Sì, la già ministra dell’Istruzione professoressa universitaria Stefania Giannini è stata subito sbaraccata dal governo Gentiloni-Renzi bis, duplice copia del fallito governo autore della cosiddetta “schiforma” costituzionale mandata al macero dal 60 per cento dei NO espressi dai votanti alle elezioni  referendarie…

Avrebbero dovuto andarsene subito tutti a casa i politici che erano al governo (cioè quelli del SI che qualificavano “accozzaglia” gli esponenti del NO e conseguentemente anche gli “eventuali” elettori del NO; quelli del SI che avevano utilizzato gli strumenti delle “mance” e delle “mancette”, anche con finalità elettorali, nonché delle promesse a vanvera che in definitiva non avrebbero mantenuto così come di fatto si era ripetutamente verificato). Lo avevano reso ripetutamente esplicito con personali dichiarazioni, di andarsene a casa e di smettere con la politica, alla stampa e alla televisione, in particolare Matteo Renzi e Maria Elena Boschi, in un collegamento tra di loro indissolubile. Il primo con esplicite dichiarazioni quali (qui soltanto alcune delle tante pronunciate: vd. il Fatto Quotidiano, Marco Palombi, 11 dicembre 2016, “Promemoria. Dal Dicembre 2015 a pochi giorni fa: “Non sono come gli altri”. “Se vince il NO, abbandono la politica”. Quei dodici mesi di ronzate a vanvera”): “Se sulle riforme gli italiani diranno NO, prenderò la mia borsetta e tornerò a casa … considero fallita la mia esperienza in politica”, “Se non passa il referendum, la mia carriera politica finisce. Vado a fare altro”, “Se perdiamo il referendum è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”. La seconda, in cordata col primo, con, tra le altre, la risposta all’esplicita domanda di Lucia Annunziata, nella rubrica televisiva “In mezz’ora” su Rai 1: “Boschi, se Renzi perde e lascia la politica, lei lascia la politica o no?”. Risposta: “Ovviamente, è un lavoro che abbiamo fatto insieme ed è giusto che me ne vado. Sì, sì, sì”. E da ministra per i rapporti col Parlamento è passata a Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio nel cosiddetto governo-clone, Genticlone o Gentiloni-Renzi bis. Promossa!? La sua “maestra” nella stesura delle numerosissime “modifiche” della Costituzione, la senatrice Anna Finocchiaro, che all’inizio del “governo Renzi” veniva indicata tra coloro che sarebbero stati “rottamati”, è stata ritenuta meritevole, nonostante la travolgente vittoria del NO e la bocciatura della riforma costituzionale bocciata, di un posto di ministro, quello dei Rapporti con il Parlamento. Promossa!?

Comunque sia, un governo-clone, dato che i clamorosamente perdenti alle elezioni referendarie – quelli del SI che, da appartenenti a un governo, con presidente a tempo pieno a sbandierare da solo e insieme a loro ai quattro venti la necessità e l’urgenza di radicali modifiche alla Costituzione, e che in conclusione è stato insieme a loro duramente rottamato dal NO del sessanta per cento dei votanti – sono rimasti col fondo della schiena sulle stesse sedie, e in qualche caso spostandolo da una sedia a un’altra per essere nella fotocopia del governo rottamato dal voto referendario, e addirittura hanno giurato su quella Costituzione che volevano stravolgere. Fatta eccezione per la senatrice Giannini, rimasta senza partito dopo la scomparsa del partito di Mario Monti, Scelta civica, del quale era stata eletta segretaria, in definitiva non essendole giovato il salto sul carro del Pd. E magari ci sarebbe di più nell’essere rimasta alzata. Nella sostanza, il fallito governo e il suo clone avrebbero così fatto pesare in capo all’ex ministra dell’Istruzione Stefania Giannini tutte le colpe e tutte le responsabilità di una “schiforma” della scuola che era stata scritta, chissà come!, da altri (da altre, che sarebbero le protagoniste dello staff della legge 107/2015, Simona Malvezzi e Francesca Puglisi), e che era, ed è rimasta tale, così pasticciata da essere all’unanimità respinta dai docenti e dagli ata, dagli studenti e dalle loro famiglie. Una riforma della scuola pasticciata. Il peggio che poteva accadere. In sostanza, la Giannini paga per tutti. Per tutti gli appartenenti al partito del SI referendario, partito minoritario che grazie al premio elettorale per i maggiori voti ottenuti, era diventato alla Camera dei deputati, pur essendo i suoi voti di gran lunga inferiori al 50 per cento, maggioranza assoluta. Partito nel quale, purtroppo, le indicazioni politiche della minoranza schierata col NO sono state respinte dallo schieramento del SI con toni acerbi e con comportamenti inaccettabili, tali da determinare contrapposizioni interne e potersi profetizzare una spaccatura e la perdita ulteriore, dopo quelle degli anni precedenti e delle recenti elezioni amministrative, di voti alle prossime elezioni politiche.

