altL’Invalsi è commissariato dopo che la Corte dei conti ha condannato per danno erariale (“euro 924.070,39, con rivalutazione monetaria ed interessi legali”, più euro 899,79 per le spese di giudizio, il tutto da “risarcire in parti uguali all’ente pubblico Invalsi”) il presidente e il direttore generale pro tempore.

 

 

 

 

 

La scuola invalsa dai quiz, dall’enigmistica e dai cruciverba per preparare gli studenti ai campionati delle parole crociate!

inviata da Polibio

L’Invalsi è commissariato – e il commissario straordinario è adesso Paolo Sestito – dopo che la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la regione Lazio, ha condannato (con sentenza del 18 marzo 2010, n. 866, depositata in cancelleria il 26 aprile 2010) per danno erariale (“euro 924.070,39, con rivalutazione monetaria ed interessi legali”, più euro 899,79 per le spese di giudizio, il tutto da “risarcire in parti uguali all’ente pubblico Invalsi”) il presidente e il direttore generale pro tempore.
La notizia era apparsa, per iniziativa dell’avv. Francesco Orecchioni, ben noto per la sua professionalità e competenza su questioni di diritto scolastico, sul sito “DirittoScolastico.it” e su retescuole, corredata di una breve nota introduttiva redatta dallo stesso avv. Francesco Orecchioni, con la quale il professionista segnalava la sentenza in forza della quale due importanti dirigenti dell’Invalsi erano “stati condannati a pagare quasi un milione di euro per danno erariale per avere indebitamente assegnato ad una ditta esterna il servizio di valutazione del sistema di istruzione e degli apprendimenti degli alunni per l’anno scolastico 2006/2007, senza tenere conto delle correzioni apportate il 25 agosto 2006 dall’allora Ministro Fioroni”.

Polibio ritiene che sulla questione Invalsi, che nella sostanza invade l’intero sistema della pubblica istruzione nonostante il diffusissimo, sempre motivato, dissenso da parte degli insegnanti e delle famiglie degli alunni, sono necessarie chiarezza e trasparenza per quanto concerne i suoi molteplici aspetti, soprattutto al fine di “aprire” quello che viene pensato come un “mantello” che avvolge i “valutatori” e “la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione”. Soprattutto oggi, come si legge nella direttiva del 3 ottobre 2011, n. 87, soggetta ai controlli di legge, emanata dall’allora ministro Mariastella Gelmini, “attrice” della riforma epocale del sistema scolastico sostanzialmente “imposta” dai ministri Tremonti e Brunetta (140.000 i posti tolti, a colpi di sega, ai docenti e al personale Ata), con finalità e obiettivi della prova nazionale, che “la prova scritta a carattere nazionale concorre, nell’ambito degli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione, alla valutazione finale di ciascuno studente, unitamente alle altre prove scritte, al colloquio e al giudizio di ammissione, secondo quanto previsto dall’art. 3 del D.P.R. del 22 luglio 2009, n. 122”. E che, “inoltre, la prova consente all’Invalsi di effettuare la periodica rilevazione nazionale dei livelli degli apprendimenti di base degli studenti al terzo anno della scuola secondaria di I grado”, nonché che “è volta a verificare le conoscenze e le abilità acquisite dagli studenti in italiano e matematica, avendo riguardo agli obiettivi generali e specifici di apprendimento previsti dalle Indicazioni per il curricolo al termine del primo ciclo di istruzione”.

