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Ha ragione il Presidente della Repubblica, che è il massimo garante della Costituzione, su secessione e ‘porcellum’ e sul degrado della politica. Ma sarebbe un delitto lasciarlo solo, limitandoci ad una condivisione meramente intima. Sarebbe l’ennesima occasione sprecata ….

 

 

 

 

 

Lettera aperta di un ‘impolitico’

di Lanfranco Scalvenzi

Ha ragione il Presidente della Repubblica, che è il massimo garante della Costituzione, su secessione e ‘porcellum’ e sul degrado della politica. Ma sarebbe un delitto lasciarlo solo, limitandoci ad una condivisione meramente intima. Sarebbe l’ennesima occasione sprecata di fronte alla necessità di dare un senso al nostro essere cittadini di un Paese di millenaria civiltà, che continuiamo ad amare. ‘La politica siamo tutti noi’ dice Napolitano, quindi se si degrada è anche per responsabilità nostra. Per vent’anni siamo stati intossicati da comportamenti, parole che hanno ingannato gli italiani,  all’unico fine di costruire sgabelli per un nuovo ceto di privilegiati, senza arte né parte, che hanno percorso il Paese, il ‘nostro’ Paese, a branchi, alla costante ricerca di un posto al sole e di un capo, un capetto che glielo garantisse per sempre. Da posizioni di privilegio e di governo, dirigenti leghisti e berluscones, presenti un po’ ovunque nei partiti, ma soprattutto in quello personale del Presidente del Consiglio e del Ministro delle Riforme, dove anche oggi nessuno riesce ad avere un’autonomia politica e di pensiero, hanno imperversato ovunque, abusando di parole come libertà, federalismo, secessione (alcune false, altre incostituzionali), utilizzando strumenti potentissimi, per costruirsi un consenso che permettesse loro di usare la politica, degradandola, come un lasciapassare per farsi gli affari propri. So che ci sono state  non poche eccezioni. Ma chi ha tentato di resistere è stato emarginato, o alla lunga si è autoescluso alla ricerca di aria più salubre, altrimenti è rimasto annidato dentro le pieghe della politica in attesa di tempi migliori. Ma l’andazzo generale era ed è ancora oggi questo. E’ stata una lenta discesa agli inferi, pericolosa perché non percepita come tale, tollerata, colpevolmente come fosse un aspetto del folklore nazionale.

Ciò ha scardinato i rapporti interni alla Società e, per alcuni aspetti, la stessa cultura della convivenza civile, alla base della quale gli interessi privati ed il bene comune dovrebbero incontrarsi senza stridere, tenersi inscindibilmente per mano nell’interesse di tutti. Hanno prevalso furbizia a buon mercato, violenza e prevaricazione, mancanza di rispetto reciproco, disprezzo per il diverso, incuria verso tutto quanto non fosse soddisfazione immediata di un desiderio, autentico o indotto che fosse dalle miserie televisive, irresponsabilità e, persino ignavia. E si è prodotta assuefazione, persino dipendenza, come avviene nel consumo di droga. Stigmatizziamo giustamente il gesto di un soggetto, bisognoso di cure, che sfregia i monumenti di piazza Navona. Poi accettiamo gli innumerevoli sfregi che sono stati inferti, soprattutto da chi ha più potere, all’immagine di questo Paese, alla sua cultura millenaria, ai nostri cervelli assopiti dalle miserie di un virtuale in salde e vergognose mani, che s’intreccia ad un reale di cui man mano si è venuta perdendo la percezione vera, come nel palazzo di Atlante ariostesco, dove ognuno non vedeva che la proiezione dei propri bisogni e dei propri desideri.

La politica, non solo quella dei politici di professione, ma quella che noi cittadini facciamo più o meno quotidianamente, con le scelte che facciamo, o che omettiamo di fare per una qualche miope convenienza immediata, è diventata uno strumento di potere e basta. Serve a coltivare privilegi, a fare quattrini, a infinocchiare gli altri, a partire dai propri sostenitori. E non c’è più confine tra menzogna e verità.

