Umorismo tragico e pessimismo cupo. L’infelicissimo, amaramente rivoluzionario Pirandello ha aperto la sessantesima stagione del Teatro Stabile di Catania con un’opera chiave della sua produzione, I Sei personaggi in cerca d’autore,  diretti da Michele Placido.

E alla regia dobbiamo una messa in scena sobria, molto ben giocata sul contrasto tra attori e personaggi, con un inizio non a caso giocato sulla superficialità espressa dall’uso del romanesco e sulle battute semiserie, che hanno fatto da controcanto all’arrivo dei tragici personaggi con la loro tragica storia, concepita ma mai compiuta. Placido dimostra di aver letto sufficientemente bene Pirandello e di volerne rispettare lo spirito, proprio scongiurando il tradimento che tanto l’autore temeva, non appena vedeva aprirsi il sipario sui suoi drammi: non a caso il girgentino arrivò tardi al teatro, non immaginando nemmeno che da esso avrebbe avuto il suo massimo successo.

Nella parte del Padre Michele Placido ha incarnato, dunque, una tragedia sofferta, sussurrata, a tratti gridata,  sempre con  “la bocca fresca, aperta spesso ad un sorriso incerto e vano”; Guia Ielo, nei panni della madre, è apparsa davvero una donna “atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d’avvilimento”, gravata dal suo velo nero, simbolo di un lutto eterno e inconsolabile. Dajana Roncione, che ha intonato con particolare intensità la canzone popolare U sciccareddu, è stata una figliastra convincente, sentita, tragica, mai sopra le righe, con la sofferenza addosso, negli sguardi e nei toni.

Quando poi la Bambina (Paola Mita) s’è annegata nella vasca del giardino ed il Giovinetto (Flavio Palmeri), che se ne stava  dietro gli alberi “fermo, con gli occhi da pazzo, a guardare nella vasca la sorellina affogata”, si è ucciso con un colpo di pistola, gli spettatori sono rimasti davvero col fiato sospeso e l’emozione si è percepita nell’aria.

Si è discusso molto dell’inserto di parti dialettali in un testo in lingua italiana. Sono state, a onor del vero, poche e ben dosate, piccoli accenni che, probabilmente, nelle intenzioni del regista hanno voluto rendere omaggio alla profonda sicilianità di Pirandello, quella che poi ne fatto poi paradossalmente uno scrittore universale.

Forse avremmo gradito che il regista, per rendere i Personaggi “più reali e consistenti della volubile naturalità degli Attori”, facesse uso delle maschere. Ma l’effetto straniante non è mancato comunque: la dimensione di creature della fantasia si è ricreata e l’insanabile contrasto tra vita e forma, quasi un’ossessione per Pirandello,  ha catturato il foltissimo e attento pubblico.

Un esordio importante, dunque, per il Teatro Stabile. Il severo Pirandello non si sarà di certo rivoltato nella tomba.

Silvana La Porta