altLa Costituzione stabilisce che le norme generali in materia di istruzione debbano essere emanate dal Parlamento, il cui dibattere può garantire un effettivo pluralismo culturale e la libertà, anche dell’arte e della scienza. Questo Parlamento nominato (ma non eletto dal popolo), costituito da una maggioranza schiacciante, ha delegato invece al governo la definizione delle norme generali sull’istruzione, come – appunto – le “riforme” dei vari ordini di scuola, contravvenendo a quanto previsto dagli artt. 33 e 117. Inoltre l’art. 64 della l. 133/08…

La scuola, il governo e la Cgil

Il taglio delle spese: ecco da dove parte l’idea di rinnovamento della triade Gelmini-Tremonti-Brunetta.

Il pensiero va a Gentile, alla cui riforma questo abominio è stato paragonato

di Marina Boscaino


Una brutta vicenda, che non tutti conoscono nei dettagli. Non bisogna stancarsi di raccontarla, per tentare di evitare l’assuefazione al malgoverno e all’elusione delle procedure legittime. E per aggrapparsi, in questa realtà mutevole e improvvisata, all’ultima frontiera della logica: il diritto. La storia tratta del modo in cui sono nate le “riforme” della scuola italiana a seguito dell’antidemocratica e autoritaria gestione di questo governo. L’allarmante contesto politico in cui ci troviamo impone l’attraversamento consapevole delle norme, spesso impervio e pesante. Ma per capire davvero occorre conoscere. L’art. 64 della legge 133 dell’agosto 2008 (“Contenimento di spesa per il pubblico impiego, disposizioni in materia scolastica”) al comma 3 recita: “Per la realizzazione delle finalità previste dal presente articolo il ministro dell’Istruzione e quello dell’Economia predispongono un piano programmatico di interventi” per l’attuazione del quale “devono essere adottati entro 12 mesi “uno o più regolamenti” (c. 4). La legge confluì nella Finanziaria Tremonti 2008; il “contenimento di spesa” ammonta ai 7,5 mld di euro, tagliati sulla scuola pubblica nel triennio 2009-11, con relativa perdita di 140.000 posti di lavoro, tra docenti e Ata. L’“uno o più regolamenti” sono, appunto, le “epocali riforme” che hanno colpito prima la scuola primaria (maestro unico, via le compresenze, attacco al tempo pieno) e poi, quest’anno, la superiore. Il taglio delle spese: ecco da dove parte il “progetto culturale” e l’idea di rinnovamento della triade Gelmini-Tremonti-Brunetta. Il pensiero va, nostalgico, a Gentile, alla cui riforma questo abominio è stato paragonato dai nostrani bricoleurs del diritto. Gelmini ha diramato due circolari (iscrizioni alle superiori, organici) sulla base di un ordinamento della scuola non ancora pubblicato in G.U., privo del parere della Corte dei Conti e quindi di efficacia giuridica. Il “Piano programmatico” non è mai stato varato. I regolamenti (cioè le “riforme”) dovevano essere adottati “entro 12 mesi”, a partire dall’agosto del 2008. A tutt’oggi quello delle superiori, come detto, non è stato approvato. Invece di determinare gli organici, come previsto dalla legge, dopo aver acquisito il parere di commissioni parlamentari e Conferenza Stato-Regioni, Gelmini ha allegato alla circolare ministeriale che li taglia drasticamente uno schema, privo di firma e protocollo, e quindi di valore giuridico. Le nuove superiori violano il principio di obbligo scolastico uguale per tutti, ignorando gli artt. 3 e 34 della Costituzione: la l. 133/08 ripristina infatti un percorso duale, in cui l’obbligo può essere assolto a scuola o nella formazione professionale; oggi, come è noto, anche nell’ apprendistato. Inutile dire che la discriminazione tra i diversi percorsi è rigidamente su base sociale: i nati bene a studiare, gli altri ad imparare il mestiere, magari precario. La Costituzione stabilisce che le norme generali in materia di istruzione debbano essere emanate dal Parlamento, il cui dibattere può garantire un effettivo pluralismo culturale e la libertà, anche dell’arte e della scienza. Questo Parlamento nominato (ma non eletto dal popolo), costituito da una maggioranza schiacciante, ha delegato invece al governo la definizione delle norme generali sull’istruzione, come – appunto – le “riforme” dei vari ordini di scuola, contravvenendo a quanto previsto dagli artt. 33 e 117. Inoltre l’art. 64 della l. 133/08, da cui siamo partiti, delega in modo totale le competenze del Parlamento al governo per quanto riguarda l’intera materia. Sono questi i motivi principali per cui la Cgil scuola e l’associazione Per la scuola della Repubblica hanno inoltrato ricorso al Tar del Lazio.
Siamo tutti coinvolti: i genitori, che hanno iscritto i figli in condizioni di incertezza, senza conoscere i programmi e l’offerta della scuola; le scuole, che non hanno alcuna garanzia sulla praticabilità di quanto è stato deciso direttamente dal ministero, senza considerare l’autonomia; gli studenti, lesi nel diritto allo studio; i docenti, che perderanno il posto e verranno trasferiti sulla base di una riduzione oraria prevista da regolamenti illegittimi, gettando nel caos l’inizio del prossimo anno scolastico. Una brutta vicenda, dicevo. Per coloro che non hanno più voglia di capire, che hanno rinunciato, una vicenda anche noiosa. Oggi tocca alla scuola pubblica, domani chissà a cosa. Non ci sono limiti. Il ricorso è per tentare di bloccare l’arbitrio. Ma forse, prima di tutto, andrebbe schiaffeggiata l’inerzia che ci ha condotto fino qui…

(Il Fatto Quotidiano del 25 Aprile 2010 – pag. 14)