altUsò la letteratura come una macchina per catturare (ed esibire) la realtà…

Non costruire la vita come fosse un’opera d’arte, ma l’opera d’arte come fosse la vita: questo è Pier Paolo Pasolini, e questa è la sua poesia. Dunque nessun estetismo, gratuità, finzione, superficialità, gioco. Questo è semmai d’Annunzio, con i suoi limiti e i suoi risultati poetici, anche importanti. Piuttosto, Pasolini percorre lo stesso canale d’indeterminazione reciproca tra letteratura e vita ma nel senso opposto, che è quello del vitalismo, di un atto di poesia che si vorrebbe diretto, intenso, capace di verità, autentico come appunto la vita stessa. Pasolini fa sempre maledettamente sul serio, a cominciare dall’assunzione della sua responsabilità di poeta: verso gli altri, verso se stesso, verso i suoi singoli e sempre integralmente etici gesti di scrittura. Fa così sul serio che la poesia, che pure costituisce per lui il principale dispositivo per pensare e dire la realtà (la poesia è l’unico pezzo dell’organismo Pasolini che non si può togliere senza compromettere il tutto), viene sempre in qualche misura avvertita come inadempiente e, dunque, come colpevole rispetto a qualcosa che resta comunque inespresso. E per un poeta che sull’esaustività del dire, sulla ricerca di una totale estroversione ed effabilità della lingua poetica ha giocato quasi tutte le sue carte, si tratta senza dubbio di una specie di rovello tragico, di cupo controcanto sotteso a ogni verso, come un pugnale piantato nella schiena, a tradimento. Rispetto alla parola poetica la vita – tutta quanta la vita, perché Pasolini niente di meno che questo ha voluto – è destinata a rimanere sempre un passo più in là.

Così, per quanto nel suo vasto sperimentare lo scrittore abbia ora chiuso ora aperto al massimo le sue paratie espressive, dalla filologia lirica in friulano della Meglio gioventù, alle terzine neodantesche e neopascoliane delle Ceneri di Gramsci (la poesia in caccia della prosa), al quasi informale di Trasumanar e organizzar (la prosa in caccia della poesia), i versi di Pasolini portano comunque con sé una frustrazione, il dolore per una impossibilità. A fronte di un desiderio così inappagabile – l’evidenza della realtà, quello che sono gli uomini, quello che io sono, il mio corpo, i miei pensieri, il mio Paese col suo volto piagato e il suo retaggio di storia -, davvero non c’è parola che basti, che non si bruci in se stessa, come nel tempo di una performance. Non resta che inseguirla, la vita, rinnovando e ridefinendo come fosse sempre la prima volta quel sacro e maledetto gesto del dire tutto che è medicina e droga insieme, a ogni nuova parola, nuovo verso, nuova poesia, nuovo libro.
Poligrafo, manierista, versatile, polimorfo, dotato di uno stupefacente talento mimetico di forme e linguaggi poetici, si può dire che Pasolini non abbia posseduto un suo modo esclusivo d’espressione, un suo stile. A meno che non si voglia attribuirglieli tutti. Al tavolo di lavoro qualsiasi schema formale viene assunto strumentalmente per raggiungere quel qualcosa d’altro che ho chiamato vita o realtà, e che la letteratura non è. Anche il poemetto narrativo e didascalico – architettato sull’impalcatura dei grandi assi tematici politico-civili, ma animato e reso incandescente da dentro, cioè dall’insistenza e dall’umanità dell’intonazione dell’io-personaggio (il candore assieme alla colpa, di cui ha parlato ad esempio Zanzotto), dall’irresistibile capacità di «toccare» posseduta dalla sua voce -, anche questo poemetto, dicevo, in cui può riconoscersi forse il principale marchio della fabbrica pasoliniana, non è che una macchina (da presa, alla lettera, come poi nel cinema), un congegno transitivo, una trappola azionata per catturare ed esibire quanto più io e quanta più realtà possibili. Le sue forme espressive, tutte quante, portano con sé qualcosa di aleatorio, di più o meno felicemente tentato. Lo stile per Pasolini non è mai un’entità organica, un fatto inevitabile. Inevitabili sono semmai gli argomenti, l’urgenza radicale della realtà, la pressione del mondo che si vede. Più che una lingua poetica, ha inventato un modo di fare poesia. Ho scritto così, sembra dire in ogni suo testo, ma avrei potuto dire le stesse cose altrimenti, prenderle per un altro verso, scrivere un’altra poesia. Il patto sacro – la Legge! – di reciprocità tra forma e contenuto che è alla base della poesia, con questo poeta viene messo in causa all’origine.
Tutta l’opera poetica di Pasolini, seguendo una parabola che va dalla speranza alla quasi disperazione fino a un almeno apparente «lascia che sia» (rivolto alla capacità di rigenerazione della nuda forza del «bìos»), possiede allora i tratti di un pronto intervento poetico per un Paese, il nostro, in stato d’emergenza antropologica, storico-culturale e politica. È questa sollecitudine radicale, quest’attenzione primaria intensificata (l’attenzione equiparabile all’amore, il grande nemico dell’indifferenza), a rendere per Pasolini impensabile e tutto sommato superflua qualsiasi riuscita formale definitiva, la cosiddetta autosufficienza dell’opera. Non se l’è mai concessa. Al primato della vita ha sacrificato tutto, anche la sua vocazione a una poesia totale, a una fondazione mitopoietica della realtà, detto proprio con Vico, che i suoi versi così ricchi di percezioni e di pensiero continuamente riaffermano ma soltanto per sconfessarla.
Si ricordano spesso, e opportunamente, lo scandalo di Pasolini, l’eresia di Pasolini. Ma direi che la sua prima eresia, la sua grande e davvero generativa diversità, stia proprio nella sua capacità, cuore e visceri insieme, di essere lui a scandalizzarsi, di venire continuamente colpito dalla realtà degli uomini e delle loro cose, di essere allora dalla parte di chi legge, anche quando più sembra muovergli contro. Poeta e uomo della contraddizione, Pasolini non ha mai patteggiato su modi e condizioni del suo impegno estetico e, insieme, del suo partito preso in favore della vita, fosse stato il prezzo anche quello di una sua impossibile classicità, ovvero della morte della sua stessa poesia.
Non è così. È proprio una simile anomalia, infatti, a garantirne la vitalità. In modo non diverso, allora, dal destino del poeta, un destino certo unico, speciale quant’altri mai, visto che per paradosso rimane ancora tutto aperto. A patto che ci sia qualcuno a rispondere. Nella versione italiana, quelli che seguono sono gli ultimi versi del suo ultimo libro:
«Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii: / portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò / leggero, andando avanti, scegliendo per sempre / la vita, la gioventù».