Inutile dire che la genericità caratterizza il contenuto dei tre capoversi sulla finalità e sugli obiettivi della prova nazionale (è del tutto evidente, come è evidente la “forzatura” della prova Invalsi – una vera e propria invasione – a concorrere, “nell’ambito degli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione, alla valutazione finale di ciascuno studente”), quando sono a tutti ben note le “dimenticanze”, anche dell’allora ministro Gelmini, in ordine agli interventi, ripetutamente segnalati da più parti, che dovevano essere fatti e che invece sono stati “dimenticati”. Cosicché il sistema scolastico italiano ha continuato e continua a essere caratterizzato da anomalie e da disparità di trattamento (con violazione dei diritti costituzionali sanciti, riconosciuti, garantiti e protetti, concernenti la pari dignità e la pari opportunità per quanto concerne l’istruzione), mentre la libertà dell’insegnamento viene di fatto “negata” ai docenti anche con l’invasione di prove, alquanto costose, nell’ordine annuale di circa 10 milioni di euro, con l’imposizione di quiz, di cruciverba, di enigmistica che nulla hanno a che vedere con l’istruzione e la formazione degli alunni, e non parliamo nemmeno dell’oggettiva valutazione delle scuole, ma che molto avrebbero a che vedere con la prevenzione, o col ritardo, dell’Alzheimer per quanto riguarda gli anziani. E infatti ci si viene a trovare nell’ambito dell’enigmistica, dell’arte di ideare e risolvere giochi enigmistici dalle espressioni oscure che impegnano l’acume e la pazienza di coloro ai quali il gioco viene proposto.
Sull’enigmistica, sui cruciverba, sui quiz, sulle parole crociate ritorneremo fra poco. Intanto, mentre si invita alla lettura dell’intervento “INVALSI, acronimo da lapsus freudiano: INVAdere La Scuola Italiana”, presente su retescuole, aetnascuola, scuolaoggi, dal 10-11 luglio, ritorniamo alla sentenza della Corte dei conti n. 866/2010.

L’art. 3, lettere a) e b) della legge 23 marzo 2003, n. 53, “ha previsto che, ai fini del progressivo miglioramento e dell’armonizzazione della qualità del sistema di istruzione e di formazione, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione (oggi Invalsi) effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli alunni e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative. Ovviamente si tratta di un’attività di valutazione del sistema formativo e dell’apprendimento degli alunni che non interferisce con la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti affidati ai docenti delle istituzioni di istruzione e formazione dai medesimi frequentate”. Quindi, si tratta di un’attività di valutazione … che non interferisce con la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti, che restano esclusivamente affidati ai docenti delle scuole frequentate dai medesimi alunni. Ricordiamoci questo “particolare”, molto importante, perché ha avuto un “clamoroso” seguito con una “direttiva” del ministro Gelmini, appunto dopo la sentenza della Corte dei conti dell’aprile 2010.

“Con il decreto legislativo n. 286 del 19 novembre 2004, si è provveduto” – così nella sentenza della Corte dei conti – “a riordinare l’istituto”, e pertanto è stata prevista “la partecipazione del nuovo ente di ricerca denominato Invalsi al Servizio di valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione presso il quale operano altri soggetti istituzionali: le istituzioni scolastiche e formative, le regioni, le province, i comuni in relazione ai rispettivi ambiti di competenza”. Insieme, “provvedono, poi, al coordinamento delle rispettive attività e servizi in materia di valutazione dell’offerta formativa attraverso accordi ed intese volti alla condivisione dei dati e delle conoscenze”. Ed è stato “anche previsto, a livello ministeriale, un Comitato tecnico permanente, cui partecipano i rappresentanti delle amministrazioni interessate, con il compito di assicurare l’interoperatività fra le attività e i servizi di valutazione”, nonché che “l’Istituto è soggetto alla vigilanza del Ministro dell’istruzione, che individua, con periodicità triennale, le priorità strategiche delle quali l’Istituto tiene conto per programmare la propria attività. A tal fine il Ministro provvede con specifica direttiva a fissare gli obiettivi generale delle politiche scolastiche nazionali”.

