Nel suo incontrollabile furor  rottamatorio, che ha per vittima la Democrazia, il Governo non si accontenta di accrescere la precarietà, ma, con inusitata leggerezza, espelle perfino dal girone dei precari centinaia di laureandi, relegati in un limbo che ne azzera, al momento, l’iter formativo e i sacrifici.

L’omessa considerazione della loro specifica condizione, infatti, rischia di tagliarli fuori da ogni prospettiva di inserimento nei meccanismi che presiedono all’abilitazione dei docenti, secondo un copione che, con curiosa inversione di effetti, si è già visto con i “Quota ’96”, insegnanti che avevano maturato i requisiti per la pensione all’agosto 2012 e che si sono visti condannati, invece, a rimanere in cattedra fino al 2018 per un errore grossolano della Fornero, che ha così sottratto ai tanti precari circa 4500 cattedre, inibendo il turn-over.

Il programma contenuto ne “La Buona Scuola” di Renzi, infatti, bocciato dagli studenti e dalle scuole, che in numero assai esiguo hanno risposto alla pseudoconsultazione virtuale lanciata dal ministero e che hanno emanato più di 200 mozioni collegiali in cui denunciavano l’irricevibilità e incostituzionalità delle proposte governative, prevede l’introduzione, dal 2016, di una laurea magistrale abilitante all’insegnamento, articolata in appena tre anni di studio delle discipline e in un biennio di corsi di didattica e pedagogia. Ciò vuol dire che, poiché nelle “more” non è prevista l’attivazione di alcun altro corso (TFA) abilitante, quanti stanno per laurearsi e intendono insegnare dovrebbero iscriversi nuovamente all’università, dopo due anni di inutile attesa, e affrontare, a rigore, un nuovo biennio di studi!

Di fronte a tale paradosso, gli studenti di LINK NAPOLI, Coordinamento Universitario hanno convocato, il giorno 12/02, presso la Facoltà di Lettere della Federico II, a Porta di Massa, una conferenza stampa, invitando anche i movimenti e i precari della Scuola in lotta, per illustrare la loro posizione e presentare un documento in cui avanzano la ragionevole richiesta di attivazione di nuovi cicli di TFA almeno fino al 2017, per gestire la “transizione” al nuovo modello di reclutamento previsto, modificando le linee-guida del sistema in modo che preveda una tassazione calibrata sul reddito, l’accesso ai benefici erogati dagli enti regionali per il diritto allo studio, la creazione di un consiglio del previsto tirocinio, che vigili sui diritti degli studenti, la gratuità delle prove d’esame, la regolamentazione del rapporto tra tutor e tirocinanti e la sigla di protocolli d’intesa per la qualità della didattica (Vedi link in calce, per aderire alla petizione).

La concreta prefigurazione dei loro destini e l’istanza ancora più concreta degli studenti hanno tuttavia costituito non tanto la presa d’atto del nuovo corso renziano, quanto una provocatoria e limpida presa di posizione di fronte a governi che, nella loro smania riformistica permanente, lasciano vuoti incredibili nelle fatiscenti architetture normative che vanno innalzando, stonate rispetto al panorama del paese e assolutamente prive di ogni funzionalità rispetto alle reali esigenze di studenti, docenti e famiglie.

I governi dei “nominati”, infatti, da 15 anni a questa parte, hanno dolosamente e irresponsabilmente attuato la strategia del “divide et impera”, attivando contemporaneamente canali differenti di abilitazione, allo scopo di fomentare lotte intestine tra aspiranti docenti parimenti “in regola” con le procedure e parimenti sfruttati e illusi.

Non solo. Il proliferare dei costosi corsi abilitanti o accreditanti, cui si vorrebbe condizionare anche la “carriera” dei nuovi docenti profilati dall’imminente decreto sulla “Buona Scuola”, è servito e servirebbe soprattutto a finanziare surrettiziamente un’università parimenti sfibrata e depauperata, in un circolo vizioso che mortifica la formazione e riduce la Cultura a merce di scambio o a mero pretesto per far circolare denaro.

