altDa percorsi di M.Allo Così ha dichiarato Cattafi: “Cominciai a scrivere versi in preda a non so a quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, dolci. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo… Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hurricane, degli Spitfire.. .Me ne andavo nella colorita campagna nutrendomi di sapori, aromi, immagini. La morte non era un elemento innaturale in quel quadro: era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la viottola”. “La poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini”. “La poesia nasce sotto il segno apparente dell’imprevisto… Poesia è dunque per me avventura, viaggio, scoperta, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale”.

Il lavoro di Cattafi è un lavoro “artigianale”, non solo per la scrittura e riscrittura dei suoi versi, quanto per la quotidianità e naturalezza del suo scrivere, talvolta , come testimonia Raboni, più di un componimento al giorno, lasciando da parte, ovviamente alcuni periodi di silenzio, in cui prevalse forse la realtà sulla parola, in cui tra l’altro una diversa forma espressiva, quella pittorica, prese il sopravvento. Silvio Ramat, che forse più d’ogni altro ha tentato di sistematizzare la poesia italiana del Novecento in tutte le sue espressioni maggiori e minori, per Cattafi non ha trovato di meglio che parlare di “quarta generazione”e di linea lombarda degli anni cinquanta, citando Luciano Erba principalmente e poi Nelo Risi, Giorgio Orelli e Giovanni Giudici, per avvertire subito dopo però che Cattafi si muove ai limiti e ai vertici “degli avventurosi percorsi tronchi, che distinguono questa esperienza di generazione “, rispetto alla cultura precedente.

altLa ricerca poetica di Bartolo Cattafi (Nato a Barcellona Pozzo di Gotto 6 luglio 1922 e morto a Milano, 13 marzo 1979) Laureatosi in giurisprudenza visse tra Milano, dove lavorava come pubblicitario e la Sicilia. I viaggi che compì in Europa ed in Africa diventarono i motivi ispiratori di alcune sue raccolte di poesie come Partenza da Greenwich del 1955. Bartolo Cattafi (1922-1979) è tra le più imponenti personalità poetiche del nostro tempo, ma anche tra le più trascurate dalla critica militante. Grazie ad Ada De Alessandri Cattafi che ha messo a disposizione l’archivio completo del poeta con lettere, inediti, carte manoscritte e varianti delle poesie, questo volume può oggi offrire un bilancio maturo e completo di Cattafi e della sua opera.La sua prima raccolta di versi, Nel centro della mano, venne pubblicata nel 1951 e ad essa seguirono altre raccolte come Le mosche del meriggio nel 1958, Qualcosa di preciso nel 1961, L’osso, l’anima nel 1964, L’aria secca del fuoco nel 1972, Il buio nel 1973, Ostuni, nel 1975, La discesa al trono nel 1975, Marzo e le sue idi nel 1977, L’allodola ottobrina nel 1979, Chiromanzia d’inverno pubblicata postuma nel 1983 e Segni 1986. Il suo vagabondaggio giovanile senza meta o forse alla ricerca di una meta, il febbrile rincorrere una scoperta elencandone i dati, scoprendone l’angolo di visuale in cui la sua presenza si rivela come metafora e diventa leggibile, quindi il ritorno e l’ancorarsi alla Sicilia, al suo paesaggio, coltivando il disincanto dell’errore dell’aver creduto sono gli estremi di quella tragedia della conoscenza che è proprio nella mancanza di una verità finale: ” il libro di lettura della vita” secondo una definizione di Caproni . Un’arte dalle fughe è definizione consona per l’opera di Cattafi, sia per quel che riguarda ogni singolo componimento, sia prendendo tutto il suo arco produttivo, , in cui “esposizione” e “svolgimento” appartengono ai primi anni , mentre negli anni settanta c’è una concentrazione espressiva tendente allo stretto finale, in cui le voci subentrano una a ridosso dell’altra a distanza sempre più ravvicinata. Un viaggio, la parola è sempre quella, che si svolge a livello di radici, che sono sempre , meravigliosamente e disgraziatamente le stesse:”Avanti, sputa l’osso:/pulito, lucente,levigato,/senza frange di polapa,/l’immagine del vero,/ammettendo che in questo/unico osso avulso dal contesto/allignino chiariti, concentrati,/quesiti fin troppo capitali./Credo che tu non possa/ farcela; saresti/cenere nella fossa,/anima da qualche parte”. I versi essenziali de L’osso, in cui il poeta parla con se stesso sembrano centrali alla comprensione di ogni discorso a livello formale, quanto a livello di ricerca metafisica, senza naturamente voler vedere i due termini separatamente.Ingannare il tempo, titolo di un’altra poesia de L’osso, l’anima, non vuole certo dire ingannare anche se stessi, se l’invito è “fruga senza perdere / il dono della vista”. Quei sentimenti, quel vedere che erano stati alla base di tutta la tradizione decadente e crepuscolare, trova in Cattafi una trattazione assolutamente nuova, che rompe con ogni facile ironia o doloroso ripiegamento, non c’è fiducia e non c’è fuga , ma una razionale presenza , una ricerca continua di coscienza nel leggere la vita prima, non in un recupero della memoria, ma per cogliere drammaticità e contraddizioni esistenziali. L’originalità di Cattafi è anche in questo suo divenire, nel suo percorso circolare, è scrittura esplorativa, è conoscenza della sostanza del vuoto, del sempre uguale, e accettazione, non tradimento della vita, quindi prova d’amore, testimonianza, nello scontro, di una necessità e di una volontà del vivere, che si traduce magari nella lingua asciutta e poliedrica della sentenza, dell’immagine ambigua, quasi del pensiero aforistico. “La nostra più intima biologia” quest’ultima è per Cattafi la sfera a cui appartiene la poesia “Che nasce sotto il segno apparente dell’imprevisto”, per rivelarsi “avventura, viaggio, scoperta, vitale riperimento degli idoli della tribù, tentata decifrazione del mondo, cattura e possesso di frammenti del mondo, nuda denuncia del mondo in cui si è uomini, cruento atto esistenziale”,secondo quanto si legge in una confessione scritta agli inizi del suo impegno poetico, per l’antologia novecentesca di Spagnoletti.