La sentenza della Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la regione Lazio, contiene anche quanto qui di seguito viene testualmente riportato. “L’Istituto, quindi, si colloca in un sistema dove operano altri soggetti istituzionali a livello nazionale nel settore della valutazione delle politiche finalizzate allo sviluppo delle risorse umane, settore che trova nelle direttive ministeriali la riconduzione ad una sua unità e omogeneità”
Risulta chiaro “quindi il ruolo dell’ente di ricerca impegnato operativamente insieme ad altri soggetti istituzionali nell’attività di rilevazione dati e successiva valutazione ed assegna al Ministro dell’istruzione il ruolo di coordinatore delle attività verso il raggiungimento degli obiettivi di valutazione da inquadrarsi anche nel contesto internazionale”.
“Al ministro è assegnato il compito di individuare le proprietà strategiche della quali l’Invalsi deve tener conto per programmare la sua attività e tali obiettivi di politica educativa nazionale vengono espressi tramite direttive”.
“Si comprende quindi l’importanza fondamentale della direttiva ministeriale nella programmazione delle attività che l’ente Invalsi deve effettuare, dovendo il medesimo partecipare ad un servizio di valutazione a carattere nazionale del sistema di istruzione e di formazione, per cui l’inottemperanza a precise disposizioni ministeriali determina uno scollamento tra gli obiettivi prefissati a livello ministeriale e la concreta attività svolta dal soggetto pubblico, tale da rendere quest’ultima totalmente inutile, e, conseguentemente verificandosi questa ipotesi, le risorse pubbliche impiegate non possono non essere considerate come distratte dai fini pubblici per i quali sono state stanziate. In sostanza, come emerge dalla ricostruzione normativa prima operata, la direttiva ha la funzione di strumento organizzativo volto a raccordare le figure soggettive pubbliche diverse dallo Stato all’organizzazione statale, per cui, pur nell’autonomia dell’ente pubblico, la direttiva realizza quel coordinamento delle singole azioni amministrative tra ente pubblico e Stato per il raggiungimento del fine generale pubblico”.

L’invasione delle prove Invalsi non fa bene alla scuola pubblica. Gli istituti scolastici sono stati invalsi da cruciverba, da quiz, da enigmistica, peraltro nemmeno utili, anche per gli errori e la superficialità che li caratterizzano, a preparare gli studenti a concorrere ai campionati comunali delle parole crociate, figuriamoci con quale possibilità di successo dalla partecipazione ai campionati provinciali, regionali, nazionali e internazionali. A pensarci bene, apprezzando la diffusissima disapprovazione, da parte dei docenti e dei genitori degli alunni, di prove che in definitiva arrecano gravissimo danno alla scuola e alla formazione degli alunni, e partecipando alla suddetta loro disapprovazione, l’invasione dell’Invalsi potrebbe fare il paio (e la sentenza della Corte dei conti, in ordine a quanto di essa è stato evidenziato da Polibio in questo intervento, appare importante anche per fare chiarezza su eventuali “omertà” che potrebbero avvolgere la “valutazione” e i “valutatori”) con quella del FormezItalia, associazione che è stato addirittura partorita – ma si conoscono l’autore dell’inseminazione artificiale e il padre notarile – dalla madre prima che quest’ultima fosse nata. Misteri della politica!