La richiesta di un unico canale gratuito di reclutamento era stata già avanzata dai precari della Scuola l’11 aprile del 2014, nel corso di uno dei tanti colloqui avuti con l’allora Capo di Dipartimento Luciano Chiappetta e con la Responsabile dell’Ufficio Legale del Miur, Sabrina Bono. Nell’inclusiva piattaforma dei precari si poneva, infatti, il problema prioritario di neutralizzare la frammentazione dei docenti, prodotta da strategie ministeriali atte a spostare la conflittualità verso il basso e finalizzate all’occultamento interessato delle vere cause del precariato, cioè il taglio lineare delle cattedre, il condizionamento delle assunzioni al parere favorevole del MEF, previsto dalla L. 449/97, il rapporto docente-alunni, gravemente alterato dalla L. 133/2008 Gelmini-Tremonti, il taglio dei piani-orario e il mantenimento di un’inaccettabile quota di “organico di fatto” anche in presenza di cattedre vacanti.

L’incontro voluto dai laureandi (quasi tutti di materie umanistiche, le più penalizzate dai nuovi tagli e dall’ennesima controriforma annunciata) è stato molto proficuo soprattutto sul piano dello scambio di idee sulla formazione, sulla “insegnabilità” dell’arte (o della tecnica?) dell’insegnamento, delle sue pratiche, della sensibilità che occorre, e, infine, sul temuto sbilanciamento della formazione del docente (già denunciato anche da qualche accademico), in senso didattico e pedagogico, con pregiudizio per l’acquisizione sicura ed esaustiva dei contenuti disciplinari. Perplessità forti genera, in prospettiva, anche la prevista dicotomia tra lauree magistrali “tradizionali” (che aprirebbero le porte alla ricerca) e lauree magistrali “abilitanti” (che avrebbero come unico sbocco l’insegnamento). Molti studenti, infatti, individuano in tale separazione una concezione e percezione riduttiva e banalizzante dell’insegnamento come se si trattasse, appunto di una pratica meccanica di trasmissione di contenuti statici e non, invece, di un’attività di scoperta e ricerca costantemente in divenire. Anche in questo il governo si mostra in grave contraddizione con se stesso e le sue dichiarazioni: da un lato postula insegnanti dinamici e aperti a sperimentazioni continue e dall’altro predispone un canale di formazione rigidamente separato da quello che ha come sbocco la ricerca!

Il decreto che sta per uscire fa temere, purtroppo, una selvaggia decontrattualizzazione dei docenti e un mutamento del loro status giuridico, funzionale alla standardizzazione dei saperi e all’esercizio del totale controllo sull’istruzione da parte dei mercati. E’ importante che tutti gli interessati e tutti i cittadini che ripongono la loro fiducia in un modello di Scuola laica, paritetica, emancipante, di massa, egualitaristica e libera facciano sentire la loro voce, anche in modo propositivo, come già fanno i Comitati per la LIP, la Legge di iniziativa popolare sottoscritta da centomila cittadini, che costituisce una valida alternativa costituzionale al progetto neoliberista del governo.

Se passeranno le nuove istanze mercantilistiche, i laureandi che oggi chiedono di poter avere accesso alla professione docente non avranno più incentivo a chiedere nuovi canali di abilitazione, perché i docenti saranno trasformati in semplici addestratori-esecutori. I Precari della Scuola in lotta ritengono che sia un miracolo che ci siano ancora giovani che intendono intraprendere il mestiere dell’insegnante, screditato e svuotato da un analfabetismo indotto e assunto dai governi come presupposto del proprio agire politico: questi giovani, che i precari ringraziano per la loro disponibilità al dialogo e per il loro fervore, non devono essere disincentivati. Non è retorica: ne va veramente del futuro del paese.

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