Al giorno d’oggi, in una società dominata da una folle frenesia,  cosa può essere più attuale di un romanzo sul tempo, il tempo classicamente inteso come unico, ma purtroppo misconosciuto possesso degli uomini?…di Silvana La Porta (dalla Terza pagina de La Sicilia del 28 dicembre 2012)

 


A offrircelo arriva Silvia Longo, una nuova graffiante scrittrice cuneese, con una storia toccante (Il tempo tagliato, Longanesi, pp. 206, € 12,90) la cui protagonista è una donna, Viola,  che nella sua vita ha avuto un solo imperativo: autocontrollo e dedizione al marito, Federico,  famoso e acclamato direttore d’orchestra.

Ma adesso egli è morto improvvisamente, lasciandola in una desolata solitudine, a soli 43 anni. Così un pomeriggio, durante un concerto in memoria del marito, Viola conosce un uomo di nome Mauro e fugge in macchina con lui. E’ l’inizio di un viaggio a ritroso nel tempo, che è viaggio nella memoria e psicologico insieme. Un viaggio amaro, quasi allucinato, nel ricordo di un marito che aveva la mania del tempo, di misurarlo e di giocarci; e del suo mirabile orologio da taschino, prodotto in Germania all’inizio del Novecento.

La narrazione si snoda magicamente proprio attorno a questo gioiello, perché la musica è disciplina prima che sentimento. La Longo interseca abilmente i piani narrativi, ci gioca musicalmente su, facendo della tessitura di parole quasi una partitura: non è un caso che Viola di innamori di Federico grazie a Vivaldi e che il lettore si ritrovi trascinato in un gioco sapiente tra passato e presente di una donna alla ricerca di sé.

Del suo tempo, della sua identità, se mai ne ha avuta una. Memorabile la scena in cui Federico fa dirigere a Viola i Concerti branderburghesi di Bach, guidandola come una marionetta, innamorato pazzo di sé stesso, fino alla follia. Nel confessarsi a Mauro, però, la protagonista si purifica della sua remissività, si libera di un amore finto, si riappropria della sua esistenza, rivendica sé a sé stessa. Adesso è lei a dare il ritmo alla sua vita, senza quel marito che non dirige senza il suo orologio nel taschino e che la usa come cavia per giudicare il programma dei suoi concerti.

E alla fine rivelerà proprio a quest’uomo conosciuto occasionalmente un suo profondo senso di colpa, la chiave risolutiva della sua dimensione familiare e del suo tormentato rapporto con marito e figlia.

Un romanzo musicale, dunque, dove la musica scandisce lo scorrrere dei minuti, e il tempo diventa il tiranno della vita dei personaggi, un padrone esigente, che non bisogna alienare, né sacrificare all’amore o ai suoi vari surrogati.

Tempus tantum nostrum est. Questo alla fine sembra volerci dire la narratrice. E una saggia indicazione sul  valore e l’uso oculato di questo prezioso possesso è la summa del libro, in uno stile ampiamente godibile,  con quell’orologio che la fa da padrone, e il suo incessante tic tac, tic tac…

Silvana La Porta