«Finanziamenti pubblici alle scuole private» è un’espressione che appare sbagliata già solo a formularla. Se è privata perché finanziarla con i soldi pubblici?

MINI DOSSIER: SCUOLE PRIVATE, CATTOLICHE, PARITARIE, PUBBLICHE 

INDICE

I numeri che smontano lo “scoop” (antiparitarie) dell’Espresso

E’ avvilente aprire il sito dell’Espresso, famoso settimanale della sinistra radical-chic italiana, e scoprire che ancora una volta si è scagliato con furore contro le odiate scuole private: Alle scuole private un fiume di soldi pubblici.

di Marco Lepore – giovedì 5 febbraio 2015

Finanziamenti pubblici alle scuole private: le nuove frontiere dell’ipocrisia

«Finanziamenti pubblici alle scuole private» è un’espressione che appare sbagliata già solo a formularla. Se è privata perché finanziarla con i soldi pubblici?

di Irma Loredana Galgano – 5 novembre 2014

«Nelle scuole private aiutano solo i somari»

“Il privato da noi non è indice di qualità, ma al contrario di dequalificazione per gli studenti”. Parla Mila Spicola, combattiva insegnante di Palermo, nella direzione del Pd e autrice del saggio “La scuola s’è rotta”

di Michele Sasso – 1 febbraio 2015

Alle scuole private un fiume di soldi pubblici

Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame

di Michele Sasso – 2 gennaio 2015

Le scuole paritarie non sono pubbliche

È errato e ingannevole dire che le scuole pubbliche sono o statali o paritarie perché l’aggettivo “pubbliche” ha significato diverso nei due casi,

di Vincenzo Pascuzzi – Lunedì, 24 Novembre 2014

+++++++

 

Scuola. I numeri che smontano lo “scoop” (antiparitarie) dell’Espresso

di Marco Lepore – giovedì 5 febbraio 2015

E’ avvilente aprire il sito dell’Espresso, famoso settimanale della sinistra radical-chic italiana, e scoprire che ancora una volta si è scagliato con furore contro le odiate scuole private: Alle scuole private un fiume di soldi pubblici.

Ha senso replicare? L’articolo, infarcito di distorsioni e illazioni, trasuda una avversione così radicata, così viscerale, così ormai fuori dal tempo e dallo spazio (se pensiamo a quanto accade nella maggior parte degli altri paesi europei, ove il sistema integrato e paritario è apprezzato e ben consolidato), così risoluta a dispetto di ogni evidenza e di ogni dato numerico, che diventa difficile immaginare anche solo un tentativo di dialogo sulle questioni di fondo: primato educativo della famiglia, libertà di scelta, pluralismo educativo, sussidiarietà, autonomia e responsabilità, eccetera. Tutti temi che, a quanto pare, l’Espresso vede col fumo negli occhi… Come ha detto un grande della storia, però, “se costoro tacciono le pietre grideranno” (Lc 19, 40), e allora almeno qualche dato di rettifica si rende necessario.

“Un fiume di soldi pubblici alle scuole private”, titola il giornale: ma quando mai? Alle scuole paritarie, che rappresentano l’11,2% degli alunni frequentanti le scuole italiane, è destinata per il 2015 una cifra (472 milioni di euro) inferiore all’1% delle risorse totali gestite dal Miur (circa 50 miliardi di euro). Se poi mettiamo nel paniere anche l’istruzione terziaria, diventa lo 0,56%. (Fonte: Ragioneria generale dello Stato, Il budget dello Stato per il triennio 2013/15). Una briciola di una immensa torta, cioè. Come potrà mai cambiare le sorti delle 41mila scuole statali la spartizione di questa microscopica briciola? Suvvia, non siamo ridicoli.

