APPELLO AI PRECARI: NON COLLABORIAMO!

26 luglio 2015 alle ore 11.17

In uno dei sistemi procedurali del Diritto Romano, quello cosiddetto “formulare”, il convenuto in giudizio, cioè il “denunciato” doveva attivamente collaborare al processo. Senza la sua cooperazione, cioè senza l’assenso da lui dato alla definizione dei termini della lite, non si sarebbe potuto pervenire alla sentenza. Se lui non accettava la “formula di giudizio”, non c’era niente da fare: il processo non andava avanti.

C’è chi dice che il Diritto Romano è morto e chi invece sostiene che i nostri codici ne siano tributari per infiniti aspetti e fattispecie, ma a me non interessa, in questo momento storico, porre la questione della permanenza del “classico”.

Mi interessa la pratica di resistenza del convenuto in giudizio; mi interessa lo spunto che mi offre per dire che sarebbe ora che noi tutti negassimo collaborazione, sul piano dei presunti adempimenti cui saremmo ancora e ancora tenuti, a un potere che sta sentenziando la nostra morte professionale, e lo sta facendo umiliandoci, disperdendoci, lacerandoci, deportandoci, sfinendoci.

Dopo l’ennesimo anno da cani, un anno di resistenza attiva, di faticacce, di assemblee tese ed estenuanti, di facchinaggio, di trasferte a Roma, di collassi sotto al sole, di comizi urlati, di volantini, banner, slogan, presidi, comunicati, trasmissioni, scioperi della fame, liti coi giornalisti, controinformazione, proteste, Mimmi sulle gru bruciati dal sole, mazzate, delusioni, insulti feroci, lezioncine indecenti, voltagabbana del Pd gongolanti di vendetta tardiva nel vedere gli odiati professori finalmente stravolti, con gli occhi di fuori e l’anima disseccata, scioperi e scioperoni, audizioni-farsa, emendamenti, affossamenti, votazioni blindate e scippate, speranze ammazzate o suicide, palpiti da “oxi”, condanne a morire di debito e, infine, un presidente che, ignorando le suppliche e le argomentazioni di milioni di italiani, ha firmato con incredibile nonchalance l’atto di morte della Costituzione e della Scuola, così, come si tira il colpo di grazia a un cavallo azzoppato, ancora non siamo stanchi di subire, ancora non siamo sazi di vomito e di schifo, ancora ci angosciamo e tremiamo, ancora scriviamo letterine piene di sdegno al servo tonto della Trojka, ancora ci facciamo venire la tachicardia, piangiamo, abbracciamo i figli col terrore di doverli abbandonare per chissà quanto, per andare da Palermo a Pordenone o da Cuneo a Catanzaro, dopo una media di 15 anni di precariato, nonostante la sentenza UE, a tappare buchi e a cercare di sopravvivere per e con 1000 euro al mese, pur avendo 2000 punti in graduatoria; ancora non siamo furiosi per il furto di vita continuo, per un’istruzione rabberciata, ai minimi termini, per il caos inverecondo, per le direttive tardive e ambigue, per le sentenze ignorate, per i lobbisti che rubano cattedre agognate, trasformandole in un miraggio per i “fessi” che c’erano quasi arrivati, per lo squallore infinito dei sindacati gialli, che gettano i dadi sulle nostre vite, sbavano al pensiero della valanga prossima di ricorsi su cui ingrassare, mettono toppe, predicano rassegnazione e inducono a pazientare, a mettere in borsa qualche libro e qualche cordiale contro l’infarto e a partire, a 40/45 anni, per andare anche in culo al mondo, perché non basta lo sbattimento fatto finora, perché il ruolo bisogna pagarlo e scontarlo con il sangue, con il sacrificio estremo, con l’alienazione, financo con la vita dei figli! E ancora, ancora replichiamo, dalle tastierine a chi ci dice di ringraziare Iddio, ché c’è chi il lavoro non ce l’ha, di ringraziare Iddio che la patria, con questa crisi, dia ancora lavoro a delle femmine, a dei corpi stupra-e-getta che s’ostinano a non tornare ai fornelli e ai bordelli, a non levare il disturbo, a non liberare posti destinati ai maschi veramente produttivi come Faraone!

Ci chiediamo, ancora, se si debba o no fare la “DOMANDA“: Ma che domanda? … Che domanda, colleghi? Perché? A chi?

