I bambini, e poi i ragazzi e i giovani, sono il bene più prezioso che abbiamo. Retorica? Si, ma sono pur sempre il nostro futuro. Non è un concetto banale. E’ un concetto semplice. Come semplice è il fatto che in ogni società si affidi questo bene più prezioso alla scuola. La famiglia, di fatto, lo consegna nelle mani degli insegnanti, per apprendere saperi e conoscenze del passato, e perché trasformino queste conoscenze in competenze e abilità, sempre più fini, sempre più raffinate e originali. Ciò avviene da sempre. E da sempre l’insegnante, che di mestiere trasmette saperi, è in difficoltà. Una naturale difficoltà, una piacevole condanna…

Insegnanti capaci e meritevoli ce ne sono molti. Ma sono sempre più stanchi. E’ una sorta di sfinimento educativo. Si passa più tempo a «misurare» cosa hanno studiato i ragazzi che a spiegare loro «come» devono studiare. Dubbi nuovi e certezze crollate, è bene ripensare un poco a cosa è la scuola di oggi. Troppo piena di cose da fare. E non è un bene. Ripensiamo, dunque, al tempo-scuola.

C’è il tempo curricolare, tot programma in 200 giorni. Il tempo-lavoro (tot ore, tot stipendio). Il tempo dell’apprendimento, modulare, prolungato, pieno. Il tempo vuoto. Il tempo delle verifiche, il tempo libero, quello inutile, il tempo dell’ozio, il tempo della crescita, Alla scuola occorre tempo. Tempo da perdere tra i saperi.

In classe, il tempo non è denaro. In azienda forse. Altrimenti, nella scuola del 2020, i ricchi studieranno i filosofi e tutti gli altri le “cose utili”, spendibili subito, istruzioni per tutto (super specialisti e buoni consumatori). Saranno gli altri a pensare, quelli che hanno “perso” tempo tra i saperi.

Dieci regole per una scuola distesa

Prima regola
Ci vuole una scuola più distesa: non una fast school con i tempi sincopati di monitoraggi, test, verifiche, livelli di apprendimento, debiti, recuperi, che si accavallano freneticamente, piuttosto una slow school¸ più serena e rispettosa di ogni alunno. C’è bisogno di tempo per imparare ad imparare. L’insegnante non deve avere l’ossessione del tempo, occorre privilegiare i saperi fondamentali, senza fare troppo o troppo poco, rispondendo agli alunni e rimandando alla famiglia buona parte di quelle “educazioni” che sono state dirottate alla scuola.

seconda regola
L’insegnante «di fronte al fanciullo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini adulti della terra, il quale dice “Ecco il nostro mondo”». Hannah Arendt, Tra passato e futuro (1961). Una bella responsabilità. Occorre insegnare a navigare in un mare di incomprensioni, di tolleranze, di dialoghi mancati, perché le relazioni umane escano dallo stato barbaro di conflitti; educare ad una nuova etica: l’essere umano è allo stesso tempo individuo e parte di una società. Se l’insegnante procede con onestà intellettuale, con correttezza, con rispetto delle idee, inscienza e coscienza, la navigazione fila su un mare calmo. E a scuola si sta bene: si dà e si riceve, quasi in egual misura. Senza stress che porta alla sciatteria. Basta poco per non deprimersi: basta la passione. Che è un po’ di sofferenza, una persistente emozione, una vivace inclinazione

terza regola
Occorre fare per stare bene a scuola. Non solo dare ai ragazzi (informazioni, saperi, regole), ma anche fare con i ragazzi. Piccole cose o grandi progetti, non ha molta importanza. Occorre anche stare in silenzio e mettersi in ascolto. I ragazzi non ascoltano più, ma anche gli insegnanti non dedicano più tempo all’ascolto. Riducono l’ascolto all’essenziale. Vedere uno studente assente, rattristato, melanconico e accontentarsi della sua alzata di sopracciglio alla domanda del prof sul suo stato, è un po’ come scegliere un atto essenziale (la domanda) e accontentarsi di una non-risposta per continuare a far lezione (a dare informazioni, saperi, regole). Sarebbe stato più importante e gratificante mettersi in ascolto, chiedere qualcosa di più.

quarta regola
I care“, m’importa, ho a cuore.  Don Lorenzo Milani la pensava così, il “me ne frego” lo lasciava ad altri. Il cuore, ancora oggi. Occorre rispondere d’istinto, improvvisare, leggere e parlare col cuore, per star bene in classe. Nessun corso universitario e nessun biennio di specializzazione post laurea può insegnare al futuro insegnante a sorridere a un bambino, a consolarlo quando si sbuccia un ginocchio in cortile; a calmare la rabbia di un adolescente, a far luce nel buio di un malessere, a scherzare sul pullman della gita; a rovistare tra le parole di un tema assegnato in classe e trovare ferite e paure; ad asciugare il naso gocciolante di uno scolaro di prima elementare, ad asciugare qualche lacrima che confessa una pena d’amore alle soglie della maturità, a sfidare una fragilità.