“Un fiume carsico di altri 200 milioni di euro” dice la Cgil. Affermazione capziosa. Occorre infatti considerare che questi ulteriori finanziamenti sono il frutto di convenzioni locali che i Comuni stipulano di buon grado con gestori privati esclusivamente per la scuola paritaria dell’infanzia e per il sostegno dell’handicap. Un servizio utilissimo e molto apprezzato dalle famiglie. Per gli enti locali la gestione diretta di tutte le scuole dell’infanzia, tra l’altro, è insostenibile ed anche antieconomica, al punto che in molti casi stanno cercando di esternalizzare l’intero servizio, cedendo anche quelle che ancora hanno in carico. Un atto di buon senso, che converrebbe anche allo Stato centrale.

Ormai lo sanno anche le pietre: le scuole statali costano di più e spesso funzionano peggio, producendo oneri per lo Stato di circa 8mila euro/anno per alunno, a fronte dei 450 euro delle scuole paritarie. Se queste chiudessero, con grande giubilo di qualcuno (e come stanno chiudendo a decine a causa di una tassazione vergognosa), il milione di studenti che le frequentano si riverserebbe nelle statali. Quanti miliardi di oneri in più dovrebbe accollarsi lo Stato? E da chi li andrebbe a prendere, dall’Espresso?

“Soldi pubblici” dicono. Ma i soldi non sono proprietà dello Stato, bensì sono (dovrebbero essere….) da esso raccolti solo per renderli ai cittadini sotto forma di servizi. E coloro che mandano i figli alle scuole non statali, a causa della esiguità dei contributi, pagano due volte: con le tasse e con le rette. Bel servizio, per le famiglie delle cosiddette paritarie. Un “servizietto”, dovremmo chiamarlo.

Eppure c’è una legge, varata durante un governo di centrosinistra, da un ministro ex comunista, che ha riconosciuto l’utilità e la valenza pubblica della scuola non statale purché gestita secondo determinati criteri: la legge 62/2000, per la quale la scuola pubblica italiana è costituita dalla scuola statale e dalla scuola non statale “paritaria”. Paritaria, appunto.

Istituti in massima parte supercontrollati, checché ne dicano alcuni. Talvolta al limite della vessazione… Scuole che in tantissimi casi producono eccellenza didattica e innovazione. Qualche prova? Si legga, per esempio, il recentissimo rapporto del Miur sull’insegnamento in lingua straniera nella Scuola dell’Infanzia; oppure i risultati delle prove Invalsi, ben illustrati nel capitolo curato da Patrizia Falzetti e Roberto Ricci (Invalsi) all’interno del testo di recente pubblicazione S.O.S Educazione. Statale, paritaria: per una scuola migliore. Basterebbe documentarsi davvero, senza pregiudizi. Oppure, meglio ancora, andare a verificare sul campo, come del resto testimonia in chiusura anche l’articolo dell’Espresso, presentando il caso di tre “private” virtuose. Però attenzione: quei piccoli esempi in realtà sono molto ma molto diffusi, e non rare eccezioni come subdolamente vogliono far credere.

E se c’è, come sappiamo che c’è (in particolare in alcune zone d’Italia, in cui però enormi carenze o illegalità sono spesso all’attenzione della cronaca anche per i servizi statali…), uno “zerovirgola” di diplomifici e/o di scuole non statali che commettono irregolarità, questo non giustifica l’assurda, controproducente e liberticida richiesta di statalizzare tutto. Anzi, dovrebbe spingere verso una piena attuazione della parità scolastica e della libertà di scelta educativa, insieme ad un efficace sistema di controllo e valutazione di tutte le scuole, in un effettivo contesto di autonomia e responsabilità. Non abbiamo bisogno di alimentare contrapposizioni sterili e fuori dal tempo. L’educazione delle nuove generazioni è un bene troppo prezioso che richiede la collaborazione di ognuno e di ciascuna scuola, statale e paritaria che sia, perché da essa dipende il futuro del nostro paese. Anche dell’Espresso.

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2015/2/5/SCUOLA-I-numeri-che-smontano-lo-scoop-anti-paritarie-dell-Espresso/579390/

+++++++

Finanziamenti pubblici alle scuole private: le nuove frontiere dell’ipocrisia

di Irma Loredana Galgano – 5 novembre 2014

«Finanziamenti pubblici alle scuole private» è un’espressione che appare sbagliata già solo a formularla. Se è privata perché finanziarla con i soldi pubblici?

