro comune e gli stessi insegnanti che vi si oppongono avrebbero dovuto proporre misure alternative di verifica, per esempio la correzione esterna degli elaborati dei propri studenti. Senza verifica esterna, è opportunisticamente più comodo utilizzare voti gonfiati (grade inflation) che regalano sufficienze e trasformano i mediocri in eccellenti (si veda Scuola di classe).

6► “non può esservi una scuola didatticamente efficace senza una responsabilizzazione di chi vi opera”, d’accordo, non può essere altrimenti: responsabilizzazione, partecipazione, coinvolgimento sono indispensabili a cominciare dai due componenti essenziali del binomio (o nucleo) didattico docente-alunni. Responsabilizzazione e partecipazione su motivazioni di tipo positivo e gratificante come deve (o dovrebbe) essere sia l’attività di insegnamento che quella di apprendimento.

“Solo un insegnante felice può insegnare ad essere felice” (Maestra Mary).

Vale la pena che un bambino impari piangendo quello che può imparare ridendo? (Gianni Rodari).

Si sta diffondendo lo slogan semplicistico e un po’ demagogico sulla “centralità degli alunni” (chi lo enuncia cerca facili consensi e apprezzamenti) quasi a scapito o contro i docenti, ma al centro va posto l’intero binomio didattico, infatti “We Can’t Put Students First By Putting Teachers Last” (Justin Baeder ).

La valutazione è necessaria, fa parte integrante della didattica, spetta principalmente al docente della classe o ad altro della stessa disciplina, può fondarsi anche su test attinenti, elaborati dal docente sugli argomenti trattati. La situazione della scuola italiana vede troppe valutazioni alterate (i 4, ma anche i 3 e i2,  che diventano 6 con voto di cdc) allo scopo di  occultare sia i fallimenti e le inadeguatezze ormai endemiche del sistema scuola, sia il fatto che ormai da troppi anni si tollera senza provvedere.

“La scuola italiana ha invece perso la propria capacità di verificare”. È vero, ma bisogna approfondire, analizzare, cercare le cause, i responsabili, i possibili rimedi. Sembra invece che si sia imboccata la strada,  o la scorciatoia, comoda ma sbagliata di colpevolizzare i docenti e assolvere così tutti gli altri (dai governi, ai ministri, ai politici fino ai presidi). I test tipo Invalsi per valutare gli studenti, dovrebbero di rimbalzo valutare i docenti, individuando i migliori e i peggiori, scudando, proteggendo e assolvendo tutto il resto del sistema scuola. Questa è una strada sbagliata e perciò giustamente contestata e contrastata.

Da ribadire che Invalsi non è ente esterno al Miur e al governo e perciò difficilmente o mai potrà dire che, ad esempio, la l. 107 è sbagliata o ha difetti, e anche ogni iniziativa ministeriale o governativa sarà immune da valutazioni terze.

I voti gonfiati sono, in genere, iniziativa e responsabilità di alcuni presidi che presumibilmente eseguono direttive verbali provenienti dagli Usr o dal Miur, che non vogliono perdere iscrizioni o “clienti”, che non vogliono apparire più severi di scuole simili alla loro (la soddisfazione del cliente al prezzo più basso). Questo è il vero e  grosso problema, per di più viene negato.

 

7# Non solo. Manca altresì una seria valutazione degli insegnanti. Allo scopo di valorizzazione il merito, la Buona scuola ha provato a dare un riconoscimento economico agli insegnanti selezionati dai comitati per la valutazione (presieduti dai dirigenti). Secondo i dati resi pubblici, i comitati hanno mediamente premiato circa un insegnante su tre. Sembra quindi che nelle scuole vi sia una diffusa percezione che non tutti gli insegnanti hanno la stessa capacità didattica. Piuttosto che distribuire premi monetari (nell’ordine di 600 euro medi lordi annui) in base a criteri molto variabili, sarebbe stato forse preferibile cercare di arrivare ad una visione condivisa di cosa sia la capacità didattica e su come misurarla. Tra le informazioni disponibili si sarebbero potuti utilizzare i risultati della didattica, il gradimento dei genitori e certamente anche la valutazione dei dirigenti. In questo modo si è invece saltati oltre l’ostacolo, ma questo non ha fatto fare passi in avanti al problema centrale della valutazione.

