Nove volte su dieci i libri scritti sulla malattia sono opera di donne. Perché? Forse perché il recupero della malattia e del proprio corpo è una prerogativa tutta femminile? Giunge a corroborare questa tesi un racconto straziante ma nello stesso tempo istruttivo della siracusana Cinzia Spadola (Nel segno del cancro, Sampognaro e Pupi, pp. 65, € 10), che, nel bel mezzo di un’esistenza serena, si ritrova colpita da una tragedia terribile: si ammala, a soli 29 anni, di cancro al seno…(di Silvana La Porta, dalla Terza pagina de La Sicilia)



Inizia una lunga odissea durante la quale la protagonista lotta con tutte le sue forze per sconfiggere il male, aiutata dalle persone a lei care. Da qui scaturisce la grande lezione di questo racconto, che ribadisce ciò che in fondo gli ammalati sanno già: quale importanza decisiva abbia la psiche nell’affrontare il  male.

Ma soprattutto questo è un racconto sulla funzione della scrittura: salvifica, comunicativa, emotiva e solidale. Perché la malattia è quasi sempre vissuta con un senso di paura e vergogna, quasi come una violenza improvvisa e inattesa che ci fa sentire fragili e soli. Quella penna che si muove sulla carta, allora, può giocare un ruolo decisivo: allontana da medici che spesso non vedono il malato, bensì il suo male, indifferenti alla dimensione dell’animo. Sono quelli che dimenticano che allo specialista vengono chieste essenzialmente due cose: la prima che possieda la scienza, la seconda che la eserciti con amabile cordialità. Quella penna che formula parole e delinea pensieri, allora, è la possibilità di riappropriarsi di sé, senza esitazioni, senza remore.

Cinzia Spadola scrive del suo male e chiama gli altri alla condivisione di fatti crudeli e emozioni lancinanti, approdando a un porto sereno: “Devo proprio al mio tumore al seno se sono stata protagonista di una impossibile storia vera, se ho avuto l’occasione di sperimentare quanto amore mi circondi, se ho imparato a vedere come speciali i momenti e le cose più semplici e banali. Dopo tutto, forse, devo essergli anche un po’ grata. ”

Si conclude così il personale canto alla vita dell’autrice, modulato su tonalità di gioia e dolore e siglato da una nota di speranza, perché la vita è sempre, irrimediabilmente, più forte della morte.

 

 Silvana La Porta (dalla Terza pagina de La Sicilia)