Mentre il resto di quel governo è di fatto clonato, viene nominata, tra i pochi nuovi accessi, funzionali al governo-clone del SI, ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica, una senatrice Pd ovviamente del SI, la signora Valeria Fedeli, 67 anni, eletta senatrice nel febbraio 2013, vicepresidente del Senato fino a pochi giorni fa, ex sindacalista della CGIL, con inizio dell’attività sindacale quale rappresentante delle insegnanti della “scuola materna” nel Consiglio dei delegati del Comune di Milano. Adesso ha dichiarato, intervista dal Corriere della Sera: “vivevo  a Milano e facevo la ‘maestra d’asilo’ prima di frequentare la Unsas … per diventare assistente sociale”. Che non è una laurea, né, come invece sarebbe risultato nel suo curricolo, un diploma di laurea. E ciò avrebbe fatto scattare, primo fra tutti da parte di “il Fatto Quotidiano” seguito da altri quotidiani, nelle pagine di cronaca, e dai siti scolastici, una bufera di articoli sulla Fedeli che criticano e l’accusano d’avere “mentito sulla laurea”, d’avere espresso “il falso” e concludono con la revoca della sua funzione di ministro dell’Istruzione. Da parte sua, la nominata ministra dell’Istruzione – che dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso, quando le venne conferito il primo incarico in Cgil per organizzare i dipendenti degli enti locali e della sanità a Milano, è passata nel 1982 a Roma con incarichi nelle segreteria del pubblico impiego e poi del tessile, e dal 2000 al 2010 quale segretaria generale della Fillea, categoria tessile della Cgil; nei due anni successivi, unificatesi le categorie dei tessili e dei chimici, vice segretaria della Filctem; infine, prima della sua elezione al Senato, vice presidente del sindacato europeo in unica categoria dei lavoratori metalmeccanici, chimici e tessili – ha manifestato la volontà di ascoltare “gli studenti, i genitori, i lavoratori ed i loro rappresentanti” (Li convocherà uno dopo l’altro? Se è così, tutti in fila per munirsi del biglietto numerato dell’eliminacode e attendere la convocazione! A casa propria).

L’ex ministra Stefania Giannini, senza partito, anche se dopo la scomparsa di Scelta civica aveva scelto il carro del Pd, di fatto ha pagato per tutti i politici del SI, che invece di dimettersi e andarsene a casa per conclamato fallimento non soltanto referendario sono rimasti, e qualcuno/a addirittura promosso/a, nel “nuovo” (si fa per dire) governo gestito dai referendari perdenti, a dismisura, del SI, che sono andati a giurare proprio su quella Costituzione che volevano in gran parte rottamare. Prendendo in prestito l’espressione del principe Antonio de Curtis, in arte Totò, “e io pago”, gli insegnanti, i collaboratori scolastici, gli assistenti, i tecnici e gli amministrativi pagano da anni, dal 2008-2009, e continuano a pagare. Hanno già pagato circa 24.000.000.000 (dicasi 24 miliardi) di euro in sette anni. Solo alcuni giorni prima del voto referendario, gli sono stati “promessi” 85 euro lordi al mese distribuiti in tre anni: un poco per volta, perché il tutto avrebbe potuto portare alla pazza gioia! Nella sostanza, un’elemosina mensile. Forse si continuerà con la vergogna delle elemosine, delle mance e delle mancette. Per non perdere di vista le prossime elezioni. E intanto i lauti stipendi dei deputati e dei senatori non saranno dimezzati, perché la proposta di legge presentata dal M5S, che avrebbe sancito la riduzione al 50 per cento degli stipendi dei parlamentari, è stata messa dall’ex governo, quello rottamato dall’esito referendario (e adesso resuscitato clonato), a dormire in apposita commissione. Senza dimenticare che circa 800 tra deputati e senatori, in gran parte del SI referendario, temono di perdere il vitalizio in caso di elezioni anticipate, poiché per avere riconosciuto il vitalizio, giunti all’età pensionistica, debbono avere svolto la funzione di deputato o di senatore per almeno 4 anni e 6 mesi durante il quinquennio.

