altNon ci si diventa professorè, come sono io ci si nasce, perché se nasci in un posto, quel posto sei e io sono nato a Brancaccio. E’ inutile ca dicinu che siamo gente rispettabile. Esatto. Siamo rispettabili, ma del rispetto nostro. Quello che ci dice cosa fare e cosa non fare e quello è, non ci scappi.


Lettera dell’ultimo della classe.

di Mila Spicola


La mia lettera d’amore alla scuola è un regalo alla redazione intera de L’Unità e a Concita De Gregorio che in questi ultimi tre anni hanno intrapreso con testardaggine e coraggio la battaglia a difesa della scuola statale: con articoli, campagne, appelli, blog..tra cui anche il mio. Un “tema noioso”, con poco appeal, certo non da “marketing giornalistico d’assalto”. Di questo, la scuola intera non può che esservi grata.

Immensamente grata lo sono io, specie da oggi, quando ho visto raggiungere le centomila firme all’appello a difesa della scuola. Allora un certo “appeal” c’è. Più che altro se ne capisce l’emergenza e l’urgenza, di quella difesa. Adesso più che mai.

Dopo tre anni di lotte continue, a volte solitarie, a volte meno solitarie, osteggiati, strumentalizzati, ignorati, quelli di noi che non hanno smesso un attimo di crederci, adesso cominciano a respirare un’aria diversa: il respiro della comunità. Questo è la scuola, prima di ogni cosa: un modello di comunità a fronte di un mondo di individualismo. Questo volevamo suscitare e quello che abbiamo seminato ora inzia a crescere. Io penso che gli italiani cominciano a sentirne la mancanza.

Ed eccoci dunque: a scendere in piazza, a unirci per cause belle e nobili, a guardare altrove compiersi lotte incredibili per la dignità e sentirne noi per primi l’esigenza: dignità che è innanzi tutto identità. Sarà la coincidenza con le celebrazioni dell’Unità d’Italia, ma gli animi si risvegliano al pensiero di quelle parole: dignità, identità, unità. Unità: è il nome di questo giornale.

Il mio regalo dunque, la mia lettera d’amore per la scuola va a voi, è un’esclusiva. Una delle lettere escluse dal mio libro (è un po’ lunga, ma come tagliarla? Mi perdonerete…mi accontenterò, questa volta, di 24 lettori). Per me è la più bella: la lettera dell’ ultimo della classe. La prima. Non era la “lettera di una professoressa”, ecco perché non è nel libro, dove si trova la mia risposta. Uno degli ultimi, quelli che tengono inchiodati molti di noi insegnanti all’amore per questo lavoro.

C’è chi lavora, vive, insegna per i primi. C’è chi lo fa per gli ultimi. Delle classi come della vita. La scuola statale prende gli ultimi e li rende uguali ai primi. Ecco perchè la amo. I tagli nella scuola hanno colpito essenzialmente gli ultimi: con minori attenzioni sono quelli che vanno via, che si arrendono. Dovranno passare sui nostri cadaveri quanti offendono, dimenticano, trascurano i nostri ultimi togliendo loro quello che gli spetta per diritto. Ma un vento nuovo pare levarsi, contiene anche i nostri respiri.

Carissima professoressa Spicola,

mi era venuta la voglia di parlarti e ho trovato il tuo indirizzo. Una volta, arrabbiata, mi hai chiesto se mi ricordavo io dov’ero il 23 maggio del 1992. Quando ci fu il botto. Il giorno che ammazzarono Falcone e le sue guardie. Non ti ho risposto perchè sapevo che provocavi e io le provocazioni non le piglio. Non le pigliavo. Oggi mi è venuto in testa di pigliarla la provocazione e per questo ti scrivo, per provocarti e anche per dirti che tivvubbì, proessorè, ti voglio bbbene.

Tu volevi sapere come si diventa come sono diventato io: me lo hai chiesto in faccia l’altra settimana quando ti ho vista seduta nel parlatoio che non potevo crederci, di vederti qua dentro. Sinceramente e spassionatamente avrei perso pure soldi scommettendoci: che mai e poi mai mi potevo ritrovare di fronte a lei. La professoressa Spicola?!!!!
Non ci si diventa professorè, come sono io ci si nasce, perché se nasci in un posto, quel posto sei e io sono nato a Brancaccio. E’ inutile ca dicinu che siamo gente rispettabile. Esatto. Siamo rispettabili, ma del rispetto nostro. Quello che ci dice cosa fare e cosa non fare e quello è, non ci scappi.