Generale è stata l’opposizione dei docenti e dei genitori degli alunni ai quiz che hanno invalso gli istituti scolastici, peraltro, oltre a determinare una divisione delle scuole in diverse serie (A, B, C, ecc.), con “vantaggi” per “ottenere” maggiori risorse (ma a quelle di serie A, a danno di quelle delle altre serie, che invece di maggiori risorse ne avrebbero prevalente bisogno), a essere causa di ulteriori danni, rispetto a quelli prodotti dalla soppressione di 140.000 posti di lavoro (docenti e non docenti) in tre anni.
La linea dei cruciverba, dei quiz, dell’enigmistica produce una cultura nozionistica e superficiale, che non può comandare sulla didattica, propone (il riferimento è al documento dell’Istituto comprensivo “San Girolamo” di Venezia, ma anche a moltissimi altri documenti approvati e sottoscritti dagli insegnanti e dai genitori degli alunni) test che uniformano l’insegnamento senza tener conto degli insediamenti territoriali e delle classi sociali, che consistono in strumenti che non possono giammai valutare il merito degli alunni e quello degli insegnanti, che non possono “misurare la capacità di riflessione critica, la capacità di esporre il pensiero, il livello di partenza e quello di arrivo, la partecipazione”. Oltre a essere i test, riferendoci all’intervento di Renato Cipolla, “un inutile spreco di materiale cartaceo e risorse umane … che hanno un costo abbastanza considerevole di circa 8 milioni di euro”, e causa di determinare il “danno di apprendimento che subiscono gli alunni durante l’anno scolastico, perché continuamente sottoposti ad esercitazioni in previsione dello svolgimento delle prove Invalsi”, che “non hanno alcuna validità di rilevazione” e di ciò “ne sono consapevoli anche gli Stati Uniti, patria dei test di apprendimento”.
Negli Stati Uniti – così ancora nella nota di Renato Cipolla – c’è imbarazzo “per le scuole che barano ai test”, mentre uno dei problemi più noti, anche in Italia, consiste nella “tendenza delle scuole, degli insegnanti, a suggerire agli studenti le risposte corrette ai test di apprendimento: in altre parole a barare ai test”. Esistono “altre ricerche che mettono in evidenza pratiche di manipolazione dei dati riportati nei rapporti e nelle relazioni ufficiali delle scuole”, arrivando “addirittura al doping dei test”.
Ebbene, se l’attività di un Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo d’istruzione e di formazione può portare, comunque sia e quale che sia l’entità, sia pure soltanto marginalmente (ma gli effetti vengono dati per eclatanti), alla “tendenza” a “barare ai test”, con “ricerche che mettono in evidenza pratiche di manipolazione dei dati riportati nei rapporti e nelle relazioni ufficiali delle scuole”, fino ad arrivare “addirittura al doping da test”), allora quell’Istituto (a parte gli accertamenti e i provvedimenti conseguenti se la tendenza di chicchessia è quella di “suggerire agli studenti le risposte corrette ai test di apprendimento”) deve essere immediatamente chiuso, perché diversamente si evidenzierebbe come un inutile e diseducativo“carrozzone”. In ogni caso, la determinazione pressoché generale è che le “prove Invalsi” debbono rimanere, perché invasive e niente affatto formative, fuori dall’esame di terza media. E comunque fuori dall’attività didattica.
È inconcepibile e paradossale che la scuola “possa” (e addirittura “debba”) “educare” a barare.

Si potrebbe pensare all’esistenza occulta di “interessi” diversi nella diffusione delle prove per test, e non soltanto perché esiste una notevole produzioni di libri, piccoli e grandi, dal costo variabile, che gli alunni e i loro genitori sono “invitati” a comprare perché “utili” al “successo” delle prove Invalsi. Sarebbe anche il caso di verificare in quante scuole i “libri dei test” sono inclusi tra i libri di testo consigliati, affinché gli alunni si preparino a sostenere le prove dell’invadente Invalsi. Inoltre, data l’invasione dei quiz, dell’enigmistica e dei cruciverba negli istituti scolastici, si potrebbero pensare a una classe di abilitazione per l’insegnamento dei quiz, dei cruciverba, del sudoku! E inoltre potrebbe essere consigliato alle scuole di sottoscrivere abbonamenti a riviste di enigmistica, di cruciverba, di quiz a briglia sciolta, soprattutto a “La settimana enigmistica”, che si vende abbastanza forte e che si qualifica (e peraltro è vero) come la “rivista che vanta innumerevoli tentativi di imitazione” (anche da parte dell’Invalsi?) magari per arricchire le biblioteche scolastiche! D’altra parte, nell’edicole sono presenti almeno centocinquanta testate di periodici settimanali, quindicinali, mensili, bimestrali e semestrali, magari con vendita numerica alquanto limitata, mentre “La settimana enigmistica” continua a mantenere il primato assoluto delle richieste e delle copie vendute, notevoli rispetto a quelle degli altri periodici: enigmistica per l’estate, facile, moderna, oggi, impegnativa, per esperti, per le vacanze, moderna, facilissima, più semplice, migliore, autodefiniti facili, nonché enigmistica per tutta l’estate, fantasia enigmistica, cruciverba al mare, per tutti, club enigmistico, giochi enigmistici, cruciverba divertenti, cultura enigmistica, quiz e miniquiz, ecc. ecc.