Adesso c’è una nuova ministra dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica. A parte il titolo di studi a suo tempo conseguito, è evidente che il “giglio magico” ha avuto un preciso motivo di sceglierla, considerando anche che di altrimenti titolati dovrebbero essercene in  Parlamento. Ma non sappiamo se c’è stato un confronto, se c’è stata una valutazione dei titoli, se ci sono stati colloqui specifici di ordine tematico, nonché confronti e comparazione dei titoli e quindi dei curricoli dei parlamentari individuati come potenziali ministri dell’istruzione. Non è per loro previsto, come per i partecipanti ai concorsi soprattutto ai livelli elevati nella pubblica amministrazione, nessun concorso a quiz (cento domande a risposta multipla – si fa per dire, sulla cosiddetta “buona scuola”, cioè la legge 107/2015 (che Polibio invita tutti a leggere attentamente e a manifestare le personali impressioni in ordine al contenuto), ovvero quella da rottamare dopo la rottamazione del governo del NO al referendum costituzionale –, le risposte giuste almeno novanta, e poi, a seguire, una prova scritta e, in caso di esito positivo, una prova orale. E che vinca il migliore (o il raccomandato)!

La scuola italiana presenta, e permangono anche da parecchio tempo, notevoli differenze nelle regioni, riferendoci anche alle province e ai comuni (e mettiamo da parte le insufficienze degli edifici su tutti i livelli, a partire da quello della sicurezza), in molti dei quali il tempo prolungato e il tempo pieno (figuriamoci quello delle 50 ore, che esiste soltanto in alcune aree) sono limitati a poche percentuali, dove le mense scolastiche non esistono, dove i difetti strutturali e quelli dell’arredamento sono notevoli, dove non ci sono le palestre, e si potrebbe continuare. L’orario settimanale delle lezioni, basandosi sul tempo normale, sul tempo prolungato, sul tempo pieno e su quello delle 50 ore, ha causato, e continua a causare, scompensi nella formazione degli studenti e delle studentesse, dalle regioni del Nord alle regioni del Sud, dalle regioni dell’Italia centrale a quelle dell’Italia meridionale, in Sicilia e in Sardegna, e a seguire in Calabria, in Puglia, in Basilicata, in Campania, e adesso nelle aree che hanno subito il disastro del recente terremoto.

 Mentre continuano a esistere l’organico di diritto e l’organico di fatto, con quest’ultimo a continuare a mantenere nello stato di precarietà, riferendoci insieme al lavoro e allo stipendio (quello dei supplenti e degli incaricati annuali è sempre uguale e il minore) un numero imprecisabile, ma comunque notevole, di docenti, nell’organico di diritto, considerando tutti gli ordini di scuola, la dotazione dei posti per gli anni scolastici 2016-2019 è in totale 601.126, ai quali vanno aggiunti 96.480 posti per il sostegno e 48.812 posti aggiuntivi per il potenziamento, nonché i posti aggiuntivi per l’insegnamento della religione cattolica. Complessivamente, a parte i posti per l’insegnamento della religione cattolica, 746.418 posti, a cui si aggiungono quelli per l’organico di fatto, mutevole anno dopo anno. Sono 203.534 i posti per assistenti tecnici e assistenti amministrativi, collaboratori scolastici e direttori dei servizi generali e amministrativi nelle 8.072 istituzioni scolastiche, poco più di 330 di esse sottodimensionate. Numerosi i posti liberi per dirigenti scolastici, anche perché il concorso ripetutamente promesso durante gli ultimi tre anni è stato ripetutamente rinviato a data da destinarsi. L’ultimo rinvio è a gennaio dell’anno prossimo. Come al solito: si promette e non si mantiene. Come lo stipendio degli insegnanti ritenuto vergognoso dall’allora ministra Giannini, con promessa di elevarlo almeno a 2.000 euro al mese non mantenuta.