Noi siamo in graduatorie statali e abbiamo titolo all’assunzione, dopo anni e anni di sfruttamento! Non siamo aspiranti pivelli che mandano il curriculum a un privato!

La richiesta di inoltrare una domanda su tutto il territorio nazionale per essere assunti solo per tre anni in non si sa quale ruolo è un vigliacco e incivile abuso, una vessazione sadica, una tortura psicologica, una chiara violazione dell’art. 3 della Costituzione, una violenza e una prepotenza fatta soprattutto alle precarie, cui si chiede surrettiziamente di rinunciare a un lavoro amato e svolto fino ad oggi in condizioni di estremo disagio logistico, economico e professionale!

NON PENSIAMO A DENUNCIARE EX POST O A RIVALERCI: E’ ANCORA IN NOSTRO POTERE NON SUBIRE, NON ESEGUIRE, NON INVIARE NIENTE!

Ci stanno chiedendo qualcosa di più che un altro decennio di sacrifici: ci stanno chiedendo di riconoscere la loro onnipotenza sulle nostre vite; ci stanno chiedendo di baciare la mano che ci schiaffeggia; ci stanno imponendo quella proscinesi che il delirio dei tiranni più folli arrivò a pretendere da cittadini ridotti a sudditi! Vogliono qualcosa di più della nostra sofferenza: vogliono che scriviamo di nostro pugno la nostra condanna, che invochiamo il calcio che ci spezzi i denti, che ci proclamiamo paghi e pronti a barattare il loro nulla, un lavoro degradato, servile e per sempre precario, con il trauma del nostro sradicamento e con l’abbandono delle nostre terre e dei nostri figli!

COLLEGHI: NESSUNO, NESSUNA INVII QUESTA MALEDETTA DOMANDA DI SCHIAVITU’ VOLONTARIA! NON NE DEVE ARRIVARE MANCO UNA!

DEVONO RESTARE BASITI, ATTONITI; DEVONO FINALMENTE OBBEDIRE LORO A NOI, PERCHE’ LA LEGGE SIAMO NOI, ORA CHE NON C’E’ PIU’ LEGGE RICONOSCIUTA; DEVONO DARCI QUEL CHE CI SPETTA E QUEL CHE AVANZIAMO PER LE SOFFERENZE PASSATE! OGNI DOMANDA CHE ARRIVERA’ SARA’ PER LORO UNA CONFERMA DELLA NOSTRA AVVENUTA ADDOMESTICAZIONE, DELLA NOSTRA DISPONIBILITA’ AD ESSERE MASSACRATI!

Ora è il momento di essere COERENTI. LA LOTTA SI FA CON L’AZIONE, NON SOLO NELLE PIAZZE. Abbiamo gridato in piazza “NO AL CONCORSO!” e però poi siamo andati a testa bassa a iscriverci e a farci umiliare dai quizzoni di Profumo; ebbene: cosa ne abbiamo ricavato? NIENTE! I “vincitori” sono ancora a casa, le controversie sono aumentate, le cattedre sono diminuite e i diritti non esistono più!

IMPARIAMO DAI NOSTRI ERRORI; IMPARIAMO A NON OBBEDIRE E A NON AVER PAURA!

Basta protestare a chiacchiere: non serve! BISOGNA NEGARE COLLABORAZIONE, RIFIUTARSI IN MASSA DI RICONOSCERE CHE 2+2 FA 5 PERCHE’ LO DICONO LORO PUNTANDOCI IL COLTELLO ALLA GOLA! NON POSSONO “UCCIDERCI” TUTTI!

L’imperatore Caracalla prese il trono ammazzando suo fratello Geta in braccio alla loro madre. Fatto ciò, chiese a Papiniano, il più illustre giureconsulto del suo consistorium, di recitare un discorso in cui giustificasse ed elogiasse il fratricidio. Papiniano si rifiutò; Caracalla lo fece uccidere. Era il 213 dopo Cristo.

Noi siamo intellettuali e difensori della Costituzione. Abbiamo il dovere morale di rifiutare collaborazione a chi ci chiede di pervertire e prostituire i principi che insegnamo, in cui crediamo e conformemente ai quali cresciamo le nuove generazioni… Facciamolo! Non rispondiamo alla chiamata a servitù!

Ci costerà molto meno che a Papiniano: lui, infatti, dovette opporre un rifiuto al feroce Caracalla; ricordiamoci che noi abbiamo dall’altra parte, invece, il grottesco “Devid di Maichelangel “!

Marcella Raiola