altLA TRADUZIONE IN INGLESE DEI “CANTI” DI JONATHAN GALASSI

La parola sarà poco, è una delle poche cose che abbiamo. Come la natura e la bellezza, è una zattera contro il caos.  La poesia, una lite d’amore per fare pace con la vita .

 

Bisognerebbe ringraziare Jonathan Galassi, che ha dedicato la sua vita alla creazione e alla promozione della grande scrittura: ha 61 anni, da venticinque è direttore editoriale di Farrar, Straus and Giroux, una delle otto maggiori case editrici americane, è anche un celebre poeta e traduttore di poeti (tra i quali Eugenio Montale). Ha appena pubblicato negli States una traduzione dei Canti di Giacomo Leopardi (alla quale Mario Baudino, su La Stampa, ha dedicato un bell’articolo) e come ha scritto come ha scritto sul New York Times un altro poeta, Peter Campion, stante che per molte generazioni la poesia italiana è esistita per scrittori e lettori anglofoni più come qualcosa di cui si era sentito dire che come fonte di ispirazione, da adesso Giacomo Leopardi potrebbe finalmente diventare importante per la nostra letteratura quanto Baudelaire o Rilke. Era ora, no?
Poiché questo blog è dedicato alla creatività, l’evento (tale è) mi ha stimolato a qualche modesta considerazione sulla poesia, tema che mi sta sempre più a cuore.
Intanto ci uniamo a Davide Rondoni che sul Sole 24 Ore si è chiesto se con la pubblicazione del libro di Galassi per professori, scrittori, editori, ministri, ambasciatori e direttori di istituti di cultura italiani negli Usa non valga la pena fare un po’ di autocritica: avevano tutti cose più importanti da fare?
E’ ben vero che quella di Galassi è un’impresa: “Rendere plausibile in inglese il suono di Leopardi è stato molto, molto laborioso ed eccitante”, ha detto. Jonathan Galassi sa che si trattava di un lavorio infinito, perché, spiega, “una traduzione, come del resto una poesia originale, non è mai finita, viene solo abbandonata”.
Però ha fatto lo stesso questa esaltante fatica: anni, supponiamo, a tu per tu con Leopardi, con la sua musicalità, le sue parole, i suoi sentimenti. Un lavoro molto tecnico, ma anche molto emotivo.
“Con una traduzione – dice Galassi – si tenta di ottenere versi i più aderenti possibile a quelli originali nell’altra lingua. Lastessa cosa che si tenta di fare scrivendo una poesia, di arrivare il più vicino possibile alla verità che si è sperimentata. E non si può mai”.
E’ meraviglioso e nobile provarci: “Cosa sarebbe la civiltà – dice Galassi in un altro articolo, di Cinzia Fiori – senza le traduzioni di Omero, Eschilo, Virgilio, Orazio, Dante, Shakespeare, Cervantes e molti altri? Tradurre, qualsiasi siano le difficoltà inerenti al farlo, è stata la modalità primaria, fondamentale, per consentirci di raggiungere quella tradizione occidentale che ci accomuna. Possiamo discutere, certamente, sul fatto che, come ha detto Robert Frost: ciò che va perso nella traduzione di un poema è, in concreto, la sua poesia. Ma qualcos’ altro sopraggiunge. Qualcosa di essenziale, di profondamente prezioso viene trasmesso nell’ operazione compiuta». Secondo Galassi la migliore traduzione di un poema «è un nuovo poema nella nuova lingua, un poema che abbia da spartire con il testo originario il maggior numero di caratteristiche possibile». Fermo restando che «la più importante qualità di una traduzione è che produca un testo leggibile e piacevole. Una traduzione letterale può trasmettere informazioni essenziali ma anche tralasciare il piacere estetico, che è il vero, profondo messaggio del lavoro poetico». Il ritmo è la base della traduzione, spiega Galassi: “Non posso ricreare lo schema ritmico di un poema italiano in inglese ma riesco spesso trovare un modo di riprodurre lo sviluppo, il movimento interno al testo poetico. Cerco di stare vicino alla lettera del testo il più