Se andiamo a vedere la composizione delle classi, nella scuola dell’infanzia il numero complessivo dei bambini e delle  bambine accolti deve essere “non superiore a 26”, ma anche fino a 27 per classe, con modelli orari di 40 ore settimanali elevabili a 50 o riducibili a 25 su richiesta delle famiglie. Guarda caso, nelle regioni dell’Italia meridionale e in quelle insulari, ma anche in altre regioni, la “richiesta” delle 25 ore “prevale”! Già, mancano le mense scolastiche, anche per la scuola primaria, e per esse non c’è il miracolo della moltiplicazione! Nella scuola primaria, le classi sono costituite con non più di 26 bambini/e, elevabili a 27, mentre l’orario opzionale facoltativo è di 40 ore, cioè il tempo pieno. Si può dire ciò che è stato detto per la scuola dell’infanzia. Nella scuola secondaria di primo grado, non più di 27 alunni/e per classe fino al massimo di 28, o fino al massimo di 30 se il numero complessivo degli iscritti non superi le 30 unità. Stessa sorte e stessa condizione per le classi a tempo prolungato fino a 40 ore settimanali. Nella scuola secondaria di secondo grado, le prime classi saranno di regola costituite con 27 alunni/e, comunque fino al massimo di 30 unità. Tante le stranezze, rimaste senza risposte. Una di esse riguarda il personale educativo, dato che in un Convitto nazionale della Sicilia, peraltro in crescita numerica di alunni e di studenti, e con un paio di docenti a tempo indeterminato a completare con cinque ore in quella scuola l’orario settimanali, sono stati assegnati 4 educatori invece di 12. E ad oggi non si è riusciti a far quadrare il conto e a colmare l’oggettiva necessità.

In definitiva, ai 746.418 posti dell’organico di diritto dei docenti e ai 203.534 posti degli  ata e dei dsga (complessivamente, 949.952 lavoratori a stipendio bloccato da anni, con svalutazione del potere d’acquisto corrispondente al 12 per cento rispetto al 2009, e alla perdita complessiva di 24.000.000.000 di euro. Svalutazione del potere d’acquisto che peraltro continua a crescere anche perché, invece di pensare e di realizzare il rinnovo del contratto di lavoro, paralizzato dal 2009, il governo del SI ha perso 1.000 giorni per varare la legge di riforma costituzionale bocciata dal 60 per cento degli elettori che hanno votato con un NO. Il NO che ha rottamato quel governo e che, sostanzialmente restando in carica pressoché l’intera squadra del SI, purtroppo non avrà tempo o volontà, e forse non ci saranno adeguate competenze, per risolvere, a partire dalla rottamazione della 107/2015, i problemi della scuola, e con essi quelli dell’università e della ricerca scientifica, nonché quelli che da troppi anni affliggono i docenti e i non docenti.

A parte ciò, Polibio ritiene che siano evidenti il disagio degli insegnanti e il danno che viene arrecato alla formazione degli studenti esistendo le macroscopiche difformità nel territorio nazionale e il numero alquanto elevato degli studenti in ciascuna classe. La conseguente possibilità, necessità d’intervento anche questa, è quella di ridurre il numero dei laureati e abilitati senza lavoro e di realizzare posti di lavoro per il personale ata. Oltre ai 949.952 docenti e ata, e ai docenti dell’organico di fatto, dalla riduzione del numero degli alunni in ciascuna classe – e il riferimento va agli anni scolastici precedenti alla riforma Gelmini, dalla quale è derivata la riduzione di circa 200.000 docenti e di decine di migliaia di personale ata, soprattutto collaboratori scolastici, dei quali è oggi necessaria una maggiore presenza facendo riferimento al numero degli alunni diversamente abili – potrebbero trovare occupazione a tempo indeterminato almeno 150.000 docenti e 50.000 non docenti nelle scuola di ogni ordine e grado. Suvvia, quindi, se si tiene veramente alla formazione. E si faccia presto, senza promesse di marinaio. In caso di “sordità”, sarà correttamente utilizzata – certamente dalle organizzazioni sindacali, e anche dagli insegnanti, dal personale ata, dagli studenti e dalle loro famiglie, nei confronti di chi deve provvedere e non provvede, per incompetenza o per mancanza di volontà, o perché altrimenti impedito/a – la lingua dei segni!

Polibio                                                                                                                                             polibio.polibio@hotmail.it