Negli ultimi anni in Italia la scuola privata ha assistito a un netto calo delle iscrizioni, si parla di una media negli ultimi cinque anni di uno studente su cinque, ragion per cui è stato richiesto d’urgenza un intervento da parte dello Stato. Per l’anno scolastico 2013/2014 sono stati stanziati altri 223 milioni di euro che andranno a sommarsi ai 260 milioni già previsti per questo stesso anno. Il ministro Giannini ha definito questa una politica di «libertà effettiva di scelta educativa dei genitori».

Se avessero potuto scegliere probabilmente molti genitori avrebbero preferito avere i libri e altro materiale didattico gratis e non un’alternativa tra pubblico e privato. Per l’ingresso alla Scuola media, che è scuola dell’obbligo, ogni famiglia paga per ogni figlio mediamente € 200,00 tra libri, quaderni, penne, compassi, album da disegno, gomme, mine, righe, righelli e squadre… con 483 milioni di euro si sarebbero potute aiutare 2.415.000 famiglie e non sembra un aiuto da poco.

La Repubblica Italiana stando ai documenti ufficiali è uno Stato laico. La gran parte delle scuole private operanti in Italia è cattolica. È un qualcosa che stona già solo a pensarlo. Non ha senso maggiormente in considerazione delle condizioni disastrose in cui versa la scuola pubblica, sia dal punto di vista della didattica che da quello delle strutture. In teoria il Governo dovrebbe impiegare ogni possibile risorsa, fino all’ultimo euro disponibile, per migliorare la qualità del servizio scolastico pubblico e degli edifici dove questo viene praticato. Dovrebbe impegnarsi al massimo per garantire a tutti i giovani italiani la possibilità di frequentare scuole adeguate a livello europeo, almeno, e non sprecare tempo e risorse nel trovare giustificazioni a comportamenti e decisioni che sono evidentemente e palesemente tentativi di rattoppo destinati al fallimento certo.

I sostenitori del contributo pubblico alla scuola privata sembrano concordare in pieno con la linea indicata dal ministro Giannini, o sarà vero il contrario, per cui finanziare il privato con soldi pubblici serve a garantire ai genitori una scelta “libera”. E dove starebbe questa libertà? Non si può neanche più ipotizzare che consista nella possibilità di garantire ai propri figli un’istruzione migliore perché recenti studi hanno sfatato anche questo mito ormai.

In tutta onestà, ritengo che la vera libertà sarebbe poter garantire a tutti gli italiani in età scolare obbligatoria la possibilità di frequentare la scuola pubblica, di possedere i libri di testo e altro materiale didattico, di avere accesso alle attrezzature informatiche, ai laboratori scientifici, a palestre, mense e al trasporto gratis. Poi, avendone possibilità, ogni famiglia potrà decidere o scegliere con tutta la libertà del caso, se lo ritiene necessario, di integrare la formazione pubblica dei propri figli con corsi o studi privati, a pagamento.

Aiutare finanziariamente le scuole private è un’operazione che in concreto non contribuisce a creare un’alternativa per la famiglia media italiana che non potrà comunque permettersi il pagamento di una retta mensile e tutti gli altri oneri e costi aggiuntivi, rappresenta quindi solo un sostegno a favore dei privati titolari dell’istituto. Inoltre una reale e concreta alternativa si avrebbe allorquando ci fosse la possibilità di scelta per i genitori tra diversi istituti, alcuni pubblici e altri privati, tutti laici o anche religiosi, ma in questo caso dovrebbero essere in numero tale da coprire almeno le più grandi religioni del mondo (cristianesimo, ebraismo, islamismo, buddhismo, induismo, taoismo, animismo, shintoismo…) altrimenti non è libertà di scelta ma condizionamento.