7► “Manca altresì una seria valutazione degli insegnanti”. Poco sopra, la valutazione degli insegnanti è stata indicata come paravento o diversivo per non vedere e affrontare la questione dei voti gonfiati degli studenti e di un conseguente avvitamento, in atto da anni, che ha ridotto via via estensione e approfondimento dei programmi scolastici.

Si può utilmente aggiungere che il paragone o l’immagine evocata della “catena valutativa” è ingannevole e porta fuori strada. Mentre ha senso e utilità valutare gli studenti in ordine al profitto negli insegnamenti impartiti, non ha senso logico valutare simmetricamente gli insegnanti, come se l’insegnamento-apprendimento  fosse un torneo o un match a due e il mancato apprendimento potesse essere sempre imputato all’insegnante .

Si finge di dimenticare che l’iter per diventare docenti richiede: laurea (almeno una), abilitazione/i, concorso/i, a volte qualche master, anni di esperienza sul campo come supplente o di ruolo. In questo iter i docenti sono continuamente esaminati e valutati, per cui voler valutarli di nuovo e a tappeto – con fini fiscali, inquisitori, punitivi appena appena velati – è ridondante, privo di senso e molto costoso se fatto seriamente, se fatto in modo sbrigativo diventa quasi lotteria o roulette russa.

“Valorizzazione il merito” a seguito di una valutazione estemporanea, aleatoria e non affidabile non fa che peggiorare la situazione. Il riconoscimento di qualche centinaio di euro a pochi è insieme ridicolo e offensivo, chiaramente illusorio ai fini del miglioramento della qualità della scuola. Funge inoltre da alibi e silenziatore rispetto al rinnovo del contratto nazionale di lavoro.  L’Europa che, quando fa comodo, ci dice o impone questo e quello, ci dice anche di rivalutare e adeguare le retribuzioni dei docenti e dell’altro personale, ma non viene ascoltata.

No comment all’ipotesi …. creativa di misurare la “capacità didattica”

 

8# Il terzo e ultimo aspetto è quello della valutazione dei dirigenti scolastici. I comitati di regionali per la loro valutazione sono in corso di costituzione. Ma contraddicendo uno dei principi basilari della valutazione, sono composti da dirigenti in servizio, che si troveranno a giudicare i propri pari, essendo nel contempo a loro volta oggetto di valutazione.
Uno scelta simile sembra ignorare il rischio di comportamenti consociativi, ivi incluso l’implicito rafforzamento dei sindacati di categoria. Se si vuole rendere credibile una catena valutativa, occorre partire dall’alto, dalla valutazione dei vertici. Altrimenti perché un insegnante dovrebbe accettare il giudizio del suo dirigente, quando sa benissimo che quest’ultimo è esentato da ogni forma di verifica seria del proprio operato? E perché uno studente dovrebbe ritenere credibile la votazione di insegnanti che non vengono mai valutati?

8►Giusta l’osservazione dei presidi che valutano altri presidi e della possibilità, quasi certezza, di conseguenti comportamenti consociativi, tipo “noi siamo tutti bravi, bravissimi”.

Ma anche trovando il modo di valutare correttamente i presidi su competenze (?) di tipo gestionale e organizzativo, para o simil-manageriali, non ne consegue che il bravo preside sappia poi ben valutare i docenti. L’ipotetica o presunta catena valutativa presidi-docenti-studenti non è affatto scontata, anzi assolutamente non convince.
9# I decreti attuativi della legge 107 in discussione in parlamento dovrebbero affrontare queste questioni. Più importanti per la qualità della scuola che l’assunzione di nuovi precari.

9►Già i decreti attuativi, che dire? Giudicando fallimentare la l. 107, si può rimandare a  Miguel Gotor con “La Buona Scuola, perseverare è diabolico” e ad Alvaro Belardinelli con “Scuola, la deriva dei decreti attuativi”.

Scrive Miguel Gotor “In questi due anni, la legge 107 si è rivelata un fallimento, ancora più per la sua attuazione che per il suo originario impianto. È vero che molti insegnanti sono stati finalmente stabilizzati, ma a troppi di essi è stato chiesto di trasferirsi con il basso stipendio del primo impiego in un ruolo lontano da casa.”

Denuncia Alvaro Belardinelli: “Deleghe, ovvero decreti attuativi che vanno ben oltre quella già devastante legge, conferendo al Governo la potestà di destrutturare quel poco che resta della Scuola della Repubblica disegnata dalla Costituzione antifascista.”