Napolitano ha ricordato che qualcuno, per aver sostenuto posizioni che mettevano a repentaglio l’unità del Paese, garantita dalla Costituzione, è andato in galera qualche decennio fa, citando il caso di Finocchiaro Aprile.

Dove dovrebbero andare costoro che, da posizioni di governo, dopo aver giurato sulla Costituzione, hanno continuato, per interesse di bottega e in rappresentanza (presunta) di sparute minoranze, a lavorare contro la Costituzione? Dove dovrebbero andare coloro che, avendo le massime responsabilità di governo, per interesse o per ignavia, non sono mai intervenuti, com’era loro dovere, per impedire quel disastro, prima culturale, poi civile? Costoro continuano a straparlare di autodeterminazione dei popoli, non tenendo conto che questa formula ha un senso solo quando i popoli esistono veramente per una comunanza di lingua, di religione, o di costumi consolidati e intendono liberarsi da un giogo a loro estraneo, non per l’aspirazione irresponsabile di qualche pataccaro che su queste parole, ripetute come un mantra, ha costruito, ingannando troppa gente, le proprie fortune politiche. Scrivo queste cose con molta preoccupazione, perchè ricordo quanto è successo nei Balcani negli anni ’90: la tragedia di popoli in preda a convulsioni etniche e religiose, sfruttate in modo criminale da demagoghi da strapazzo, tardivamente colpiti dalla giustizia internazionale.

Come ci si può stupire se oggi, di fronte a una crisi di proporzioni planetarie, ci scopriamo senza gli anticorpi necessari, senza un governo degno di questo nome e per qualcuno anche senza futuro? Pericolo di default economico, civile, pericolo di non trovare nemmeno nella nostra cultura le risorse per reagire, pericolo che qualche indegno governante sedicente padano scommetta sul disastro che ne deriverebbe per aggregare il nord alle regioni germaniche. Persino la nostra lingua non riesce a descrivere con efficacia questi scenari.

Come può stupirsi ora la Chiesa, che è sempre stata ben presente in questo Paese ed ha sempre contribuito in modo determinante a plasmarne i costumi e la cultura e non è mai andata in vacanza su un’altra galassia, dell’approdo etico, dopo vent’anni, di questa indegna classe dirigente?

Vent’anni di assuefazione al peggio ci hanno fatto digerire troppi rospi. E ci impediscono di sentire quanto ci farebbero schifo in condizioni normali. Ci hanno resi permeabili allo spaccio pubblico delle idiozie più dissennate, dei comportamenti più ridicoli da parte di chi aveva il compito di guidare il Paese verso il futuro. Questo fa ridere il mondo, ma non fa ridere i nostri figli, i nostri nipoti, che non hanno un lavoro e, se ce l’hanno è talmente precario che non permette loro di intravvedere un dopodomani; che hanno una scuola dove gli insegnanti svolgono la loro preziosissima funzione in condizioni tremende, nell’ingrato compito di preparare alla vita dei cittadini consapevoli, non solo dei consumatori acritici e passivi di una marea di informazioni e di messaggi, molti dei quali sono meramente propagandistici. 

Cosa i diranno domani questi ragazzi, se riusciranno a costruirsi, malgrado tutto, un’autonomia di giudizio? Diranno: ‘dov’eravate voi’? Dov’era la società che si autodefinisce civile? Dov’era quella  classe dirigente diffusa, che esercita dei poteri pur non avendo incarichi istituzionali? Dov’erano gli intellettuali?

Dov’eravamo?

Ma forse non è troppo tardi, forse è possibile un nuovo 25 aprile (non è un caso che molti di questi privilegiati non riconoscano il valore ed il significato di questa data). La Storia è un flusso continuo di avvenimenti con caratteristiche molto umane. La Storia siamo noi, canta De Gregori. Non c’è nulla di predeterminato. Forse è ancora possibile cambiare e certo è necessario.