Ed ecco allora che i finanziamenti pubblici alla scuola privata sembrano rappresentare davvero la nuova frontiera dell’ipocrisia.

http://www.sulromanzo.it/blog/finanziamenti-pubblici-alle-scuole-private-le-nuove-frontiere-dell-ipocrisia

+++++++

Come se ne esce tra istituti che cadono e pezzi e docenti senza diritti? «Con i controlli: vincolare i finanziamenti al valore dell’insegnamento. E chi vuole sostenerle può farlo liberamente con l’otto per mille».

►«Nelle scuole private aiutano solo i somari»

“Il privato da noi non è indice di qualità, ma al contrario di dequalificazione per gli studenti”. Parla Mila Spicola, combattiva insegnante di Palermo, nella direzione del Pd e autrice del saggio “La scuola s’è rotta”

di Michele Sasso – 1 febbraio 2015

«Il problema delle paritarie non è economico, è costituzionale. Lo dice chiaramente l’articolo 33: “Senza oneri per lo Stato”. Però c’è sempre stata una grande ipocrisia e nonostante il timore di finanziare l’istruzione confessionale, si continua a tenerle in piedi».

Mila Spicola non fa sconti. Insegnante palermitana è nella direzione del Pd e ha pubblicato il saggio “La scuola s’è rotta”.

Dove vanno a finire i quasi 700 milioni di euro all’anno per le paritarie?

«Aiutiamo i somari creando dei carrozzoni che stampano diplomi. Il privato da noi non è indice di qualità, ma al contrario di dequalificazione per gli studenti. Soprattutto in Campania i docenti sono sfruttati e i maturandi prendono puntualmente il massimo dei voti».

Le associazioni delle scuole cattoliche si appellano alla libertà di educazione..

«Fino a prova contraria la famiglia non è libera di fare quello che vuole, perché l’educazione è decisa dallo Stato. È una questione di equità, non di libera scelta. Così si smonta l’idea dell’istruzione  italiana degli ultimi sessant’anni: cultura laica, inclusiva e di qualità».

Come se ne esce tra istituti che cadono e pezzi e docenti senza diritti?

«Con i controlli: vincolare i finanziamenti al valore dell’insegnamento. E chi vuole sostenerle può farlo liberamente con l’otto per mille».

In tempi segnati dai tagli come si migliora l’offerta?

«La qualità della scuola pubblica deriva dal pluralismo. Se lentamente scaliamo le classifiche internazionali è proprio per questa ragione. Le eccellenze private sono un misero 5-6 per cento, il resto non funziona».

http://espresso.repubblica.it/attualita/2015/01/19/news/nelle-private-aiutiamo-i-somari-stampando-diplomi-1.195449

+++++++

►Alle scuole private un fiume di soldi pubblici

Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame

di Michele Sasso – 2 gennaio 2015

C’è un paradosso nel mondo dell’istruzione che sopravvive alle riforme e ai proclami. Da una parte scuole pubbliche a corto di risorse, con 250 mila insegnanti precari ed edifici senza sicurezza come testimoniano i crolli nell’asilo di Milano e nella media di Bologna di inizio gennaio.

Dall’altra istituti privati che continuano a essere finanziati da Stato e Regioni con una dote che sfiora i 700 milioni di euro l’anno, senza che alle sovvenzioni corrisponda un controllo sulla qualità.

Il governo Renzi ha promesso di mettere mano almeno alle condizioni delle aule, con un piano di investimenti ambizioso che però stenta a partire proprio per la carenza di fondi: l’operazione richiede quattro miliardi di euro. Così il dossier “La buona scuola” considera inevitabile il sostegno agli imprenditori dell’istruzione: «Va offerto al settore privato e no-profit un pacchetto di vantaggi graduali, attraverso meccanismi di trasparenza ed equità che non comportino distorsioni».

Così ogni anno il ministero dell’Istruzione versa poco meno di mezzo miliardo alle paritarie. 

Un lascito mai rimosso del secolo scorso, quando il maestro non arrivava nei paesi più remoti e ai piccoli studenti ci pensavano soprattutto le suore.

