“Io rifiuto di essere pagata per le prove Invalsi” di Valentina Ciliberti I docenti scapigliati, …

 

Le prove INVALSI per la valutazione degli apprendimenti dovrebbero dare allo Stato un’idea realistica della situazione italiana rispetto agli standard europei.

La nota ministeriale 3813 del 30/12/2010 sottolinea la necessità della collaborazione dei docenti “in tutte le diverse fasi della procedura” e il Presidente dell’INVALSI, Cipollone, in una lettera inviata ai dirigenti lo scorso 10 gennaio, specifica che nelle classi prive di osservatore esterno saranno i docenti a “provvedere direttamente alla correzione delle prove, riportando gli esiti su un foglio risposta”; nella lettera aggiunge, inoltre, che “non vanno tra l’altro trascurati i connessi risparmi finanziari”.
Quindi si chiede ai docenti di effettuare questa valutazione gratuitamente o con esiguo risarcimento prelevato dai fondi di istituto che, sappiamo, versano in condizioni di quasi indigenza.

Se questa tornata di prove a scala nazionale fosse stata condotta interamente dall’INVALSI nel triennio 2009-2011 (materiali stampa e spedizione, somministrazione e correzione ad opera di personale specializzato), ne sarebbe conseguito un costo tra i 31 e gli 81 milioni di euro; la ‘’precettazione’’ dei docenti nelle scuole, presentata come obbligatoria e su base sostanzialmente volontaria, arriva a circa 20 milioni di euro. Un risparmio che non può passare inosservato.

Un risparmio funzionale, in teoria, alla valutazione delle conoscenze e competenze acquisite per un confronto (e adeguamento venturo) con gli standard europei; più che altro, una valutazione delle scuole e dei docenti attraverso un controllo diretto, NON ANONIMO, degli studenti e delle loro famiglie. La scuola ‘’migliore’’ riceverà maggiori finanziamenti; gli insegnanti ‘’migliori’’ premiati, i ‘’peggiori’’ individuati.

Ogni studente, nelle prove, è associato ad un codice meccanografico che collega le tre prove; le ultime due cifre del codice corrispondono al numero d’ordine progressivo dell’elenco alfabetico di ogni classe. È, evidentemente, come indicare il nome. Nel Questionario studenti viene operata una indagine capillare e invadente su ogni ragazzo, la sua famiglia, il contesto in cui vive.

Questo strumento di valutazione è del tutto parziale, costituito da alcune competenze dell’alunno, di base e disciplinari, attraverso prove oggettive standardizzate costituite da domande a risposta chiusa e aperta, indipendentemente dal tipo di scuola e dall’indirizzo di studio frequentato o da come e dove si è assolto l’obbligo formativo. Niente di oggettivamente, pedagogicamente e didatticamente rilevante, dunque: come si può pensare di valutare realisticamente un percorso di formazione se si realizza una prova avulsa dal contesto, dai programmi EFFETTIVAMENTE svolti, dall’indirizzo di studi?

Oltretutto, nel progetto di valutazione l’erogazione di un “premio” dovrebbe essere garantita alle scuole “migliori”, dunque con una logica esattamente opposta a quella che l’art. 3 della Costituzione (‘’Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali’’) e il buon senso suggeriscono: dare più risorse alle scuole in difficoltà.

Non posso non pensare alla scuola pubblica svedese: il miglior istituto scolastico della Svezia è stato VOLUTAMENTE posto nella zona più a rischio di Stoccolma. Ovvero: proprio dove la società e le famiglie sono carenti, dove la criminalità è difficile da contenere la presenza di un polo didattico-educativo svolge la sua funzione precipua di punto di riferimento perché la società stessa possa crescere e MIGLIORARE.

Scuola pubblica significa opportunità VERAMENTE pari per tutti, possibilità di migliorare se stessi e la società, realizzare le aspirazioni, scoprire attitudini attraverso la frequentazione di un ambiente sano che sappia ( e VOGLIA ) stimolare curiosità e desiderio di apprendere. Questa prova INVALSI va nella direzione del tutto opposta.

Non sono contraria ad una valutazione delle conoscenze e delle competenze acquisite dagli studenti né, tantomeno, della professione (e professionalità) dei docenti. Queste, però, devono essere organizzate con criteri condivisi che non facciano classismo e siano realmente e pragmaticamente facenti parte della scuola nella sua quotidiana attività.

Trovo ridicolo operare una valutazione del sistema scolastico italiano rispetto agli standard europei quando, nel nostro democratico ed evoluto paese, non si investe sulla sicurezza degli edifici scolastici, sulla creazione di nuove scuole, sulle attività didattiche dei bambini e degli adolescenti normodotati e disabili, quando non si vuole vedere ciò che è logico, cioè che 32 alunni per classe impediscono che si realizzi un SERIO lavoro di programmazione didattico-educativa e che niente può concretizzarsi senza un organico stabile in ogni singola scuola.

E’ perciò che io rifiuterò, se la mia scuola deciderà di erogare un compenso per il ‘’disturbo’’ delle prove INVALSI, di essere pagata.

Io ho rifiutato di somministrare ai miei studenti le prove; per questo il Dirigente Scolastico mi ha inviato due ordini di servizio.

Il pagamento equivale ad un modus tipico italiano: metto un tappo dove si è creata una falla. Intendono comprare la nostra pazienza e il nostro silenzio attraverso qualche Euro (a carico della scuola!).

Io non sto a questi giochi.


Prof.ssa Valentina Ciliberti