E’ tempo di Manon Lescaut. Dopo il ritorno dell’opera il 14 marzo al Teatro Regio di Torino, dove debuttò vittoriosamente il primo febbraio 1893, il primo capolavoro pucciniano è approdato al Bellini di Catania il 19 marzo con una prima che ha convinto, pur con qualche sbavatura, il pubblico delle grandi occasioni…

Fu l’incontro con Wagner a Bayreuth, come è noto, che avvicinò Puccini alle “Histoire du chevalier Des Grieux ed de Manon Lescaut” dell’abate Prévost: questa storia affascinante portò il musicista a creare un’opera innovativa, distaccandosi totalmente dai modi verdiani. L’amore giovanile fu un tema su cui Puccini amò sempre divagare e che immortalò poi magistralmente nella Boheme.

E, prima tra tutte,  Manon fu concepita come un’eroina complessa da affidare a un soprano di grande tecnica, notevoli doti attoriali e spirito drammatico.  A Catania la lettone Alisa Zinovjeva ha offerto una performance a luci e ombre: più brava laddove era necessaria esecuzione precisa e voce sicura, meno nei momenti più tragici, dove ci saremmo aspettati un brivido alla schiena che non è arrivato, specie nella splendida aria finale “Sola, perduta, abbandonata”.

Il nostro Marcello Giordani ha convinto maggiormente, interpretando Des Grieux con una notevole ricchezza di armonici e una linea di canto ferma e sempre ben modulata. L’orchestra, ben diretta da José Miguel Perez-Sierra, a tratti  ha manifestato scarsa attenzione per i cantanti, sovrastandone in qualche passaggio la voce; belle le scenografie, in particolare nel quadro corale sulla piazza di Amiens e nella atmosfera salottiera dell’appartamento di Geronte, e affascinanti i costumi, realizzati con l’ausilio di Giovanna Giorgianni. Il coro, diretto come sempre da Ross Craigmile, ha fatto egregiamente la sua parte.

A proposito di Manon Puccini stesso, per distinguerla da quella di Massenet ispirata allo stesso soggetto, scrisse:  “Lui la sentirà alla francese, con la cipria e i minuetti, io la sentirò all’italiana, con passione disperata”.

E la Manon del Bellini è stata forse più francese che italiana, con cipria, minuetti e buona tecnica, ma senza grande passione disperata…

Silvana La Porta