Oggi quel finanziamento è un nervo scoperto tra i pasdaran della statale ad ogni costo e i paladini delle strutture private. Per i primi andrebbe cancellato il contributo per gli istituti laici e confessionali che vogliono stare sul mercato, mentre i secondi difendono la possibilità di educare ai valori cattolici o con sistemi alternativi.

La rivoluzione annunciata più volte da Renzi per la scuola non ha cambiato nulla.

Le due opzioni sono sempre sullo stesso piano, rispolverando un vecchio mantra caro al centrodestra italiano: la libertà di scegliere dove mandare i figli a scuola è sacrosanta e siccome le paritarie costano, ci vuole un aiutino. Tesi sposata in pieno anche dal ministro Stefania Giannini: «Dobbiamo pensare una scuola che sia organizzata dallo Stato o dall’iniziativa privata. Dobbiamo uscire dalla logica che ci siano gli amici delle famiglie contro gli amici dello Stato».

Per gli “amici delle famiglie” sono riservati per quest’anno 473 milioni, necessari ad accogliere quasi un milione di allievi dai tre ai diciotto anni. Fondi che arrivano da Roma in base al numero di sezioni e che solo negli ultimi anni sono scesi sotto quota mezzo miliardo.

La riduzione è stata di venti milioni, poco più del tre per cento imposto ai ministeri dalla spending review, ma ha fatto lievitare il malcontento. Come spiega padre Francesco Macrì, presidente della federazione degli istituti cattolici: «Siamo il vaso di argilla più debole di tutti, subiamo il taglio dei finanziamenti a fronte di una crescita di responsabilità e di impegni educativi».

Di diverso avviso Massimo Mari della Cgil:«Quella della Giannini è una presa di posizione degna dei governi democristiani. Con un problema mai superato: al centro dell’istruzione c’è il cittadino e non la famiglia. Finanziare la scuola cattolica contrasta con lo Stato stesso».
Ancora più tranchant la Rete studenti:«Investire nelle paritarie è un insulto ai milioni di ragazzi che frequentano istituti che cadono a pezzi, senza servizi e sotto finanziati».

Le statali italiane superano quota 41 mila, tutte le altre sono 13.625. Di queste, oltre 11 mila sotto forma di cooperativa, congregazione o srl offrono un ampio ventaglio di formazione.

Per stare in piedi chiedono una retta che può arrivare fino ad ottomila euro all’anno. Tanto. E allora oltre allo Stato ci pensano gli enti locali a dare una mano, con il buono-scuola della Regione Lombardia a fare da modello o gli aiuti dei comuni emiliani: a Bologna il milione di euro destinato ogni anno alle scuole d’infanzia è stato bocciato da un referendum. Governatori e sindaci alimentano un altro fiume carsico di denaro pubblico per le private, un federalismo scolastico stimato dalla Cgil in altri 200 milioni, che si somma alla sovvenzione ministeriale.

Un assegno in bianco, che non premia solo le eccellenze: finisce pure ad enti privati che non brillano per qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame.

STORIE DI ORDINARIO SFRUTTAMENTO 

Tra le distorsioni più frequenti delle private ci sono gli insegnanti alle prime armi che diventano vittime del ricatto.

Funziona così: per scalare la graduatoria nazionale devono accumulare punteggio con le ore di docenza, ma i professori a spasso sono così tanti che pur di mettere da parte ore utili sono disposti a salire in cattedra a gratis.

Lezioni a costo zero e tenuti sotto scacco nel purgatorio delle parificate per prendere il volo il prima possibile verso il paradiso delle statali. Paolo Latella, insegnante e sindacalista Unicobas, ha raccolto le testimonianze: «È un fenomeno così diffuso che tocca almeno il cinquanta per cento delle strutture. “Vuoi che ti pago quando c’è la fila fuori?” è la risposta più frequente data dai gestori senza scrupoli ai docenti disarmati». In centinaia firmano il contratto e una lettera di dimissioni senza data. È sufficiente aggiungerla e cacciarli. Senza strascichi in tribunale. Lo stipendio in diversi istituti è sotto la soglia di sopravvivenza: ci sono esempi di retribuzioni da 200-300 euro al mese, significa due euro all’ora. E poi un elenco vergognoso di condizioni a cui sottostare. Dai rimborsi della maternità da restituire, fino alla pratica del pagamento con assegno mensile da ridare in contanti alla segreteria.