Non il rispetto suo professorè, quello che vi affannate tutti a raccontarci, che un giorno dice cosa fare e il giorno dopo non lo fa. A mia mi veni arridiri. Mi viene da ridere. E lo sai bene che quando mi viene da ridere io rido. Ridevo allora e rido assai di più ora, che sono maggiorenne e ci ho la patente seria, quella della risata in faccia.
No, no, professorè, a te non ti rido aperto. Ti sorrido. Ho imparato a parlare profossorè. Te ne sei accorta. E anche a scrivere. A dire quello che penso. Poco però e a pochi.
Io lo so dov’ero quel giorno. In braccio a mia madre, diciassette anni fa, e ora ne ho 18. Porco di chiuddu ca sta nda ncapu, e per questi 18 anni sono qua dentro.

E’ stato per puro miracolo che mio padre non era lì quel giorno, professorè. Pelo Pelo mio padre non era lì: e se l’è persa. Chè ci doveva essere pure lui ma io avevo la febbre alta, altissima, e fu per me, solo per me e mia madre che quel giorno non uscì di casa, proessorè..e..niente botto.
Ma poi ne fece una peggio e ora è al 41 bis: un indirizzo preciso, proessorè. 41 bis e me patri nni lu iucammu. Ce lo siamo giocato. Per mia madre fu quasi meglio, sai? Che lei la testa l’aveva a un altro e l’hanno cacciata via, l’hanno buttata fuori di casa, quelli della mia famiglia, la famiglia di mio padre. Io ogni tanto la vedo questa signora, mia madre, sta sei porte dopo la mia, mia madre. Ma la vedo solo da lontano..di nicu non me la facevano vedere, proessorè. Ca cu me patri ngalera lei non lo doveva fare quello che ha fatto e campa solo perché io sono buono.

A mmia me nonna mi criscì, proessorè, mia nonna mi ha cresciuto, a si..vero..lei lo sa, chè una volta mi venne a cercare fino a casa. Se lo ricorda? Minchia proessorè, mi prese un colpo di sale appena entrai in casa e la vidi seduta in poltrona, nel salotto. Con la tazzina di caffè in mano e mia nonna che non sapeva che dire. Povera vecchia chi nni vuliva, proessorè? “Francesco deve tornare a scuola, signora, non è possibile continuare così, dobbiamo avvisare i servizi sociali, rischia che glielo portano via”..Calava la testa mentre lei parlava, ma io lo so: non capiva nulla, la poverella, nenti, che già era malata e io da solo sono cresciuto, proessorè, chè se non la facevo mangiare io quella vhicchiarella non mangiava mica, gli ultimi tempi. Anche se il soldi a noi non ci sno mai mancati, ce li davano per crescermi, a me e a mia nonna. A me i soldi non sono mai mancati.

Pressorè tu te lo vedi Amici?, Minchia proessorè, tutti sti fimmini incantate e alluccunate se lo vedono e mi tocca vedermelo pure a me questa micnhiata. No..per carità..non fare quella faccia proeossorè, non mi puoi dir nulla, né se dico “minchia” e lo dico: MINCHIA, né se ti dico tu. Tu proessorè, tu. Tu, tu , tu , tu, TU TU TU.
Proessorè: 18anni ho finalmente, alla facciazza tua bella. No, proessorè, ti voglio bene. Ti voglio bene assai. Non scuotere la testa.
Minchia proessorè, te lo ricordi quando ho dato fuoco al registro di classe? Mamma mia, scapparono tutti, picciuttieddi e pure quella minchiona della supllente di muscia. Quella che portava in classe “i brani per l’ascolto”..ma chiamali dischi no? Chiamale canzoni! Chiamala musica, deficiente. NO. I brani per l’ascolto, a via di pernacchie la facevamo cantare. E io ho bruciato il registro. Mi girò così, un lampo in testa e dopo due minuti il lampo era lì, davanti agli occhi.

Proessorè..quella volta “minchione” me lo dicesti tu a me, quante volte? Ti lu ricordi proessorè? “Francesco!! Come faccio adesso io con te?? Verrai sospeso minimo per quindici giorni” Minchia proessorè, a mia mi viniva d’arridiri e lei saltava in piedi peggio di una taddarita. Quindi giorni, evvai. Però poi non sapevo dove andare..si ricorda? Spuntavo dalla finestra e le chiedevo di saltar dentro. Vedevo quel deficiente di Rubbino, tutto conzato a festa, con le matitine in fila e i fogli tutti belli colorati e pensavo: ma com’è possibile ca mister “ummifiu-non sono capace” è dentro e io che sono il più bravo di tutta la classe sono qua fuori? Per uno stronzo di registro? E che fu, proessorè? Che regola stronza è? Io ero il più bravo e ti ho fatto un ritratto che ancora me lo guardo di quanto è bello. Più bello assai di te. Attenzione, sapurita sì sapurita, ma bella..è natra cosa. Non ti offendere professorè. Mica possiamo essere tutti belli come a mme.

