Su L’Estroverso una notazione sul moderno narcisismo dei selfie…

“Un popolo senza lingua è un popolo senza cuore”

 La Rochefoucauld aveva visto giusto e lontano quando, tra le sue Massime, scriveva: L’amour-propre est le plus grand de tous les flatteurs (L’amor proprio è il più grande di tutti gli adulatori). Chi vuole conoscere l’uomo non può prescindere dall’apprendimento della grammatica dell’amor di sé. Questa lingua intima, seduttiva, bifida, trova una nuova parola per il suo vocabolario: selfie. Da italiani siamo bravissimi a prenderci tutta la spazzatura idiomatica delle altrui nazioni: soprattutto quella di importazione americana. Sul sito dell’Accademia della Crusca la scheda di Simona Cresti ne definisce l’ambito d’uso (e di sopruso): lingua del web, lingua dei mass media. Sono infatti quest’ultimi i diffusori più impuniti di luoghi comuni (da leggere a proposito l’articolo di Guido Ceronetti La lingua è stanca il luogo comune avanza, La Repubblica 18 giugno 2014). È chiara l’opera di persuasione dichiarata verso le masse, ma un popolo che non sa difendere la sua lingua difficilmente potrà difendere la sua terra. Così alle proteste anti Muos di Niscemi grideremo Yankee go home e nel frattempo ci faremo un autoscatto accompagnati magari, degno pendant, dalla canzone Happy, tutto made in the USA. A questo processo di disumanizzazione in corso i ladri non entrano più dalla finestra, trovano la porta aperta, siamo noi a consegnargli le chiavi di casa, la nostra vanità è il loro cavallo di Troia. Forse il vero iconoclasta di quest’epoca sarà colui che spezzerà le catene della propria immagine, il cappio stretto dell’autoscatto, romperà il patto con il proprio Sé narciso sciogliendo la vuota cera dell’io posto in auto rappresentazione nelle teche dei personali album virtuali. Le parole cedono il passo alle immagini, come soldatini di un esercito che al primo soffio cade giù. Vecchi padroni trovano nuovi trucchi per identici imbecilli. Ci sono però, come piccoli fiori sbocciati su terreni aridi, tra le nuove e meno nuove generazioni, coloro che non si fanno più incantare dal fascino mediatico dei personaggi politici e culturali di turno, dai beniamini della falsa controinformazione ufficiale e resistono coltivando faticosamente il loro senso critico, anche tra gli attacchi di sconforto sempre in agguato. La resistenza della coscienza è l’unica arma individuale che abbiamo, e, con essa, la cura dei ricordi, delle parole, delle nostre usanze. Per i Latini il cuore era sede della memoria (da cui l’etimologia di ricordare), un popolo senza lingua, e senza memoria, è un popolo senza cuore.

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