“Mettere la Scuola al centro”: una delle espressioni più ricorrenti nella propaganda dei governi che si sono ultimamente avvicendati.  A nessun precario o docente in lotta contro lo smantellamento della Scuola pubblica, iniziato ufficialmente con i tagli “lineari” della Gelmini nel 2008, può sfuggire, tuttavia, la corrispondenza significativa tra l’ambiguità istituzionale di questi avvicendamenti, che hanno fatto disinvoltamente a meno della legittimazione popolare, e l’ambiguità del proposito di mettere la Scuola al “centro”… Sì, perché se il messaggio mediatico mainstream che passa è quello di un rinnovato interesse maturato nei confronti della Scuola, per chi tra i banchi vive ogni giorno è più che chiaro che la Scuola è stata in realtà messa “al centro” di un programma di neutralizzazione interessata della sua funzione costituzionale e sociale.
Emblematica, a tal proposito, al di là del mancato ritiro dei tagli (8 miliardi di euro e 150.000 posti), del blocco del turn-over determinato dalla Riforma Fornero (in grottesco contrasto con la retorica giovanilistica del governo), che lascia in cattedra docenti settantenni, dell’imposizione dei demenziali Invalsi e dei reiterati tentativi di aziendalizzazione, è la faida tra precari alimentata artatamente e spregiudicatamente dagli ultimi ministri della pubblica istruzione. L’ultimo atto di questo dramma infinito, che vede protagonisti precari abilitati con diverse procedure, inseriti in Graduatorie “ad esaurimento” mai esaurite, e precari partecipanti all’ultimo concorso-beffa di Profumo, indetto con bando anomalo e per un numero risibile di posti, è il decreto 356, emanato alle 23,30 del 23 maggio scorso.

Il Decreto, che puzza fortemente di scambio elettorale, esibito in anteprima con un “twit” dal sottosegretario alla P.I. Fusacchia ad alcuni interessati, consta di un solo articolo, che crea dal nulla una nuova graduatoria di aventi diritto al ruolo, rettificando il maldestro bando del Concorsone di Profumo, che non abilitava e non dava adito alla formazione di altre liste di precari, ma assegnava un numero (ridicolo) di posti netto, ai soli “vincitori”. Con una “toppa” retroattiva al pasticcio del bando del 2012, sono stati dunque triplicati i posti allora messi in palio.

Questo significa che a chi, all’epoca, scelse di non fare il concorso in ragione dell’esiguità dei posti in palio, non resta, ora, che mangiarsi le mani. Non solo! Il decretino uscito un giorno prima delle elezioni europee è arrivato dopo che si erano concluse (il 17 maggio) le operazioni di aggiornamento triennale delle graduatorie. Questo significa che chi, dopo anni di inutile attesa, ha deciso di fare i bagagli e trasferirsi altrove per essere finalmente immesso in ruolo, si troverà davanti nuovi precari spuntati dal nulla, anch’essi con travagliata storia alle spalle, a togliergli l’agognato posto.
E’ vero che il Testo Unico, normativa gerarchicamente sovraordinata ai bandi, prevede che i posti siano assegnati per metà dalle Graduatorie ad esaurimento e per metà da concorso, ma il Testo Unico esisteva anche prima della redazione del bando!

Il paese è in balia di un’anomia che paradossalmente e schizofrenicamente assume la forma dell’ipercorrettismo giuridico. C’è una norma superiore che era stata disattesa… Bene! E quante volte è stata disattesa la Costituzione, in questi anni? Se non si va errati, la Costituzione dovrebbe essere la fonte normativa suprema… Come mai si continuano a far piovere soldi sulle scuole private in base a una semplice legge ordinaria, allora (la 62/2000 voluta da D’Alema!), in spregio all’art. 33 della Carta? E come mai un articoletto della Spending Review montiana, che ha imposto gli odiosi e odiati Invalsi, vale più dello stesso articolo, che garantisce libertà di insegnamento e, quindi, di valutazione?

In questo marasma, chi ha sempre lottato per il ritiro dei tagli e il rifinanziamento della Scuola pubblica, consapevole che è la penuria di posti a scatenare le guerre fratricide cui si assiste con sgomento e avvilimento crescenti, ha chiesto responsabilmente il ritiro di un decreto che sponsorizza una procedura di reclutamento contro le altre e che favorisce una categoria di precari a detrimento di altre, non meno vessate e non meno “meritevoli” e, insieme, ha chiesto per l’ennesima volta l’avvio di un processo di normalizzazione del reclutamento del personale scolastico, che oggi avviene da troppi canali, concorrenziali tra loro e devoluti, spesso, allo scopo di finanziare indirettamente le Università, che si fanno carico della formazione dei futuri docenti.

Con una petizione che in dieci giorni ha raggiunto le 1550 adesioni, i lavoratori che si riconoscono nella sigla Precari Uniti contro i Tagli, in cui confluiscono precari appartenenti a diversi Coordinamenti di precari della Scuola regionali attivi dall’èra Gelmini, si sono recati al Miur, il 17 giugno, dopo aver chiesto un incontro con il sottosegretario Reggi. Il sottosegretario non si è fatto vedere. I delegati dei precari, tra cui figurava la scrivente, hanno parlato con un funzionario le cui idealità, sulla Scuola e sul reclutamento, erano chiaramente ispirate al rampantismo “meritocratico” invalso nel linguaggio della propaganda per giustificare il risparmio sugli scatti di carriera dei docenti, per gerarchizzare il corpo docente premiando i professori-fiduciari del preside-padrone  e per instillare nella popolazione l’idea che la Scuola sia un “servizio on demand”, la cui funzionalità consiste nello sfornare giovani acritici che aspirino al massimo a contratti di sei mesi presso una qualsiasi multinazionale.
Il funzionario ha ammesso che il decreto ha creato grosso malcontento e malumore, ma ha affermato che… “cosa fatta capo ha”, sicché i poveri precari scavalcati (che secondo il funzionario Campione sono poca roba) dovranno rassegnarsi a vedersi sfilare il posto. Potranno però gioire al pensiero che, con l’imminente concorso del 2015, anche le nuove graduatorie istituite con apposito decreto decadranno, e tutti i disperati di ogni girone dell’Inferno del precariato si precipiteranno a fare un altro giro di ruota, un’altra selezione, un altro accertamento sommario e quizzettaro delle proprie capacità, attitudini, conoscenze…
Tutto questo, mentre la vita passa, o, se arriva lo sconforto, la si fa passare, come il precario 47enne Carmine Cerbera, primo firmatario della petizione per volere della vedova Ernestina, che il 2 novembre del 2012 si è tagliato la gola davanti allo specchio, umiliato da un paese che, col più grande patrimonio artistico e archeologico del mondo, ha ritenuto di dover quasi eliminare la Storia dell’Arte, la materia di Carmine, dalla formazione dei cittadini.