Tanto bocciato avia essiri e bocciato fui, anche per lei. Ah no? Per lei no? Non ci credo, che glielo leggevo in faccia che si era rotta la pacienzia. E adesso perché piange, proessorè? Cretina era tannu e cretina è ancora ora? Proessorè, e che cazzo, si facissi na risata proessorè. Amuni..na risata, chè solo tre anni mi hanno dato, manco fossi al 41 bis come a mmio padre. E con tre anni, me lo ha detto l’avvocato, tempo un anno e sono fuori, se mi comporto bene. E io sto andando dritto come la munnizza nel fiume oreto.

Per due motorini scassati tre anni, proessorè. Motorini. Muà. E cchifù? Ma io lo so a chi devo andare a cercare per questo regalo. Cavolo se lo so. A ddu nfami di Tony Rubbino. Si lui, lui, mister ummifiu, iddu iddu, che faceva il calmo e il santo per non andare alal guerra professorè. Promosso sempre, tutti gli anni, senza nfamia e senza gloria. Che si fa chiamare Tony, come Tony Colombo e si vesti e si fa li capiddi precisu comu a cchiddu.Preciso identico. Sta testa di minchia. Ma poco ne ha, come è vero che mi chiamo Francesco Traina.
Perché una volta, quando eravamo più carusi, ci fici lu fermu cunn’atri 4, il fermo, proessorè, il fermo.

Lui se l’è segnata. Minchia si si la signò, mi taliò in faccia e mi disse: di qua devi ripassare Francesco Traina e poi lo vedi come ti finisce, chè il fermo non si fa mai nella tua zona, ma solo in un’altra zona. Ragione in effetti aveva ragione. Ero un superficiale, un cazzone, mi piaceva fare e strafare, se lo ricorda no? Ma lui l’infame non lo doveva fare, lu nfami cu mia no: ca mi ando a infamare alla questura. La risolvevamo tra noi, come si usa fare. Una fracchiata di legnate e tutto finito. E invece no. Questura, e mi hanno beccato subito.

U fermu proessorè. IL fermo. Non lo sai cos’è? Minchia proessorè, ma tu campi come la fatina turchina? U fermu proessorè!! Ca si ferma qualche deficientello piccolo in via Libertà, o a Strasburgo, figgli di papà insomma, e ci levi qualche cosa. O tutto. A seconda della simpatia o dell’antipatia. U fermu. Minchia proessorè, ummi taliari accussì. Non mi guardare con quella faccia. E io l’ho fatto a Tony Rubbino. Una sera con qualche amico, tanto per passarci il tempo e buttargli un po’ di polvere su quelle Hogan finte tutte bianche. Ha aspettato quattro anni per ricordarselo.

E po’ pi na cosa vecchia…!! Vienimelo a dire di presenza, nfamuni! No che mi fai fare tre anni mmatula!
Proessorè, è inutile che si mette a cantare la cantilena pure adesso, con me non è strada che sunta. Figlio d’arte sono e il nome che porto lo devo tenere alto. Però quell’anno ci siamo scialati vero, proessorè? Bravo ero bravo con lei, abbè proessorè? Mi mettevo accanto alla cattedra, lei mi assegnava un disegno e io lo facevo. Zitto zitto. Mentre spiegava agli altri. Facevo finta di non sentire, ma io sentivo. E vedevo pure quei nichi dei miei compagni che la guardavano fisso e a volte li vedevo stufi stufi e le rompevo le uova nel paniere. Ma era per tenerlli svegli, proessorè…Mica per altro. Una volta smorfie, un’ altra fischi…

Cavolo come t’incazzavi. E io mi rimettevo subito all’attenti e me ne tornavo ai miei cavalli, alle mie nuvole, che non ho mai capito di che colore le volevi, le nuvole. Un giorno rosa, un giorno grigie, un giorno celesti..Bianche!! Proessorè, le nuvole sono bianche e immacolate come le lenzuola pulite. Quelle che mi sogno la notte. Si le lenzuola, anche la nuvole. Mi pianto disteso sul letto a castello e le vedo passare sul soffitto. Accendo una sigaretta, soffio il fumo e quello diventa una nuvola. Soffio ancora ed ecco un’altra nuvola. E poi un’altra , un’altra e un’altra. Fino a quando decido che giornata deve essere. Se di sole o di tempesta.

