Un’opera totale dove musica danza e recitazione si sono mirabilmente fuse per un risultato finale davvero convincente. La tango operita di Astor Piazzolla Maria de Buenos Aires, su testo di Horacio Ferrer,  andata in scena domenica 17 giugno al Teatro Massimo Bellini, a mo’ di ciliegina sulla torta dell’apprezzata stagione della Camerata Polifonica Siciliana, ha portato sulla scena una storia davvero commovente e surreale, specchio di un’Argentina povera e dolente, ma ricca di umanità…

La tormentata vicenda di Maria, (la coinvolgente danzatrice Mimma Mercurio) nata in un sobborgo povero di Buenos Aires “un giorno che Dio era ubriaco”, che diventa una cantante di tango, entra in una casa di tolleranza e lì muore, immerge subito  lo spettatore nelle atmosfere dei barrios porteños, dove il tango diventa metafora della vita e dell’amore. Perchè “el tango se lleva dentro de la piel”, il tango si porta dentro la pelle, come una forma d’amore intramontabile, così soleva dire Astor Piazzolla.

E badiamo bene che mettere sulla scena Maria di Buenos Aires non è un’impresa facile. Il testo interamente in lingua originale e non particolarmente fruibile, la trama che Ferrer forgia e nasce, come da tradizione rituale latino-americana, da una profonda unione tra sacro e profano, la storia, a tratti oltremodo surreale e visionaria, meritano una regia coraggiosa che dia movimento al tutto. Un plauso va dunque al regista Salvo Piro (che ha interpretato  con grande brio e mimica decisa anche il Duende, una sorta di demone, che va sulla tomba di Maria e la fa rivivere, costringendola di nuova alla stessa terribile vita che aveva lasciato) che è riuscito a dare vita a un  tango insolito, lontano dal ballo fatto di piroette e spettacolari volteggi, sottolineandone la carica eversiva, anormale, asociale e profondamente laica.

Bellissime le parti corali, popolate da sottoproletari, magnaccia e ruffiani, puttane e ladri, pittoreschi elementi dei sobborghi di Buenos Aires, e dagli psicanalisti, spettro della crisi argentina degli anni Sessanta, dominata da innumerevoli casi di nevrosi, disperazione e perdita della propria identità personale, civica e sociale.

Bravissimi i musicisti della Piazzolla Ensemble, capaci di sottolineare le violente cesure timbriche, armoniche e ritmiche della partitura: Pietro Cavalieri al pianoforte, Giovanni Anastasio al violino, Maurizio Salemi al violoncello, Carmelo La Manna al contrabbasso, Alessandra Marino al flauto, Giuseppe Ventura al clarinetto, Rosario Gioeni alla chitarra e percussioni e, dulcis in fundo, Massimiliano Pitocco al magico bandoneón, che ha sottolineato i momenti più toccanti della storia, dando vita a un’opera sicuramente insolita, intrigante miscela sonora di tradizione “tanghera”, jazz e musica contemporanea. Belle le voci e l’interpretazione del mezzosoprano Alessandra Lombardo e del baritono Salvo Disco, elegante e dotato di una ottima tecnica anche Giuseppe Lotito, il bandoneonista tanguero.

Tutto il più genuino Piazzolla è, dunque, dentro questa Maria de Buenos Aires,  simbolo di una città dolente rinata dalle sue ceneri, che riflette  l’anima stessa del musicista. Rabbia, dolore, sogni, fantasia, tutta la povera e malinconica vita argentina in due ore di spettacolo toccante, che ha lasciato un segno profondo nel foltissimo pubblico che gli ha tributato prolungati e scroscianti applausi.

La Camerata Polifonica Siciliana conclude così degnamente la sua rassegna “Un palcoscenico per la città”, grazie alle scelte azzeccate del suo Presidente Aldo Mattina e del suo infaticabile direttore artistico Giovanni Ferrauto. Vien da chiedersi che cosa di bello ci riserverà la prossima stagione 2018/19…

Silvana La Porta