Il maestro a Pompei: la nostra cultura va difesa, abbandonarla è un delitto All’imbrunire, che tutto tinge di viola, Pompei, svuotata dei turisti, pare ancora miracolosamente una gouache settecentesca di Van Pittlo. Nel suo camerino d’accampamento, trasformato in un presepe napoletano pieno di doni…www.lastampa.it («se volete pescare nelle mozzarelle – dice sorridendo il maestro Muti – fate pure, io non le posso mangiare») s’accende di giusta emozione savonaroliana, civile. «Sì, in un momento in cui si guarda con pessimismo superficiale ai giovani, questi qui sono esattamente il contrario: pieni di valore, seri, disciplinati, credono nel loro lavoro, anche se certo guardano al futuro con legittima perplessità e paura, talvolta senza illusioni. Però suonano con passione e rispetto della musica. Proprio per questo sarebbe un autentico delitto, che la nostra classe dirigente se ne disinteressasse, uccidendo il loro sogno. Sì, sempre tante belle parole retoriche, ma alla fin fine a pagarla sono sempre la cultura e la scuola. Io sono spesso all’estero, certo che ci invidiano le singole persone, i nomi celebri dell’industria o del teatro, dell’arte e della moda, ma ci invidiano soprattutto questo patrimonio, che non sappiamo e vogliamo difendere. E tagliare, tagliare, questa brutta parola, non vuol dire soltanto sottrarre fondi, ma rompere per sempre un tessuto di tradizioni e di radici che non recupereremo più, qualcosa di imperdonabile».


Così anche il programma, un poco a mosaico libero, che par confezionato per provare l’ormai internazionalmente raggiunta qualità della sua orchestra, tirata su con dedizione, pescando nei nostri disastrati conservatori (due suite distillate, Giulietta e Romeo di Caikovskij, Uccello di fuoco di Stravinskij e poi la Quinta) assume qui in questo «luogo magnetico» un significato nuovo. Non sarà solo suggestione emotiva, quel battito oppressivo e strappato dei magli del Destino, che frusta il silenzio pulsante delle gradinate. «Certo, portare gli schiaffi inizali della Sinfonia cosiddetta del Destino, qui, dove il Destino s’è precipitato sulla vita quotidiana come lava incandescente, a pochi chilometri dallo “sterminator Vesevo”, mentre senti che gli uccelli s’ammutoliscono stregati e ascoltano storditi, non è un caso. Però, anche qui, leggiamolo come un simbolo: la sinfonia in realtà si gonfia e corre verso una luce finale, verso la vittoria. Non vediamola solo come una sinfonia del dolore, prendiamola come una allegoria di quello che dovrebbe essere: un viaggio verso la speranza». Quasi una messa laica di marcia verso la luce. Sarà suggestione, ma un curioso legame si disegna tra i tre pezzi eterogenei, in questo singolare genius loci («credo sia un luogo unico al mondo, sommerso, perduto, ma in fondo ancora vivo, e la musica aiuta a farlo resuscitare»): in fondo ad apertura di quinta sonora tutti pescano in questa sorta di nera palude vulcanica, di scurori magmatici, tra il ruggire primordiale dei contrabbassi, come se il suono si dovesse forgiare da una base barbarica, come se salisse da questi gradini assetati di sangue («ora splende il verde, ma un tempo correva il sangue»). Sollevarsi di masse sonore, abitate tutte da una sorta d’ansia metronimica, di motore incontrollabile di violenza germinale.

Poco sdolcinato Caikovskij e niente poema sinfonico: solo il pulsare di due passioni in contrappunto, l’amore e la morte, colore slavo travolto da un’onda di melanconia mediterranea. In un coitus interruptus d’impossibile melodia sfogata. E poi il testimone che passa a Stravinskij, che ammira bambino il vecchio compositore imperiale, solo in un palco, e non lo dimenticherà: il suo uccello fiabesco e quasi meccanico nasce da quel nido combattuto di tensioni inconfessate. «Sì, è soprendente come i ragazzi sappiano suonare Cajkovskij come Cajkovskij, ma anche far sentire il Cajkovskij che è in Stravinskij, però più oggettivo, tagliente, con grande consapevolezza stilistica». E che tenerezze inusitate s’ascoltano in questa Quinta poco pomposamente tedesca, bagnata di memorie italiane. «Sono le tradizioni, appunto: le nostri radici. Un giornale mi fa dire fantasiosamente che sono offeso con la Jervolino, che non mi tributa onori. Lungi da me questo pensiero. Penso invece che Napoli dovrebbe essere più riconoscente a Salisburgo, per l’onore che tributa alla nostra memoria musicale napoletana. Questo solo conta: il rispetto della cultura».