Poi mi arriva la voce di quello disteso sotto..”ma possibili ca di tutti li celli di stu nfernu ai vatu a capitari proprio a mmia?”. E’ un bravo cristiano, altro che tre anni come a mme che tra un anno sono fuori. Questo ne ha venti di anni, tutti tutti. Riosario si chiama, deto Saro, ma a lui gli paice Rosario, che è devoto alla Madonna, come sua madre. Che è ancora viva sua madre e due volte l’anno gliela portano e lui si prepara da un settimana prima. Gli capitò di ammazzare a uno, che ci vuol fare proessorè? L’embolo salta a tutti, il sangue arriva agli occhi e se sei vero maschio certe cose non le puoi vedere scorrere come la munnizza nel fiume Oreto. Le devi bloccare subito, prima che ti fai la fama del coniglio. E se ti fai la fama del coniglio la vita diventa un inferno, peggio dell’inferno di qqua ddentro, ‘che alla fine tanto inferno non è. Se ti fai rispettare.

Qua dentro ti fai conti, conti su conti, e le giornate passano tra un conto, un cuntu, na sigaretta e na nuvola. Io i conti me li so fare bene. Sempre bravo sono stato. Nonostante che quella di matematica a me non mi poteva vedere. Mi vedeva e diventava come il mio compagno del letto qua sotto quando arrivo alla quarta sigaretta una dopo l’altra.
Ddà cifara di matematica, mamma mia. Ma ccuccul’avìa? Minchia comu gridava. Ca pari c’avia a sarbari lu munnu sulu idda. Doveva salvare il mondo solo lei. Lei e la Le-ga-li-tà.

No, non fare quella faccia proessorè che a questo prima o poi ci dobbiamo arrivare. Mi sono sempre chiesto come e mai lei questa parola non la diceva mai. Le-ga-li-tà. Mentre tutti gli altri erano tutti affannati a ripeterla. Io pensavo che quasi quasi lei era nemica ii sbirri comu annautri. E invece no. Pure lei affiliata cu a Questura era, molto intima, come dire…No, no..non si preoccupi, pare che non lo so che ci ha tanti amici Là dentro. Al Tribunale. E pare che non lo sapevo pure allora. Eppure lei non la diceva mai. Quella parola.

Chidda di matematica invece era tutto un tuono e un fulmine di legalità. Partiva prevenuta sempri cu mmia. Anzi, correggo, CONTRO di mia. Si cìera na cosa nti dda classi, la colpa era mia. Sempre. O era veru o era unnmeru. E a volte me la prendevo lo stesso la colpa. Che certuni che facevano qualche minchiata mi piaceva lasciarli puliti puliti e farmeli amici amici. Come a Rosy Torrisi. Se la ricorda? Che il padre lavora al catasto ed era così assistemata. “Buongiorno professoressa!”. “Buongiorno professoressa!”. Minchia, i primi tempi unna utiva sentiri, al solo sentire il “Buo..” mi si sbotava lo stomaco. Sette chili di ruffiana. Così la chiamavo. Chè era magra magr,a ma che begli occhi che aveva. Messa là al primo banco. Nica nica. Sempre stirata a tutto punto che le mancava solo il fiocco per sembrare un cartone animato. Col diario pieno di Hello Chitty. Che ogni tanto glielo nascondevo e lei si lagnava. “Pro-fe-s-sso-re-ssaaa..che lo fa smettere a Traina che mi ruba il diario?”. I primi giorni. Fino a quando non le ho detto che non mi doveva infamiare sennò il diario lo trovava nel cassone e si mise a piangere muta muta. E piangeva e piangeva muta muta. E voi a chiedere: ma cosa è successo? E lei muta muta. E me ne sono pentito.