quinta regola
L’insegnante deve trasmettere passione, attraverso la curiosità e lo studio rigoroso, riconoscendo e apprezzando i talenti, gratificando i successi, incoraggiando i tentativi. “Conquistare il sapere attraverso un autentico interesse è la prima condizione per interessare al sapere gli altri“, Walter Pater, saggista inglese dell’Ottocento. Ci sono molti insegnanti che hanno amato la loro materia da studenti e sanno farla amare ora che sono in cattedra. Si riesce a conquistare l’attenzione e la condivisione degli altri se si è per primi interessati e appassionati a quello che si fa.

sesta regola
Per stare bene occorre essere generosi ed educare alla generosità, non solo al successo individuale. E la generosità, per un insegnante, è l’intelligenza che rispetta le “vocazioni” e le “diversità” degli studenti. E’ l’intelligenza che riconosce le varie personalità, le doti di ciascuno, che non mortifica, che non appiattisce. Quando in una classe non c’è mortificazione per l’errore, non c’è appiattimento per l’indifferenza o il grigiore dell’insegnante, si respira aria di scoperta e di curiosità. Ed è quest’aria che porta lo studente a trasformare in abilità le competenze.

settima regola
Non si fabbricano più idee. La scuola cambia non solo per quello che succede fuori, ma anche per quello che succede dentro. E dentro, nelle aule, succede ben poco. Anche il prof più carismatico, alla fine chiede di studiare da pag 1 a pag 57. Questo la scuola chiede ai ragazzi, sempre e solo ripetere bene da pag 1 a pag 57. Se ripeti bene, sette, promosso. Fine. Mai un seminario da cui nascano idee, mai una ricerca di gruppo o individuale su un tema che, viva iddio, non stia da 1 a pag 57, mai premiata l’originalità. La scuola non fabbrica più idee. Il male peggiore per una società da trovare.

ottava regola
L’area incerta della classe Aumenta quella zona non proprio grigia, fatta di ragazzi normali, che non vogliono eccellere e non vogliono essere gli ultimi. Così, nella classe emergono in pochi, affondano in pochi, e la maggioranza rimane in una terra di mezzo. Un problema in più per il prof, che non sa più in quale di queste tre zone convogliare forze e ingegno. Sempre più classi spente, apatiche, distratte, annoiate. Già, lo studio è fatica, e tempo da spendere per l’ascolto, la ripetizione, la riflessione. E  deve orientare al valore. “In caring“, “orientamento al valore”, è l’espressione scelta dal pedagogista statunitense Matthew Lipman per questo urgente obiettivo educativo. Le  generazioni che entrano nella scuola, non sono contrarie ai valori, anzi. Esigono soltanto punti di riferimento precisi, e su di essi condivisione e coerenza. Gli insegnanti condividono e sono coerenti?

nona regola
Il prof non stupisce più. Il male dei nostri tempi è che in classe i ragazzi non hanno più “stupore” per le cose che dice l’insegnante. Brutto segno. I bambini e i poeti si stupiscono ancora davanti alle scoperte. Gli studenti no, hanno l’aria di sapere già tutto. Stupore è il “senso di grande meraviglia, provocato da qualcosa di inatteso”, secondo il dizionario. Il contrario è lasciare impassibile, indifferente, disinteressato, incurante.

decima regola
Il docente insegna perché l’alunno comprenda (prenda assieme) e apprenda (prenda nella mente). Sembra superata la concezione secondo la quale il docente travasa le conoscenze dalla sua mente a quelle degli studenti. Il termine pedagogia deriva dal greco παιδος (paidos) ‘bambino’ e αγω ‘guidare, condurre, accompagnare’.

L’unicità di questo mestiere, che non si sostanzia di carriere e di profitti, è un concetto fondamentale: serve ad accendere curiosità e disponibilità. Se una cosa è veramente unica, se cioè quello che dice l’insegnante è davvero unico (e i ragazzi non ritrovano su internet, sul libro di testo, sui giornali), il lavoro dell’insegnante acquista valore. E prestigio.

Socrate diceva: «I libri, se interrogati, tacciono maestosamente».

Nessuno, quindi, toglierà al docente il bel ruolo di creatore di emozioni, soprattutto quando la classe si spegne e la curiosità rimane sotto il banco. Gli ingegneri della didattica hanno sempre nuovi progetti e vecchi precetti, ma costruire una testa pensante è anche un affare privato (il cuore e la mente del prof e dello studente) in atto pubblico (la scuola).

http://scuoladivita.corriere.it/2014/10/03/manifesto-per-una-slow-school-le-10-regole-per-una-scuola-distesa/