Centinaia di casi, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, con tanto di minacce e pressioni. Tutte segnalazioni anonime, come se fare la prof fosse un mestiere a rischio. «Per sei anni sono stata malpagata a Cagliari. Sei mesi fa ho fatto una denuncia all’ispettorato del lavoro e ho scoperto l’ovvio: i contratti a progetto che avevo firmato sono illegali». Dopo l’esposto però la beffa. Licenziata con una motivazione paradossale: «Mancanza di fiducia a causa del mio comportamento».

Epicentro del fenomeno la provincia di Caserta, dove si contano oltre 400 tra srl e cooperative e solo 217 istituti con lo stemma della Repubblica. Da qui arriva la storia di Maria: «Ho lavorato un anno intero senza ricevere neppure un euro, firmando però la busta paga. Ho fatto anche gli esami di idoneità senza portare a casa nulla, tutto sotto minaccia di licenziamento e di perdere posizioni in graduatoria».

In Campania nelle scuole private resiste anche la pratica dei “diplomifici”: pago tanto, studio poco e prendo il pezzo di carta. Ecco il racconto di una ragazza bolognese:«A Nola mi sono presentata tre volte per le prove scritte ed orali. Mi facevano copiare tutto». È una delle testimoni ascoltate dai finanzieri dopo il sequestro di due istituti nel Napoletano. La maturità partendo da zero, grazie a registri taroccati e atti pubblici falsi. Il tutto per 12mila euro in contanti. A chi organizzava la truffa sono finiti in tasca milioni di euro: in centinaia si sono catapultati qui da Roma, Foggia e dalla Sardegna. Per prendere un diploma che non vale nulla: dopo l’inchiesta i titoli sospetti sono stati cancellati.

SOPRAVVIVE IL SISTEMA FORMIGONI

Sul fronte dei finanziamenti, in Lombardia una dote ad hoc è stata il vanto dell’ex presidente Roberto Formigoni. Partiti nel lontano 2001, in tredici anni i contributi regionali hanno superato quota 500 milioni.

Messi a disposizione in nome della possibilità di scegliere: la libertà educativa è in mano ai genitori, che se vogliono iscrivere i propri figli nelle scuole cattoliche ricevono sostegno dal Pirellone, che sborsa una parte delle rette. Un sistema fortemente contestato dalla Cgil, come spiega Claudio Arcari: «Per come viene distribuita, la dote finisce alle famiglie benestanti, alimentando un diritto allo studio al contrario: tanto a chi si può permettere rette da migliaia di euro e nulla a chi ha poco».

L’aiuto non si è inceppato neppure con la bocciatura del Tar dello scorso aprile. Ecco come è andata. Due studentesse milanesi fanno ricorso: troppa differenza (a parità di reddito familiare) tra quanto destinato a loro – tra 60 e 290 euro – e quello che va a una coetanea privatista, che può intascare fino a 950 euro. Una disparità non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria».

La sentenza è tuttavia una vittoria a metà perché è stata respinta la parte del ricorso che colpiva il sostegno economico.E anche per quest’anno scolastico sono arrivati trenta milioni di euro sotto forma di dote. La scelta del leghista Roberto Maroni è stata copiata dal compagno di partito Luca Zaia.

Il governatore veneto ha messo sul tavolo 42 milioni(21 per gli asili nido e altrettanti per le scuole d’infanzia) con questa motivazione: «Il Governo ci vorrebbe più impegnati nella costruzione di asili pubblici. Noi diciamo che questa è la nostra storia e che non ci sono alternative alle comunità parrocchiali e congregazionali. In Veneto non cerchiamo e non vogliamo nessuna alternativa».