Ritorniamo a quella parte della sentenza della Corte dei conti (n. 866/2010: 18 marzo 2010, depositata in cancelleria il 26 aprile 2010) che abbiamo conservato nella nostra memoria: “… l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione (oggi Invalsi) effettuata verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli alunni e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni scolastiche e formative. Ovviamente si tratta di un’attività di valutazione del sistema formativo e dell’apprendimento degli alunni che non interferisce con la valutazione, periodica e annuale, degli apprendimenti e del comportamento degli studenti affidati ai docenti delle istituzioni di istruzione e formazione dai medesimi frequentate”.
Ebbene, il “geniale” ministro dell’Istruzione pro tempore, Mariastella Gelmini – meglio conosciuta, a parte l’incompetenza sulle questioni scolastiche dell’istruzione e della formazione degli alunni in età dell’obbligo scolastico, come l’autrice di una “distruttiva” riforma epocale del sistema scolastico, nonché per aver conseguito la laurea in giurisprudenza con un certo numero di anni da fuori corso (magari perché impegnata nella “politica”), per essere trasvolata dalla Lombardia alla Calabria per sostenervi gli esami di abilitazione alla professione di avvocato e per aver disinformato il mondo intero con la bufala della corsa dei neutrini nell’inesistente galleria da Ginevra al Gran Sasso a una velocità superiore a quella della luce –, emanò il 3 ottobre 2011 la direttiva n. 87. Direttiva in forza della quale (si potrebbe pensare per “obbligare” i docenti alle prove Invalsi, una sorta di “punizione” per essersi opposti – e invece avrebbero dovuto ciecamente e immediatamente “obbedire” – all’invasione dell’Invalsi e delle prove per test, per quiz, per cruciverba, di stampo enigmistico nelle scuole, competentemente sostenendo l’inutilità delle stesse “prove” e il danno che avrebbero arrecato alla scuola pubblica, nonché, soprattutto, all’istruzione e alla formazione degli studenti) “la prova scritta a carattere nazionale concorre, nell’ambito degli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione, alla valutazione finale di ciascuno studente, unitamente alle altre prove scritte, al colloquio e al giudizio di ammissione, secondo quanto prevista dall’art. 3 del D.P.R. del 22 luglio 2009, n. 122”.

Agli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione, una studentessa di 13 anni e 6 mesi d’età, Martina (terza media in un istituto scolastico di uno dei Comuni della provincia di Catania), che ha ottenuti la “valutazione” di 15/15 della prova di elaborato di italiano e il voto 10, corrispondenti al massimo della valutazione negli indicatori “pertinenza alla traccia e rispondente alle consegne”, “articolazione e organicità della trattazione”, “grado di approfondimento e personalizzazione dei contenuti”, “correttezza, proprietà espressiva ed efficacia propositiva”, ha scritto – in ordine alla richiesta di esprimersi su ciò che dei diversi testi letti durante l’anno l’aveva maggiormente colpita, esponendo con ordine i contenuti e le proprie riflessioni – quanto segue (ovviamente, Polibio possiede la fonte ufficiale, costituita dalla fotocopia dell’elaborato timbrato e siglato da chi di competenza):