E’ necessario intanto mettere in ordine i conti pubblici e invertire il processo di indebitamento dello Stato. E’ giusto che tutti concorrano, ma con quell’equità che finora non c’è stata. C’è ancora un oceano di evasione fiscale: non occorrono proclami propagandistici, ma misure concrete che coinvolgano i Comuni e le municipalità delle grandi città. Ci sono grandi concentrazioni di patrimoni che non vengono tassati: non serve una misura una tantum, ma una patrimoniale leggera spalmata in tempi lunghi, una misura strutturale quindi. Ma contemporaneamente bisogna aprire veramente questa società, che è nostra fino a prova contraria, farla uscire dalle meschinità corporative con delle liberalizzazioni vere, fare le riforme che ormai tutte le parti sociali invocano, a partire da quella riguardante la giustizia civile (non quella dell’ordinamento giudiziario, usata come arma di ricatto dal Presidente del Consiglio per salvarsi dalle inchieste giudiziarie), la cui mancanza non solo ci costa un punto di PIL all’anno, ma è causa di inenarrabili sofferenze individuali e della sensazione che la giustizia non serva a nulla. Soprattutto è necessario investire risorse e speranze nella scuola e nella formazione, nella cultura in generale e nel lavoro, inteso non solo come un posto da occupare, ma come un valore guida della società nel suo insieme.

Ma la prima riforma da fare è liberarci dei mascalzoni, dei profittatori, degli imbroglioni eternamente avvinghiati ai simboli del potere, che hanno promesso la rivoluzione liberale ed hanno invece trasformato aree consistenti del Paese in un bordello, nel quale ognuno, dopo essersi impossessato di un pezzo di bene comune,  vende se stesso senza alcuna dignità, con un sorriso ebete sulle labbra ed il coltello fra i denti. E lo fa volentieri, stupendosi dei disagi che crea: il meretricio eretto a sistema, con l’alibi del ‘così fan tutti’. E’ evidente che la ricostruzione di questo Paese passa anche attraverso la ricostruzione delle classi dirigenti e delle elites. Dev’essere sfatato il luogo comune che Tomasi di Lampedusa mette in bocca a Tancredi nel Gattopardo: ‘…Perché tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi…’ E’ un avviso ai naviganti e i naviganti sono i cittadini che veramente vogliono bene a questo Paese.

Siamo ormai in tanti ad avere consapevolezza che il fondo è stato toccato, nonostante tutto, persino al di là degli stessi schieramenti politici, intossicati dalla propaganda e da un ‘dover essere’ che umilia qualsiasi mente pensante. Anche le organizzazioni imprenditoriali ce l’hanno, oltre ai sindacati perennemente ed incomprensibilmente in lite tra di loro, le associazioni di diverse tendenze, la stessa Chiesa Cattolica. Cos’è che ci impedisce di unirci per uscire dal collo di bottiglia in cui ci siamo cacciati? Cos’è che ci fa ancora diffidare l’uno dell’altro se non la disperazione che ci viene dal mondo che vogliamo lasciarci alle spalle? Chi ama questo Paese di grande e millenaria cultura, questo Paese a volte meschino, ma capace anche di grandi slanci, generoso, ospitale da sempre in fondo e creativo, non può che fare quello che fanno tutti coloro che sono costretti ad aprire gli occhi di fronte agli esiti nefasti di una grande calamità: snebbiarsi il cervello, rimboccarsi le maniche ed accostarsi al vicino per cominciare a sgombrare il campo dalle macerie, senza chiedergli che storia ha alle spalle. Non è forse questo che hanno cominciato a fare quei cittadini di Parma che, accortisi dell’inettitudine e in molti casi dell’indegnità del Sindaco e degli amministratori di maggioranza che avevano contribuito ad eleggere, hanno  manifestato senza tregua per mesi, tra innumerevoli indagini giudiziarie che coinvolgono anche un po’ di burocrazia e imprenditoria, per ottenerne le dimissioni? Le hanno ottenute. Ora bisognerà ricostruire su basi nuove. Se questo è avvenuto nella piccola Parma, può avvenire anche nel resto d’Italia.

Lanfranco Scalvenzi