altLa Fenomenologia dello spiritodi Hegel è stata giustamente accostata al Faust di Goethe, di cui raccoglie l’invito (per la filosofia) a non ridursi a mera ‘filosofia da tavolino’ per ascoltare il rumoroso tumulto del tempo. Sono tanti i motivi d’interesse di un’opera che nelle intenzioni dell’autore doveva fungere da…(da Treccani)

 introduzione al sistema, che però divenne un testo a sé, e come tale dato alle stampe (Bamberg, 1807).

Prima di confrontare le due opere, accenniamo al senso generale della Fenomenologia, che J. Hyppolite ha definito “il testo più geniale e lucido” di Hegel. Il libroè “la storia scientifica della coscienza”, ossia la dimostrazione di come la coscienza (nell’individuo e nei popoli), muovendo i primi passi dalla ‘certezza sensibile’ (fase nella quale dipende dal mondo esterno, dal ‘qui e ora’ della sensazione), sia pervenuta alla consapevolezza di sé come protagonista della storia. Una conquista che la filosofia deve ricostruire, ripercorrendo le tappe (figure) del cammino della coscienza, la quale – dopo traversie, cadute e ascese – arriva infine a rischiararsi come Spirito e riconoscersi come fonte e scaturigine del senso del mondo.

Le figure dell’autocoscienza
Tra le figure che popolano la Fenomenologia ricordiamo innanzitutto la dialettica servo-padrone, in cui si racconta come la coscienza si trovi ad affrontare la sfida più rischiosa, quella del riconoscimento di sé, che può avvenire soltanto attraverso la lotta con un’altra autocoscienza; lotta che comporta la possibilità della sconfitta: tale è in prima istanza la condizione del servo, che però opera in vista della propria liberazione, anche a prezzo della morte: “soltanto mettendo in gioco la vita si conserva la libertà” (Fen., I, IV, 22). A questa seguono altre figure. Lo stoicismo, che concepisce la libertà in modo astratto (un ritirarsi in sé nel disprezzo del mondo); e lo scetticismo, che giunge alla negazione di ogni oggettività, cadendo in contraddizione in quanto, dicendo ‘nulla è certo’, deve per forza ammettere che una certezza c’è. Siamo all’imbroglio di una coscienza smarrita, che viene superata nella figura della coscienza infelice (perché scissa tra finito e infinito) propria del cristiano che sente la presenza dell’Assoluto come qualcosa di estraneo, un oggetto che resta fuori; cerca di afferrarlo, ma gli sfugge: “dove questo vien cercato, là non può venir trovato: perché esso deve appunto essere un al di là, un qualcosa siffatto da non poter essere trovato” (ivi). Una figura questa che si ritrova nelle Crociate medievali (Kreuzfahrt, viaggio della croce), dove il cavaliere cerca Cristo quasi come un oggetto sensibile, e non trova che un sepolcro vuoto. Ogni esistenza (anche quella del Cristo), per attingere la vera universalità, deve morire al sensibile e pervenire allo spirito. Ciò si verifica nell’ascetismo, quando l’uomo “si libera dall’operare e dal godere, come suoi”, e nega il corpo, ma così facendo si rende ancora più infelice, perché annulla la propria volontà e carica di ogni responsabilità il prete, intermediario tra Dio e l’uomo.

La danza della libertà
Con l’Illuminismo, che afferma l’assolutezza della ragione, siamo nel pieno trionfo della scienza; ma la coscienza non è ancora soddisfatta, prosegue il suo cammino che si concluderà soltanto quando – dopo Kant e il misticismo dei romantici – avrà raggiunto (con il sistema hegeliano) la consapevolezza della propria infinita libertà, come recitano i due versi di Schiller (tratti dall’ Amicizia), che Hegel pone a coronamento della sua opera: “Dal calice di questo regno (cammino) dello spirito, spumeggia per lui la sua infinità”. L’Assoluto si consegue solo dopo che la coscienza ha fatto tutta intera l’esperienza della storia: il calice spumeggiante è commemorazione del calvario cristiano, ma anche esaltazione dello spirito bacchico del tutto, l’Unendlichkeit – l’infinitezza della libertà.

La leggenda di Faust
Il Faust di Goethe, uscito in prima edizione un anno dopo la Fenomenologia, narra la leggenda di Faust, il cui nucleo centrale consiste nel patto con il diavolo (Mefistofele). Costui avrà l’anima di Faust in cambio di una vita che il giovane spenderà all’insegna della conoscenza e del piacere. Il protagonista, all’inizio ancora immaturo, attraverso una catena fantasmagorica di vicissitudini, raggiunge il massimo livello d’illuminazione e liberazione. Un poema nel solco del Bildungsroman proprio della musa germanica (dal medievale Parzival alla Montagna incantata di Thomas Mann), che attraversa la classicità greco-romana, la modernità cristiano-luterana e la rivoluzione scientifica (il calvario della storia, secondo l’espressione hegeliana). E il motivo della “ricerca che salva” percorre dall’inizio alla fine l’opera.
Nel Prologo, Faust viene scelto dal diavolo proprio per la sua sete di sapere: “nulla, né vicino né lontano, appaga il suo animo sconvolto”. Subito dopo Dio, parlando di Faust, confessa a Mefistofele: ”Se ora mi serve solo confusamente, / io lo guiderò presto alla chiarezza. / Quando il virgulto è verde il giardiniere / sa che il futuro porterà fiori e frutti”.
E così sarà. Alla fine, quando Faust ha fatto l’esperienza del mondo, dell’amore (Margherita) e del dolore, anche per lui – come per la coscienza hegeliana – il ‘calice’ ormai trabocca. Sta per morire ed è invaso dall’angoscia, sente “la notte farsi più profonda”; ma solo allora “vede più chiaro dentro di sé”. Cade riverso tra le braccia dei Lemuri, dopo aver pronunciato le parole del patto: “All’attimo direi: Sei così bello, fermati!”. Ha perso la scommessa e la vita, ma la sua anima è salva: “Chi sempre faticò a cercare, noi possiamo redimerlo!”, dicono gli angeli mentre sottraggono ai demoni la sua anima per sollevarla in cielo. E l’ultimo pensiero di Faust, prima di cadere, è di speranza: progetta di bonificare un immenso terreno acquitrinoso per aprire spazi di vita a milioni di esseri umani. E proprio su questo suolo, sebbene cieco e distrutto nel fisico, Faust ha la suprema visione: “Stare su un suolo libero, con un libero popolo”. Una chiusa non dissimile dal calice spumeggiante di Schiller (amico e ispiratore di Goethe, oltre che di Hegel) che suggella la Fenomenologia dello spirito: due opere che mirabilmente si chiariscono a vicenda, come dice Ernst Bloch.