PRIMA GLI ULTIMI

Non sempre vince il malaffare. Oltre ai predatori voraci e governatori generosi, non mancano le buone pratiche: inclusione sociale, esperienze di eccellenza e una visone moderna dell’insegnamento.

A Rimini il centro educativo italo-svizzero (Ceis) è stato fondato nel dopoguerra dal Soccorso operaio elvetico. Una istituzione privata  laica che col tempo è diventata un modello: niente cattedre, orari flessibili e classi che  gestircono in autonomia le lezioni per oltre 350 bambini fino a dieci anni. Di questi, cinquanta hanno una qualche forma di disabilità, oltre il triplo di una scuola pubblica.

Un’attenzione simile a quella riservata dall’Istituto per le arti grafiche di Trento, di proprietà della congregazione dei Figli di Maria Immacolata, ma finanziata interamente dalla Provincia.

È normale trovare in ogni classe almeno un paio di ragazzi con handicap. «Il dualismo normalità-disabilità va superato», afferma il direttore Erik Gadoni: «Ognuno può portare un contributo al gruppo in cui è inserito». Ottimi i risultati anche sul fronte dell’autismo. Rudy è un ragazzo con la sindrome di Asperger: quando entrò la prima volta si nascondeva sotto il banco. Grazie un percorso ad hoc allargato alla famiglia e ai compagni, la sua capacità relazionale è migliorata.

E adesso Rudy ha lasciato Trento per iscriversi all’università. Una vita normale, dopo cinque anni e tanti investimenti per la sua educazione. A buon fine.

Ha collaborato Paolo Fantauzzi

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2015/01/19/news/scuole-private-soldi-pubblici-1.195428

+++++++

Le scuole paritarie non sono pubbliche

di Vincenzo Pascuzzi – Lunedì, 24 Novembre 2014

Con riferimento all’articolo di Anna Monia Alfieri che manifesta soddisfazione perché, riguardo alle Cartoniadi, “ il Comune di Milano ha deciso di estendere il montepremi …. a tutte le Scuole Pubbliche primarie senza alcuna discriminazione ideologica” ritengo opportuno puntualizzare alcune questioni.

1)  Se la richiamata “discriminazione ideologica” si riferisce all’articolo 33, comma 3 ( …. “senza oneri per lo Stato”, per essere chiari)della Costituzione vigente, mi sembra un modo improprio e ben strano per cercare di aggirare e distorcere lo stesso articolo.

2)“tutte le Scuole Pubbliche”: questa è una commistione errata e ingannevole (spero non voluta di proposito) di due realtà diverse. Le scuole pubbliche milanesi sono pubbliche perché gestite del Comune di Milano, mentre le scuole paritarie sono a gestione privata, non sono pubbliche anche se svolgono un servizio pubblico (a pagamento ….. privato). Quindi l’aggettivo “pubbliche” ha significati ben diversi nei due casi, o meglio è improprio.

Può risultare utile la seguente tabella che riassume le diverse denominazioni in base alla normativa vigente.

1) Scuola in base alla gestione

Pubblica = non gestita da privati:

Statale pubblica o solo statale = gestita dallo Stato

Non statale pubblica = il gestore è il Comune, la Provincia o la Regione

Non statale privata = gestita da privati laici o religiosi.

2) Scuola in base alle caratteristiche

Pubblica = svolge servizio pubblico:

“La scuola paritaria svolge un servizio pubblico, improntato ai principi costituzionali ed è aperta a tutti.”

(v. Circolare Ministeriale 15 giugno 2000, n. 163).

3) Le scuole paritarie non sono scuole pubbliche anche se svolgono un servizio pubblico.

C’è chi – per errore o astuzia – cerca di accreditare l’equivalenza tra svolgere servizio pubblico ed essere scuola pubblica.

4) È errato e ingannevole dire che le scuole pubbliche sono o statali o paritarie perché l’aggettivo “pubbliche” ha significato diverso nei due casi,

http://www.tecnicadellascuola.it/item/7747-le-scuole-paritarie-non-sono-pubbliche.html