La guerra ha rappresentato da sempre un tema o addirittura un mito nella letteratura: basti pensare all’epica e alla memorialistica antiche, o al romanzo dell’Ottocento sino a Guerra e pace. Ma oggi, quali sono le caratteristiche fondamentali della rappresentazione della guerra nelle opere letterarie? Esaminando alcuni romanzi incentrati sulla Seconda guerra mondiale, si può seguire un percorso interessante anche a fini didattici…(da Treccani)


Vedere o raccontare? La guerra nel Novecento
Sino alla Prima guerra mondiale, le battaglie venivano viste solo dai combattenti e raccontate dai reduci, oppure da scrittori che raccoglievano testimonianze o inventavano episodi più o meno plausibili, come quello celeberrimo di Fabrice del Dongo alla battaglia di Waterloo nella Certosa di Parma. Con la Grande guerra, però, cominciano a essere numerose le testimonianze visive della vita dei soldati e delle battaglie stesse: fotografie e brevi filmati aprono squarci sulla terribile situazione dei combattenti, e ovviamente questo impedisce sempre più di credere ai miti positivi che l’epica antica aveva costruito sull’evento bellico. Vengono scritti resoconti letterari crudi e privi di abbellimenti, come Niente di nuovo sul fronte occidentale (1929) di Erich Maria Remarque.
Ma il nostro immaginario oggi è condizionato soprattutto dalla visione di episodi terribili accaduti durante la Seconda guerra mondiale, che è stata anche definitiva “la guerra più grande”. Due in particolare furono gli estremi che vennero toccati: l’Olocausto, o più propriamente Shoah, e lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki: le tante guerre combattute tra il 1939 e il 1945 si unificano sotto l’insegna della crudeltà più immane che l’ideologia e la tecnologia abbiano potuto far commettere.
Tutte le arti hanno parlato, con i loro linguaggi, di quella guerra, non solo per raccontarne gli avvenimenti, ormai in gran parte riferiti dai mass media, ma anche per trovare un senso a quanto era accaduto. La nota affermazione del filosofo Theodor W. Adorno, secondo la quale dopo Auschwitz non sarebbe più possibile fare poesia, è stata accolta non solo dai poeti ma da tutti gli artisti come un limite da valicare, per ottenere attraverso forme rinnovate un’interpretazione più profonda degli eventi terribili di quegli anni, senza limitarsi a riprodurre quanto i mezzi visivi già mettono in mostra abbondantemente.

La narrativa sulla seconda guerra mondiale. Beppe Fenoglio
Ormai sono numerosissimi gli studi che hanno esaminato le opere letterarie relative alla Seconda guerra mondiale. In un percorso didattico, per l’Italia basterebbe toccare le opere di Calvino, Pavese, Primo Levi, oppure di autori meno noti ma capaci di scrivere testi di grande intensità. Si potrebbero citare, per esempio, Pietro Chiodi con Banditi (1961), un diario ricco di riflessioni esistenziali; Marcello Venturi, che rievoca con oggettività un tremendo episodio accaduto ai nostri soldati subito dopo l’armistizio nel suo Bandiera bianca a Cefalonia (1963); Nuto Revelli, che ha esplorato molti aspetti della Resistenza, scrivendo anche una sorta di ricostruzione giallistica, Il disperso di Marburg (1994). Sono poi numerose le sfaccettature che vengono introdotte da autori celebri per la loro creatività: si può citare per esempio Luigi Meneghello con il suo I piccoli maestri (1964), che ci mostra una Resistenza fatta da soldati adolescenti, quasi inconsapevoli delle implicazioni drammatiche del “grande gioco” che stavano vivendo.

