Nuovi concorsi? Sì, ma a quattro solide condizioni…(da Ilsole24ore)

di Andrea Gavosto* Il Sole 24 Ore, 21.12.2011

Fare ripartire dal 2012 i concorsi nella scuola per immettere in ruolo insegnanti la cui preparazione sia certificata; allo stesso tempo, ringiovanire il corpo docente, fra i più anziani del mondo. L’idea del ministro Profumo è condivisibile. A maggior ragione, se si pensa che, a 13 anni dall’ultimo concorso e una volta assorbitone i vincitori, della qualità di chi è andato poi in cattedra non sappiamo nulla.

Il rischio che il progetto si trasformi in un calvario giuridico-amministrativo o si risolva in una sanatoria indistinta degli attuali precari è elevato. Affinché le intenzioni non restino lettera morta o – peggio – finiscano con il servire istanze demagogiche, occorre che si realizzino alcune condizioni. Provo a indicarne quattro.
ePrima condizione: i concorsi – momento di verifica della qualità della formazione funzionale al reclutamento – devono essere coerenti a un percorso formativo definito e pensato per le esigenze di ciascun segmento scolastico. Per decenni, quanto meno nella secondaria, ai docenti si richiedevano solo competenze disciplinari: di sapere la matematica, non di saperla anche insegnare a un undicenne piuttosto che a un sedicenne. Era un’evidente sciocchezza.

Dal 2010 la scuola ha un nuovo sistema per la formazione iniziale che prevede una laurea magistrale per l’insegnamento, alla quale accedere per numero programmato e da completarsi con un anno di Tirocinio formativo attivo (Tfa). Non sappiamo ancora se la nuova formazione iniziale sarà efficace, ma bisogna metterla alla prova, superando l’attuale impasse. In attesa che ciò avvenga, le prove dei nuovi concorsi non possono restare ancorate al passato: vanno pensate per verificare che il candidato conosca la materia a menadito e che possieda dal punto di vista pedagogico e didattico una “cassetta degli attrezzi” ricca e moderna.
Seconda condizione: la procedura concorsuale non può essere l’eccezione. Maxiconcorsi una tantum non servono; serve una loro ben scandita continuità nel tempo.

Ciò per una ragione strutturale e una contingente. La ragione strutturale è evidente e in sintonia con la volontà del ministro: soltanto con concorsi ogni due o tre anni si garantiscono flussi regolari di ingresso nella scuola di giovani neolaureati preparati e motivati, evitando che – come è avvenuto in questi decenni – si salti un’intera generazione. La ragione contingente è che occorre appunto permettere al nuovo sistema della formazione iniziale e ai Tfa di andare a regime. Se ci si limitasse a un maxiconcorso nel 2012 di giovani candidati ne vedremmo pochi: non potrebbe evidentemente parteciparvi alcun neolaureato del nuovo percorso quinquennale e pochi sarebbero anche coloro che avrebbero portato a termine soltanto il Tfa annuale, previsto per la transizione.

Terza condizione: la selezione va effettuata sulla base dei risultati conseguiti alle prove di esame del concorso e la mera anzianità di servizio accumulata negli anni di precariato non può compensarne esiti insoddisfacenti. Giovani e meno giovani devono essere alla pari.

Quarta condizione: i concorsi non soltanto non dovranno produrre in futuro altro precariato (dovranno, quindi, essere “secchi”: chi vince prende il posto, chi perde non va in coda), ma vanno presi come un’occasione per un definitivo abbandono del perverso sistema delle graduatorie.

In altre parole, con il concorso si potrà valutare la qualità degli insegnanti iscritti alle graduatorie, offrendo anche a chi non vi si trova in cima l’opportunità di mettersi alla prova, ma senza la possibilità – in caso di fallimento – di ritornare nel limbo: chi parteciperà al concorso e non lo vincerà, uscirà dalle graduatorie.
Soltanto a queste condizioni, nuovi concorsi serviranno a mettere in pratica l’idea di Profumo e qualche “toppa” al cronico problema del reclutamento dei docenti. In attesa che maturino i tempi per quella che oggi in Italia è un’utopia, ma in altri paesi è la normalità: se un giovane vuole fare il mestiere del maestro o del professore, segue un percorso universitario definito a questo scopo, al termine del quale – attraverso selezioni o concorsi nazionali – viene ammesso a un albo di abilitati all’insegnamento. A quel punto sono le scuole nella loro autonomia ad attingere all’albo per scegliersi i propri insegnanti attraverso la “chiamata diretta”, rispondendo delle proprie scelte (accountability) grazie a un efficace sistema di valutazione.

 


* Andrea Gavosto è direttore della Fondazione Giovanni Agnelli