altL’economista ceco Tomas Sedlacek, autore de “L’economia del bene e del male”, è convinto che una politica economica che ha come unico obiettivo la crescita è destinata a produrre debito. Ancora giovanissimo è stato consigliere economico del presidente Vaclav Havel. La Yale Economic Review lo ha definito “uno dei 5 economisti più promettenti del mondo”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’economista Tomas Sedlacek
“Il frutto avvelenato dell’avidità”
di Romain Leick – Il Fatto Quotidiano – 10 aprile 2012 – pag. 12

L’economista ceco Tomas Sedlacek, autore de “L’economia del bene e del male”, è convinto che una politica economica che ha come unico obiettivo la crescita è destinata a produrre debito. Ancora giovanissimo è stato consigliere economico del presidente Vaclav Havel. La Yale Economic Review lo ha definito “uno dei 5 economisti più promettenti del mondo”.

Nel film Wall Street di Oliver Stone nel 1987, il finanziere Gekko (Michael Douglas), enuncia il credo del neoliberalismo: “L’avidità è un bene”. La crisi ha rimesso l’avidità nel posto che occupava, cioé tra i 7 peccati capitali?
Gekko grazie all’avidità si arricchisce, ma poi ne rimane vittima. Nella storia del genere umano l’avidità è sempre stata un Giano bifronte: motore del progresso e causa della nostra sciagura. Il peccato originale nel giardino dell’Eden fu in fondo un peccato di avidità.

Il male è la conseguenza dell’insaziabilità?
Le richieste degli uomini sono la maledizione degli dei. Basti pensare a Pandora nella mitologia greca e a Gilgamesh nella mitologia mesopotamica per capire che il desiderio rompe l’armonia dell’uomo con la natura.

In sostanza l’uomo vive in una condizione di insoddisfazione esistenziale?
Non si tocca mai il punto di saturazione. Il consumo è come una droga. Per dirla con le parole del filosofo marxista Slavoj Zizek: “Ragion d’essere del desiderio non è soddisfare un bisogno, ma riprodurre sé stesso”. Nel film Fight Club, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk, il protagonista, Tyler Durden, dice all’amico che disprezza il suo lavoro: “Facciamo lavori che odiamo per comprare merda che non ci serve”. È la cacciata dal Paradiso trasferita nell’epoca moderna.

Eppure l’uomo, come se non riuscisse a dimenticare il paradiso perduto, continua a sognare l’armonia dell’equilibrio.
Il dilemma della condizione umana è sempre lo stesso: progresso o soddisfazione? Non possiamo averli entrambi. Due sono le strade per ridurre il divario tra desiderio e soddisfazione, tra domanda e offerta: possiamo produrre più beni e incrementare il potere di acquisto della gente. Questa è la ricetta edonistica scelta sin dal tempo dei greci e dei romani. Poi c’è il programma opposto, quello degli antichi Stoici. Ridurre la domanda in modo che coincida con l’offerta. Diogene, chiuso nella botte, era convinto che meno si ha più si è liberi. Per molti aspetti è un pensatore moderno, il prototipo della critica alla civiltà contemporanea e alla tecnologia. L’equazione “più è meglio” non funziona più e questo fa di Dio-gene un contemporaneo.

È facile consumare di più, molto più difficile accettare di consumare di meno.
Sì, la scala sociale quando si debbono scendere i gradini è sgradevole, dolorosa. La realtà è che i nostri desideri quando vanno al di là dei nostri bisogni biologici fondamentali sono determinati dalla cultura. Vogliamo vivere come attori che interpretano sé stessi. Aristotele riteneva l’eccesso la più grande debolezza dell’uomo e considerava la moderazione il solo modo per evitare l’eccesso.
L’economia è come andare in bicicletta: se non pedali cadi?
È più come camminare: si rimane in piedi anche restando fermi. Il settimo giorno Dio si riposò non perché fosse stanco, ma perché era soddisfatto della sua creazione. Secondo la Bibbia i debiti dopo 49 anni venivano dimenticati e rimessi. Il meglio è il peggior nemico del bene.

In oltre mezzo secolo il comunismo non è riuscito a conseguire questa forma di autosufficienza. Come mai?
In realtà non è il comunismo, ma il capitalismo a comportare una rivoluzione permanente che spinge la gente a lavorare sempre di più con il miraggio del successo.
Karl Marx scrisse “Il Capitale” nel mondo di Oliver Twist. Oggi probabilmente non penserebbe che c’è bisogno di una rivoluzione. Non si tratta di essere comunisti, ma di avere il senso della comunità. Solo un folle egocentrico può essere felice in una società in cui è il solo a esser ricco. Ne “La teoria dei sentimenti morali”, Adam Smith, fondatore della moderna economia, considera la simpatia fondamento della moralità e forza trainante dell’attività umana. Smith prende le distanze dal contemporaneo Bernard Mandeville secondo cui i vizi privati generano le virtù pubbliche. Smith ci ha insegnato che non esiste economia senza valori morali. Una società funziona se poggia su tre pilastri: moralità, concorrenza e regole. Una società fondata sull’egoismo amorale sprofonda nell’anarchia.

Ma non è compito degli economisti stabilire quali sono i criteri etici.
E invece sì. L’etica è il fulcro dell’economia. Una economia senza valori non esiste. Affermare il contrario è un giudizio di valore e, in quanto tale, una posizione ideologica. Una decisione economica è sempre una decisione morale.

Come la pensa sulla crisi del debito?
Una vita avida è una bella vita? È questo che vogliamo? L’economia deve essere la scienza della felicità. So che mi danno dell’ingenuo e del moralista, ma molti cominciano a capire cosa intendo dire. In una democrazia con una economia di libero mercato, bisognerebbe privare i politici del diritto di fare debiti. Dobbiamo liberarci dell’ossessione della crescita economica. Ma queste cose le ha dette in maniera brillante il poeta inglese John Milton: “Chi è padrone di sé stesso e governa passioni, desideri e paure, è più di un re”.