“Le mille bolle blu” al Musco, vola più in alto del pregiudizio una storia omosessuale siciliana degli anni ’60

Si nasce destinati a ruoli sociali e familiari prestabiliti. E nemmeno l’amore può vincere su questa gabbia ineluttabile. O forse sì?

Su questa scommessa si gioca la pièce “Le mille bolle blu” andata in scena il 9 e 10 novembre, tra grandi e appassionati consensi, al Teatro Musco di Catania nell’ambito della fortunata rassegna Palco Off, sapientemente organizzata dalla brava e attenta Francesca Vitale, che sempre sceglie per i suoi affezionati spettatori spettacoli originali e densi di significato.

Filippo Luna, regista e unico mattatore sulla scena, ha dato vita a un monologo scritto dal giornalista Salvatore Rizzo, una emozionante storia d’amore omosessuale, ambientata nella Palermo degli anni ’60. Protagonisti Nardino e Manuele, due giovani ventenni appartenenti a contesti sociali molto diversi, l’uno figlio di barbiere di borgata, l’altro rampollo d’avvocato. Eppure proprio la sala di proprietà del padre di Nardino, sarà lo sfondo e l’alcova, sulle note della famosa canzone di Mina, della loro tormentata vicenda, ricostruita a ritroso dal momento della morte di Manuele.

Filippo Luna si destreggia abilmente tra amore, struggimento, paura della società e doveri familiari con una recitazione mai sopra le righe, ma sempre attenta a far emergere le pieghe riposte dell’animo dei due sfortunati amanti. Trent’anni d’amore sì, ma anche trent’anni di clandestinità e di finzioni, in tempi in cui anche solo accennare all’argomento era impensabile. Eppure lo spettacolo ha riservato, a dispetto della serietà del tema, anche momenti di grande ilarità: merito delle abili modulazioni della voce dell’attore, capace di attraversare con nonchalance tutti i registri e di ammaliare gli spettatori con il suo palermitano verace, la sua mimica naturale e nervosamente agitata, adeguatamente sottolineata da un efficace gioco di luci. Bello ed accattivante  anche lo sfondo su cui si è mosso, occupato da una suggestiva foto in bianco e nero che Luna (nel consueto dibattito dopo spettacolo con il pubblico)  ha poi svelato essere un ricordo del cuore, l’immagine del padre ragazzo con un amico al mare.

Così, a undici anni dal debutto, con questo spettacolo si ride, si riflette, si soffre un po’ dinanzi a due vite di (finti) mariti e padri di famiglia,  in fondo tragiche,  se a Nardino non è concesso di piangere il suo amante nemmeno da morto.

Sic est. Ma, malgrè tout, ne sarà valsa la pena. Davvero muore lentamente chi evita una passione. Perché, allora come adesso, amare, questo è il grande messaggio dello spettacolo, non è mai un errore, oltre ogni barriera, oltre ogni pregiudizio, volando tra mille bolle blu…

Silvana La Porta

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.