altLa scuola della Gelmini vuole contingentare gli stranieri, cacciare i professori terroni dal Nord, sottoporre tutti gli insegnanti all’esame di meneghino, di vicentino e di torinese, con l’obiettivo – l’abbiamo già detto altre volte – di avere una scuola “parteno-siculo – borbonica”, un’altra “brianzola-austriacante” e un’altra ancora “papalina-tiberina”.


 

La polemica

Negozi, cinese e arabo cancellati dalle insegne

di FRANCESCO MERLO

Negozi, cinese e arabo cancellati dalle insegne

Il sashimi a Verona lo venderanno sotto il nome di pesse cruo, il kebab a Napoli sarà o piecoro fatto a felle e la bottega di sushi, in italiano ‘involtino di riso e pesce’, a Palermo diventerà sfinciuni. L’italiano che la Lega sta inventando, a colpi di emendamenti come quello proposto ieri sulla lingua del commercio, è uno sproposito. La parodia della famosa e già ridicola purificazione fascista, quando al posto di bar fu imposto mescita, i magazzini Standard divennero Standa, il film era la pellicola e un artista di nome Rachel dovette cambiarsi in Rascel (resistendo a Starace che voleva imporgli addirittura Rascele disse: “forse che Manin diventerà Manino?”).

Davvero non ci danno pace i creativi leghisti. Vogliono dunque abolire le insegne in lingue extracomunitarie, tradurle in italiano coltivando l’illusione violenta e impossibile di oscurare i cartelli per strozzare le culture di riferimento, non vedere più le tracce dei cinesi, dei tailandesi e dei musulmani come primo passo verso la loro abolizione, vessarli intanto con il manganello della lingua italiana o peggio ancora del dialetto locale perché la differenza con il fascismo è che alla nazione è stato sostituito il paese, all’Impero il Condominio, alla Lupa di Roma il Pitu (tacchino) di Scurzolengo, al salto nel cerchio di fuoco la gara dei birilli delle donne cuneesi e all’olio di ricino il nativismo e il folklore bergamasco.

Di sicuro l’emendamento proposto ieri è la fotocopia di quel decreto del 1938 che puniva “con una multa da cinquecento a cinquemila lire quei negozianti che vendono prodotti con marchi e diciture straniere”. Erano i tempi in cui era obbligatorio darsi del voi e persino la rivista ‘Leì dovette cambiare la testata in Annabella (“forse Galilei deve diventare Galivoi?” scrisse il giornalista – fascista – Paolo Monelli). Allo stesso modo i leghisti vogliono purificare la lingua non dagli anglismi della perfida Albione e dai francesismi incipriati ma dalle influenze arabe e dunque, se studiassero un po’, cancellerebbero un terzo del nostro vocabolario: niente più algebra e moka per esempio, e niente più arancia e ammiraglio, via pistacchio aguzzino zucchero e azzurro e basta persino con lo zafferano del risòtt; aboliremo Caltanissetta e bisognerà riscrivere la toponomastica e l’onomastica, dovremo rivedere la geografia e la storia oltre che la gastronomia.

Già il votatissimo Luca Zaia, quando era ministro dell’Agricoltura, spiegò a un allibito giornalista del Guardian che l’Italia, non solo per alimentare il consumo e la produzione interna, voleva e doveva tornare alla tavola italiana e che nelle cucine leghiste era già stato preparato il kebab “tutto italiano” negli ingredienti e anche nel nome: muntun afetà. Ma c’è poco da ridere se si pensa alla trasversalità di questa sottocultura fascio-leghista che lambisce e intride la nostalgia alimentare della sinistra, la quale scopre sia la presunta raffinatezza della cucina dozzinale e sia la necessità del dialetto meneghino, il formaggio con le pere e il mugugno del villaggio brianzolo contro la dialettica dei dialetti e dei cibi imperiali: americano, arabo, cinese, russo, indiano, turco-ottomano.

Anche l’idea di sottoporre a un esame di lingua italiana i commercianti extracomunitari, che a prima vista sembra un pochino più sensata ed è certamente meno ridicola, in realtà finisce con l’essere un’altra tracimazione rancorosa, un’altra delle volgarità gratuite che stanno sapientemente avvelenando il paese. A Tonco di Asti e a Rho è più importante che sappiano usare il congiuntivo i commercianti extracomunitari di magliette o i compratori locali di magliette, quelli che le vendono o quelli che le indossano?

Non ci piace fare il solito spirito sui Bossi, padre e figlio, e sui leghisti che umiliano la lingua italiana pur facendo mestieri più significativi e ben più prestigiosi come il ministro e il consigliere regionale. Ma colpisce che impongano la conoscenza dell’italiano agli stessi extracomunitari che pretendono di tenere lontani dalle nostre scuole sempre più orientate verso un modello regionale e xenofobo. La scuola della Gelmini vuole contingentare gli stranieri, cacciare i professori terroni dal Nord, sottoporre tutti gli insegnanti all’esame di meneghino, di vicentino e di torinese, con l’obiettivo – l’abbiamo già detto altre volte – di avere una scuola “parteno-siculo – borbonica”, un’altra “brianzola-austriacante” e un’altra ancora “papalina-tiberina”.
I soli a dovere imparare l’italiano sono dunque i “vvu cumpra’” che chiedono la licenza di vendere braccialetti, cinturini d’orologio e cibi etnici. Li mettessero davvero in condizioni di imparare la lingua invece di imporre un esame vessatorio come fosse un anello al naso! L’arroganza linguistica ha sempre alimentato l’odio. C’è, per esempio, un rapporto tra le foibe e l’imposizione fascista dell’italiano in Istria. La lingua e dialetti, che sono ricchezza, possono anche diventare randelli e arcaiche violenze, fetori che appestano le comunità internazionali, ammorbano il mondo che va avanti a contaminazioni e meticciati. Inventando, a colpi di emendamenti come quello proposto ieri sulla lingua del commercio, è uno sproposito.

(24 aprile 2010)

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/04/24/news/negozi_cinese_e_arabo_cancellati_dalle_insegne-3578051/