Ma per capire in che modo il racconto letterario della guerra si distingue dalla semplice rappresentazione visiva, sarebbe necessario prendere in esame un capolavoro quale Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, scritto probabilmente tra il 1955 e il ’58, ma edito postumo solo nel 1968 (e in una nuova edizione nel 1992). Scritto in un linguaggio che mescola italiano e inglese, esso raggiunge un’enorme forza espressiva. Gli eventi vengono narrati secondo modalità epiche, ossia come narrazione che riguarda il destino di un eroe e di tutto un popolo, che però non possono nascondere una verità soggettiva, percepita ben presto con chiarezza dal protagonista: ogni guerra, pur giustificata per opporsi ai nemici e agli invasori, non riesce a dare gloria al combattente, perché ormai il singolo soldato è solo una pedina in una scacchiera enorme, davvero mondiale.
Anche Una questione privata (1963), l’altro capolavoro di Fenoglio, può essere adattissimo per analizzare come la follia della guerra incida addirittura in un rapporto d’amore (e del resto, il binomio amore-guerra è al centro di numerosi romanzi e potrebbe costituire una sorta di specifico filo rosso).

La Seconda guerra mondiale: due confronti comparatistici
La Bataille de Pharsale, 1969) di Claude Simon, premio Nobel per la letteratura nel 1985. In apparenza, le tecniche usate da quel movimento letterario (il montaggio di frammenti, la visione impersonale, la ripetizione ossessiva di segmenti testuali, ecc.) sono presenti in quest’opera, che dovrebbe narrare la ricognizione dei luoghi della battaglia fra Cesare e Pompeo da parte di un personaggio non ben identificato, ma che ha combattuto contro i tedeschi nella battaglia delle Fiandre (1940). In effetti, però, il montaggio è molto più complesso, e comprende anche vicende incongruenti, descrizioni particolareggiate di oggetti e luoghi, nonché ‘flussi di coscienza’ del protagonista. La somma di questa eterogenea mescolanza sta in una verità che si scopre a poco a poco: il ricordo della guerra invade ogni azione di chi l’ha sperimentata. La Seconda guerra mondiale è stata rappresentata in moltissime letterature. Per non falsare la prospettiva potrebbe essere utile, in un percorso didattico, fornire indicazioni anche su opere straniere di grande valore. Questo può consentire anche di proporre romanzi o racconti scritti in stili e modalità narrative diverse. Si può per esempio prendere in esame un testo di solito classificato fra gli esempi del Nouveau Roman (il movimento letterario francese iniziato negli anni Cinquanta), ossia La battaglia di Farsalo.

Tutt’altro clima si respira in L’arcobaleno della gravità (Gravity’s Rainbow), uscito nel 1973 e considerato uno dei romanzi più importanti del postmodernismo. Ne è autore lo statunitense Thomas Pynchon, che è nato nel 1937 e quindi non ha partecipato direttamente alla Seconda guerra mondiale. Infatti, la rappresentazione che di essa ci viene fornita nell’Arcobaleno è del tutto inconsueta, dal momento che vicende secondarie accadute in tutta Europa vengono narrate con dovizia di particolari, ricavati dall’attenta lettura dei giornali dell’epoca. Ma soprattutto i referenti storici reali sono inseriti in una trama quasi fumettistica, con centinaia di personaggi comici o grotteschi. Il complicatissimo intreccio si carica ben presto di valenze allegoriche, individuabili a molti livelli. Tuttavia, come è tipico del postmoderno, il significato non è univoco: senza dubbio però Pynchon, che ha dichiarato che per quelli della sua generazione la paura della bomba atomica era forte e costante, ci mostra la Seconda guerra mondiale come sintesi di molte e diverse cause, che hanno portato ad una terribile prova generale di quanto potrà avvenire con un conflitto nucleare. Valori simbolici e timori razionali e ancestrali si fondono quindi in questa parodica e tragica visione della guerra, che per vari aspetti costituisce l’equivalente dell’Apocalisse.
Ma tanti altri potrebbero essere i romanzi da leggere e da confrontare: si va dai resoconti della situazione a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica contenuti in La pioggia nera (1965) di Ibuse Masuji, all’epico scontro di Stalingrado rievocato in Vita e destino (1960, ma edito nel 1980) di Vasilij Grossman, alla guerra cruda dei combattenti americani rappresentata in Il nudo e il morto (1948) di Norman Mailer. Numerosi, infine, potrebbero essere i confronti tra la versione narrativa e la sua trasposizione cinematografica: molto interessante in questo senso il film che il regista Terrence Malick ha ricavato dal romanzo di James Jones La sottile linea rossa nel 1998.