possibile, mantenendo però la fedeltà al suo ritmo”. Tradurre Montale non dev’ esser stata una passeggiata. «La maggiore difficoltà è stata la molteplicità di significati di cui sono carichi i suoi testi. È uno degli autori più auto consapevoli e capaci di produrre pluralità di livelli concettuali che io conosca. Molto è stato sacrificato nel mio processo di traduzione, per non parlare dell’inimitabile bellezza della sua ricchezza tonale”. Leopardi “è persino più difficile. È capace di grande immediatezza, penso agli idilli, ma ha anche un piede nel diciottesimo secolo e nella sua retorica, specialmente nelle canzoni civili. È molto lontano da noi. Inoltre, la sua sintassi, la sua concisione sono forse più greche che latine nell’ ispirazione. Non c’ è un modo di imitarlo, il meglio che sono stato capace di fare è essere il più possibile schietto e sottile, tenendo il conto delle mie perdite mentre procedevo”.
Ci piacerebbe chiedergli quali sono alcune di queste perdite. E’ molto difficile – dice Cinzia Fiori – restituire il movimento ritmico, il gioco degli accenti, delle rime, delle pause, l’amalgama dei fonemi che si trova nei suoi versi.
Sentiamo la liquidità della parola “luna” (la “l” la “n”), l’amabilità di “dimmi” (con quella”m” raddoppiata), nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”. Questa sonorità sopravvive bene nella traduzione  di Galassi (“What are you doing, moon, up in the sky / What are you doing, tell me, silent moon”) meglio che nella precedente, ottocentesca:  “What dost thou, Moon? / What dostthou in the sky?” troppo piena di “s” e di “t”, neanche fosse l’incipit della “Commedia” (“selva selvaggia e aspra e forte”, tutte consonanti dure per esprimere la paura e il senso di morte). E’ solo un piccolo esempio, che ovviamente può far discutere.
Con Leopardi, in ogni caso, “foundering is sweet in such a sea”…
Perché qualcosa di importante sopravvive, quando è poesia vera: non ce n’è molta, in circolazione, e per non essere tacciati di buonismo riproponiamo anche il testo di “Poeti per un’estate”, di Francesco De Gregori. Anyway. Io sono davvero convintoche la poesia aiuti a restare giovani, to have “a lovers quarrel with the world”. Anche se è sempre più difficile.
Ci’ tocca invecchiare (it’s terribly strange, lo dice anche Paul Simon (“Old friends” 😉 e d’altra parte Woody Allen lo sconsiglia vivamente, ma la poesia ci è fedele, è come un canarino, diceva Ferlinghetti, che canta in fondo a una miniera. “Si cessa di essere giovani – scrisse Cesare Pavese – quando si capisce che dire un dolore lascia il tempo che trova”.
La poesia, prima ancora che metrica e pagina scritta, è uno stato d’animo, uno sguardo sull’esistenza: è in ogni cosa della vita, spesso nascosta, è una sorta di malinconia, di carezza amorosa, pervade cinema, scultura, pittura. Plasma la vera arte.
Il fluire del lavoro del poeta è il fluire della vita, dice Galassi, la poesia non è commerciale, non è una carriera, è una vocazione, una grazia salvifica. Questo la rende e ci rende così vivi.
Immagino cosa significhi voler trasmettere ai giovani i versi di Giacomo Leopardi: con loro si comunica anche il gusto per la natura, per il paesaggio, l’amore per gli animali, la malinconia e il senso del limite, l’orgoglio dell’anticonformismo, della libertà.
La poesia è infinita, contraddittoria, altrettanto impossibile da comunicare puntualmente come le emozioni umane. Ma la nostra fantasia aggiunge quello che manca. Per questo ogni buon libro è infinitamente più intelligente di chi l’ha scritto.
In ogni caso si prova, si traduce, ci si spiega, si tenta di “rifare” poesia, perché aiuta a rimanere giovani, innamorati, ad andarsene sazi, non nauseati dalla vita.
La parola sarà poco, è una delle poche cose che abbiamo. Come la natura e la bellezza, è una zattera contro il caos.