“Quest’anno abbiamo attenzionato la società nei vari secoli e ci siamo resi conto che l’uomo è in grado di compiere gesti e provare sentimenti fuori da ogni limite e di assoluta bellezza. Ma, come tutte le creature imperfette, è capace di danneggiare i suoi simili e il mondo che lo circonda. È proprio quando non è più in grado di provare sentimenti positivi nei confronti degli altri che può definirsi ‘pericoloso’.
“Infatti, egli si mette al centro dell’universo, sfrutta le persone per raggiungere i suoi scopi e minaccia e uccide per ottenere ciò che vuole. Costui, nelle fiabe, viene definito un ‘cattivo’. Purtroppo, nel mondo, di ‘cattivi’ ce ne sono sempre stati, fin dal tempo in cui l’uomo cominciò a desiderare la proprietà altrui e conobbe l’odio e la violenza fine a se stessa.
“Sebbene questa presenza abbia accompagnato l’uomo nella sua evoluzione, i ‘cattivi’ sono stati chiamati con nomi diversi a seconda dell’epoca: un tempo li chiamavano ministri, cardinali e nobili; poi si passò a gabellotti e latifondisti; a seguito della seconda rivoluzione industriale vennero chiamati imprenditori fino ai giorni nostri in cui prendono il nome di mafiosi.
“La mafia, nata ufficialmente nella seconda metà dell’Ottocento ma esistente già da prima, è un’associazione a delinquere con a capo i cosiddetti ‘boss’ con attorno un gruppo di uomini fidati. I mafiosi sono degli uomini senza scrupoli e senza moralità che, pur di avere quello che vogliono, sono disposti a ‘calpestare’ chiunque li ostacoli.
“I soprusi dei potenti sui più deboli è sempre stato un tema ricorrente nei romanzi di ogni genere ed epoca. Degli esempi sono ‘I Promessi Sposi’ del padre del romanzo storico Alessandro Manzoni e ‘Il giorno della civetta’ di Leonardo Sciascia. L’immagine del ‘potente’, in entrambi i romanzi è uguale. Manzoni ne ‘I Promessi Sposi’ compie un’accurata descrizione della società del XIX secolo. I protagonisti della vicenda sono Renzo e Lucia, due servi che dopo mille peripezie riusciranno a coronare il loro sogno d’amore. Inizialmente il matrimonio doveva essere celebrato da Don Abbondio, un prete codardo che, dopo essere stato minacciato dai ‘bravi’ di don Rodrigo, si rifiuta di celebrare il matrimonio. Don Rodrigo era un ricco signore temuto da tutti che, dopo essersi perdutamente innamorato di Lucia, la fece sua prigioniera. Quest’ultima riuscirà però a scappare e a unirsi in matrimonio col suo amato.
“Il personaggio di Don Abbondio è la rappresentazione dell’uomo che vuole passare la propria vita in pace, privo di coraggio e spina dorsale. Purtroppo, di uomini come lui ce ne sono a bizzeffe.
“Molto probabilmente, se il personaggio di Don Mariano fosse stato reale, l’avrebbe definito un quaquaraquà. Egli era un mafioso nel romanzo ‘Il giorno della civetta’ del siciliano Leonardo Sciascia ed era solito classificare gli uomini in cinque categorie: uomini, mezzuomini, ominicchi e quaquaraquà. Questi ultimi non erano, secondo lui, degni di alcun tipo di rispetto e considerazione.
È questo il messaggio che cerca di fare passare al commissario Bellodi che si trova a indagare per un caso di omicidio.
“Ma la mafia trovò degli oppositori che sacrificarono la loro vita. Ne sono degli esempi i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ucciso l’uno il 23 maggio 1992 e l’altro il 19 luglio dello stesso anno. Loro cercavano di combattere la mafia, che, attraverso minacce e prepotenze, mettono in ginocchio l’Italia.
“Purtroppo, noi italiani possiamo definirci ‘discepoli’ di Don Abbondio: infatti, chiudiamo gli occhi di fronte alle ingiustizie, quando invece dovremmo urlare e farci sentire. Ma da chi? Dal governo che si allea con i mafiosi stessi? O dall’Europa intera … Ma a che servirebbe?! Nessuno ha il coraggio di farsi avanti e a mettersi in gioco per cambiare il corso della storia.
“Ma se noi non superiamo lo scalino della paura, niente cambierà e i mafiosi continueranno a fare quello che hanno sempre fatto, così come i politici corrotti; noi continueremo a lamentarci inutilmente e Falcone, Borsellino, Don Pino Puglisi, Peppino Impastato, Dalla Chiesa e molti altri saranno davvero morti per nulla.
“Dovremmo seguire il loro esempio: loro non avevano paura, tutti i giorni ricevevano minacce e temevano per le proprie famiglie, ma non sono mai rimasti in silenzio, e hanno lottato contro chi voleva chiudere loro la bocca.”

