Ci fu un tempo in cui fu un grande ascensore sociale. Adesso svolge un ruolo a metà tra piacevole intrattenimento e noiosa fucina di trite nozioni…
La scuola non prepara al lavoro. Anzi siamo al paradosso: meno si studia, più si lavora. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Censis, nato da un dibattito sul tema «Il vuoto della sfiducia crescente nella scuola» , che ha visto tra gli intervenuti il Presidente del Censis Giuseppe De Rita, il Direttore Generale Giuseppe Roma, la responsabile del settore Formazione Claudia Donati, Luigi Berlinguer, Presidente del Comitato per lo sviluppo della cultura scientifica e tecnologica del Miur, Angelo Deiana, Presidente di Confassociazioni, e Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli.
I risultati si rivelano, a dir poco, inquietanti. Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine.
Insomma andare a scuola serve a ben poco.E la scuola non riesce affatto a svolgere la funzione di riequilibrio sociale per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. L’abbandono scolastico tra i figli dei laureati è un fenomeno marginale (riguarda solo il 2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati, ma interessa quasi uno studente su tre (il 27,7%) se i genitori hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo.
Chi proviene da un ambiente svantaggiato arranca. L’abbandono scolastico tra i figli dei laureati è un fenomeno marginale (riguarda solo il 2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati, ma interessa quasi uno studente su tre (il 27,7%) se i genitori hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo. L’uscita precoce dai circuiti scolastici riguarda il 31,2% degli studenti i cui genitori svolgono professioni non qualificate, contro appena il 3,9% di quelli con genitori che svolgono invece professioni qualificate. Tra il 2008 e il 2013 la domanda di lavoro in Italia ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo (+16,8%), a scapito sia dei titoli medi (-3,9%), sia di quelli più elevati (-9,9%). In questo periodo sono aumentati del 32,7% i diplomati e del 36,6% i laureati occupati in professioni che richiedono bassi skill.
E nemmeno il motto preferito di Don Milani, quello che più è rimasto nelle menti di ognuno, La scuola ha un problema solo: i ragazzi che perde, regge ancora. Dal rapporto emergono dati drammatici. Nell’anno scolastico 2013/2014 risulta «disperso» nell’arco di un quinquennio il 27,9% degli studenti, pari a circa 164mila giovani. Complessivamente, si può stimare che la scuola statale ha perso nel giro di 15 anni circa 2,8 milioni di giovani, di cui solo 700mila hanno poi proseguito gli studi nella scuola non statale o nella formazione professionale, oppure hanno trovato un lavoro. Durante la frequenza l’11,4% degli studenti abbandona gli studi tra il primo e il secondo anno, e un altro 2,5% tra il secondo e il terzo anno. Non a caso, nel 2013 il 77,9% dei giovani italiani di 20-24 anni risulta in possesso di un diploma, contro una media europea molto più alta, pari all’81,1%.
Insomma la scuola italiana è in panne. Obsoleta, inefficace, vicina all’inutilità. E non prepara adeguatamente all’università, che non è più da tempo un mito italiano.Tra i 30-34enni, gli italiani laureati sono il 20,3% contro una media europea del 34,6%. E l’andamento delle immatricolazioni mostra un significativo calo negli ultimi anni. Rispetto all’anno precedente, nell’anno accademico 2011/2012 si sono registrate circa 9.400 immatricolazioni in meno (-3,3%). Il tasso di passaggio dalla scuola all’università tra i 18-19enni è sceso dal 50,8% del 2009/2010 al 47,3% del 2011/2012. Anche tra chi si iscrive all’università emergono presto segni di stanchezza e disaffezione. Nel 2011/2012 ha abbandonato gli studi tra il primo e il secondo anno il 15,4% degli iscritti alle lauree triennali e il 10% degli iscritti alle lauree a ciclo unico. Solo uno studente su quattro arriva a conseguire il titolo alla fine dei tre anni canonici e il 43,6% si laurea in un corso diverso da quello di immatricolazione. La quota di immatricolati che arrivano a conseguire il titolo triennale è ancora molto bassa, intorno al 55%, mentre nei Paesi dell’Ocse si arriva in media al 70%.

La non alfabetizzazione di massa e una generale sfiducia nello studio è il triste controcanto al sessantottino mito dell’alfabetizzazione di massa e dell’istruzione come forma di promozione sociale. E l’ascensore invece di salire verso il cielo, va sempre più giù…

Silvana La Porta