Ti giuro proessorè! Me ne sono pentito. Lo so che non mi credi, ca il verbo pentire in bocca a Traina pari una bestemmia. Ma io me ne sono pentito a guardare quegli occhi celesti del celeste cielo che non trovavo mai tra i colori, tutti mischiati alle lacrime. Chi ci pozzu fari proessorè? Puru Francesco Traina ha un pizzico di romanticherìa e sette chili di ruffiana mi era entrata nel cuore. Guai a chi l’avvicinava. Là doveva stare. Al primo banco, coccola di coccole, dal suo papà, dalla sua mamma, dalle professoresse tutte e puru di mia che mi mettevo alla cattedra così potevo osservarla e disegnarla. Per questo mi paiceva quando c’era lei che mi spostava alla cattedra. E un giorno, che fece la marachella puru idda, che le scappò di tirare una palla di carta che finì dritto in testa a quella di musica mentre scriveva le note alla lavagna e quella si girò gridando “chi è stato?” e lei, sette chili di ruffiana, si stava impietrendo nel banco io mi sono alzato e l’ho detto “chi vuole che sia stato, professoressa? Io! volevo far sentire ai compagni che suono fa la carta quando tocca la lavagna, come uno strumento inventato”
E tutti risero. E puru idda, sette chili di ruffiana.

Dda strunza di matematica invece sempre in fondo alla classe mi piazzava. “Perché sei alto” e io rispondevo nella testa “perché si strunza”. E mmi fici bocciari, a strunza. E poi a settembre arrieri a la prima media, per carità, cu ddi picciriddi..e poi..lei un c’era cchiu… né lei professoressa e nemmeno sette chili di ruffiana e appena vitti nfaccia ddà cosa laida di chidda di matematica proprio il primo giorno che era cominciata la scuola mi sono detto e l’ho detto a voce alta, che mi pareva che me lo stavo dicendo piano: sedici anni ho, io un ci vegniu cchiù a taliari la to facci pessima. Quella l’ha sentito e zac: quindici giorni di sospensione.

Ho capito, ho capito. Aveva ragione. Lei doveva fare il suo mestiere, a strunza, ma io dovevo fare il mio. Mica mi potevo rovinare la fama del primo degli ultimi della padre Puglisi di Brancaccio no? Me ne sono andato con quella fama alta nel cielo come i botti del festino di Santa Rosalia.

Proessorè, neanche ti ho chiesto? .come si trova allaltra scola? Più tranquilli sono?
Proessorè, più la guardavo l’altro giorno e più me la vedo davanti adesso e penso che più cretina mi sembra, se è possibile più cretina di allora. Ma possibile? Ancora si li fa futtiri li motorini, proessorè? Glieli fregano ancora? A che quota siamo? Cinque? Sei? Chè io glielo trovavo subito e se glielo facevo trovare io un ci lu pigghiavanu cchiù proessorè, a Francesco Traina li motorini nun li pigghianu. Ci facevo scrivere sopra con un pennarello nero: professoressa spicola e lei poteva lasciarlo pure di notte al Foro Italico senza catena. Ma niente. Non fu possibile. E poi l’abbiamo vista arrivare con un Free Bianco, quello dei postini. E poi con uno Scarabeo grigio metallizzato. E poi con un Liberty nero con la marmitta elaborata. Che il rumore che faceva.. .
Si ricorda? “Ma Francesco! Sei pazzo? È ricettazione!”.
Ricettacchì?
Proessorè, la guardo in faccia ora e la ritrovo tale e quale ad allora: sempri cretina mi pari. Ma cretina assai, chè pare che non lo sa come vanno le cose e come va il mondo. No proessorè, lu munnu va comu ci dicu iu, non come dice lei, si fidassi. Forse dal fiume Oreto in poi, verso la città, cambia un pochetto.

…Ma no, nemmeno dall’altro lato del fiume cambia, e glielo posso assicurare: il mondo è tutto uguale. Lo sanno tutti. Solo che ci sono quelli che sparano minchiate. “Legalità” …e quelli come lei che si stanno zitti. Ah no, non si sta zitta nemmeno lei.

Lassassi perdiri, proessorè, lasci perdere: non è strada che spunta. Non ci venga più qua dentro. Rimanga col vestito stirato e profumato come sette chili di ruffiana. A me non mi viene a trovare nessuno. Nemmeno mia madre. Nessuno.
Ma tutti accanto ce li ho, ca io sono Traina, come a mmio padre. E qua dentro è come là fuori: se non le fai buscare subito le buschi tu. Ma io non le busco: parto avvantaggiato. Non le busco certo, semmai, quando vorranno, ci partono per cose serie. Non pi na timpulata. E rrridi proessorè, ridi ogni tanto.

Adesso la saluto che non so più che dirci. Però vedo la sua faccia precisa precisa davanti agli occhi tra le nuvole di fumo e mi chiedo se c’ha ragione lei a fare la Fata Turchina, anche se non siamo nelle favole, o se c’ho ragione io, chè lo so per certo che non sono nuvole ma fumo di sicarietta.

Tuo Frank.

di Mila Spicola

3 marzo 2011

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