Alla giovanissima studentessa, Polibio ha chiesto come si era comportata quando si era trovata a scegliere tra “glielo”, “gliel’ho” e “glielò da mettere al posto dei puntini nella frase “Non ti preoccupare, ………. detto io a Francesco che domani non vieni”. La risposta è stata decisa e corretta: “Erano tutti sbagliati, ma io ho scelto ‘gliel’ho’. Si trattava comunque di un errore, di un errore commesso da chi aveva proposto le tre opzioni, perché, se c’è gliel’ho, non può esserci Francesco. La frase giusta è: “Non ti preoccupare, l’ho detto io a Francesco che domani non vieni”.
Ed è certamente vero. Che voto meriterebbe chi ha elaborato quel quiz? E che voto meriterebbe chi ha verificato la “correttezza” di quel quiz? E che voto meriterebbe l’invasione dei quiz, dei cruciverba e dell’enigmistica negli istituti scolastici, certamente invalsi nonostante la contrarietà, oggettivamente spiegata, dei docenti e dei genitori degli studenti?

Lo sappiamo tutti di cosa ha bisogno il sistema scolastico: un maggior numero di ore di attività didattica; l’eliminazione delle classi pollaio e quindi la riduzione degli alunni in ciascuna delle classi; le attività che trovano riferimento nel vissuto di tutti i giorni; le attrezzature (tra le quali, soprattutto, quelle informatiche) funzionali alla conoscenza complessiva e particolare degli aspetti culturali e caratteristici dell’attuale esistenza e di ciò che dobbiamo porre alla base della vita futura delle giovani generazioni; l’esortazione alla lettura e alla ricerca di informazioni anche attraverso la stampa e la televisione nei confronti degli studenti; le risorse economiche delle quali la formazione degli studenti non può fare a meno; le attività di aggiornamento per i docenti, soprattutto per rinnovare l’interesse a produrre il meglio di sé stessi da parte di coloro che sembrano avere smarrito la giusta via di fronte alle tante anomalie e alle paradossali assurdità nelle quali per colpa di determinati politici è precipitato il sistema scolastico. Pertanto, bisogna assolutamente evitare, oltre alle clientele e alla parentopoli, che determinati personaggi, presidi-padroni o altri che siano, navighino impegnati nella ricerca dell’extra, anche svolgendo attività di preparazione retribuita a candidati a concorsi, e per altri scopi, per società, consorzi, enti, ma anche con diversi incarichi, tra i quali le molteplici “presenze” retribuite nei corsi finanziati dalla Regione, dallo Stato e dall’Europa, nonché in corsi a pagamento, da parte di chi si iscrive per frequentarli, che si svolgono in ambito scolastico, dentro le scuole statali; la destinazione delle risorse del fondo d’istituto a scopi ben diversi da quelli che si evidenziano, oltre che a “tempo indeterminato”, clientelari e di appropriazione da parte di determinate figure.
Questo e tant’altro, con determinazione e con coraggio, perché “non possiamo definirci ‘discepoli’ di don Abbondio”. Una ‘lezione’ significativa ci è stata data dalla studentessa di 13 anni e 6 mesi, ed è contenuta nel suo elaborato di italiano degli esami di terza media, conclusivi del triennio della scuola secondaria di primo grado, elaborato del quale Polibio riporta qui la parte conclusiva: “Chiudiamo gli occhi di fronte alle ingiustizie, quando invece dovremmo urlare e farci sentire. … Se noi non superiamo lo scalino della paura, niente cambierà e i mafiosi continueranno a fare quello che hanno sempre fatto, così come i politici corrotti: noi continueremo a lamentarci inutilmente e Falcone, Borsellino, Don Pino Puglisi, Peppino Impastato, Dalla Chiesa e molti altri saranno davvero morti per nulla. … Dovremmo seguire il loro esempio: loro non avevano paura, tutti i giorni ricevevano minacce e temevano per le proprie famiglie, ma non sono mai rimasti in silenzio, e hanno lottato contro chi voleva chiudere loro la bocca”.

Polibio
polibio.polibio@hotmail.it

Polibio ricorda ai suoi lettori che, oltre a essere postati sui siti che attualmente li accolgono, è in fase di costruzione il proprio sito http://www.polibio.net nel quale saranno inseriti tutti gli articoli scritti dal luglio 2010 al luglio 2012, nonché quelli, di volta in volta, successivi