Esiste uno spartiacque, nella storia della scuola italiana, tra quella che andava e quella che purtroppo non va più: il Sessantotto e la sua rivoluzione culturale. E’ questa l’idea di fondo sottesa all’ultimo impietoso saggio di Paola Mastrocola (Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda, pp. 271, € 17), che ripercorre proprio la storia dell’istruzione italiana a partire da quel decisivo ed epocale momento…di Silvana La Porta (dalla terza pagina de La Sicilia del 6 marzo 2011)


La scuola prima del Sessantotto era pensata per le elite; dopo, invece, è nata la scuola di massa. La scuola di prima era meritocratica; quella dopo non lo è stata più. Ma il problema è proprio che la scuola dopo il Sessantotto non è stata  più né di classe, né meritocratica. Si sono affondate entrambe le cose, di cui però una, la meritocrazia, era decisamente positiva.

Con ironia e leggerezza, quasi con umorismo pirandelliano, la scrittrice insegnante polemizza con i vecchi mostri sacri della pedagogia, quali Don Milani e Gianni Rodari:. Perché quarant’anni fa il libro Lettera a un professoressa era assolutamente necessario, e non bisogna sminuirlo, ma resta una forte polemica sul presente, e su come tanti irriducibili nostalgici seguano ancora quel modello.

Oggi c’è la moda del liceo a ogni costo e trionfa il motto  “O liceo o morte!”: dunque la massificazione dei licei, e non tanto, come da più parti si finge di capire, l’istruzione di base, è il grande tema del saggio.

Le cose sono cambiate, e non ci sono più i figli dei contadini di cui parlava Milani. La scuola ha altri problemi:  i figli viziati dal benessere, figli a cui i genitori hanno dato tutto, a cui noi tutti non abbiamo insegnato nulla e che non studiano più. Figli che non aprono più un libro e si dilettano con sms, facebook e amenità varie.

Allora la proposta della Mastrocola è provocatoria, ma fa riflettere: liberiamo questi ragazzi, anzi facciamoli fuggire verso la libertà, una libertà paradossale, quella di non studiare, se non vogliono. Studino solo i motivati, provengano da una famiglia di contadini o di avvocati, purchè si elimini la scuola dell’”elite di massa”, la più grande aberrazione dei nostri tempi. Solo così avremo un’istruzione di livello molto alto, che chieda moltissimo ai giovani (molto studio, molto impegno, molta concentrazione) e che chieda molto anche agli insegnanti, in termini di preparazione e di passione. Una vera grande scuola.

Per ora le inermi vittime sono gli insegnanti, che si barcamenano tra le macerie di un’istruzione distrutta da anni di incuria da parte delle istituzioni. Alla fine della lettura del saggio trionfa l’immagine di quell’ultimo soldato giapponese rimasto a mitragliare per aria, a cui non avevano detto che la Seconda guerra mondiale era finita. Ecco i docenti oggi, almeno quelli che ci credono ancora, sono proprio, tristemente,  così.

Silvana La Porta (  dalla Terza pagina de La Sicilia del 6 marzo 2011)