“L’urlo del precario”, l’amara riflessione dei precari messinesi Il documento elaborato dal Coordinamento dei Precari della FLC CGIL Messina…

04/08/2012

 

A seguito dell’assemblea pubblica, tenuta dalla FLC CGIL Messina il 20 luglio scorso, si è aperto all’interno del Coordinamento dei Precari un realistico quanto amaro dibattito sulle condizioni dei lavoratori che da anni sostengono con contratti rinnovati ogni primo settembre il funzionamento della scuola pubblica. Ne è venuta fuori una lettera-riflessione che proponiamo ai nostri lettori.
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L’urlo del precario
a cura del Coordinamento Precari FLC CGIL Messina

L’urlo di chi non si vuole arrendere mai unito alla forza di credere che un futuro deve esistere definisce quella linea sottile che nella vita separa “il futuro” dalla rassegnazione e dalla morte. Questa considerazione, che deriva da un’esperienza vissuta e che poco ha a che fare con il mondo scolastico lavorativo, esprime bene l’immagine della disperazione che si trasforma in forza di sopravvivenza; quella forza che neanche sai di avere, ma che, messo alle strette da eventi inaspettati e terribilmente drammatici, ti esplode dentro alla ricerca disperata di una prospettiva di vita.

“Una surfista viene attaccata da uno squalo bianco in mare aperto, rimane impigliata alla tavola ed allo squalo dalla sagola (corda) del surf per essere successivamente trascinata sott’acqua dal grosso pesce. Quest’ultimo dimenandosi cerca di mordere ripetutamente la sua preda e […].

Le parole della surfista, rilasciate al giornalista che la stava intervistando, sono risultate emblematiche del pensiero unico che in quei drammatici momenti dominava totalmente nella sua mente, “vivere”, ” tornare a galla per respirare”. L’istinto alla sopravvivenza ha determinato la giovane, a tu per tu con lo squalo, a non esitare a colpirlo ripetutamente per guadagnarsi la fuga. Questo gesto apparentemente assurdo e razionalmente impensabile, ha disorientato lo squalo che, strattonando la surfista, ha tagliato la sagola tra i denti e liberato la sua preda fuggendo nelle profondità marine.”

Il futuro, “la vita” è la vittoria nella continua lotta tra il bene ed il male; la lotta, ovvero la capacità di resistere e reagire, risulta l’unica arma che l’uomo ha sempre avuto per superare qualsiasi evento anche drammatico, pericoloso o mortale.

Come questo racconto si presti al nostro urlo è facile a dirsi. La draconiana riforma Gelmini, basata su un taglio sostanziale della “conoscenza pubblica”(*), che per efferata logica ricorda gli anni bui delle epurazioni di massa del ‘900, ci ha colpiti pesantemente nella dignità professionale e personale (la storia insegna).

(*) Non dimentichiamoci che questi pesanti tagli, bel 136.000 in soli tre anni del personale docente e ATA , ovvero operatori della conoscenza, di fatto impoveriscono il sistema scolastico, fulcro della crescita democratica del nostro popolo. Le conseguenze tutte negative di tale accanimento le conoscono tutti, dai docenti, agli studenti e loro famiglie; tra queste, spiccano, a indelebile memoria: la riduzione delle ore di lezione e tempo scuola, aumento numero alunni/classi, riduzione fondi istituto, l’accorpamento degli istituti scolastici … .

Questa operazione di marketing effettuata dal precedente governo, definita “razionalizzazione della scuola pubblica” è stata pubblicizzata come soluzione di “qualità dell’ istruzione”; ha colpito solo i lavoratori statali a partire dai precari, i quali, causa dello sperpero del denaro pubblico, venivano identificati come “fannulloni” o ” la parte peggiore dell’Italia”.

Quanto accaduto deve portare, dopo l’urlo di disperazione, ad una reale e costante ricerca della “vita lavorativa” per dare dignità al nostro essere operatori professionisti della scuola e participi attivi del suo programma. Uno scatto di dignità comporta la riappropriazione di quegli elementi che sono nuclei fondanti della Repubblica italiana fondata sul lavoro, come recita il primo articolo della nostra costituzione. Chi accetta passivamente rimane, con rassegnazione, da solo in una posizione marginale e marginalizzante; posizione che non dovrebbe trovare giustificazioni in uno stato democratico.

Le azioni di risposta determinate dalla presa di coscienza comune, come le manifestazioni degli ultimi anni, se pur partecipate, non hanno né una scadenza temporale, né si esauriscono in un solo giorno,ma sono le gambe su cui camminano le nostre idee e le nostre speranze. Esse formano aggregazione per il raggiungimento dell’obiettivo comune: il lavoro e la dignità che ne consegue per la crescita sociale di una comunità veramente democratica.

Rinunciare a questa partecipazione attiva costituisce il fallimento dell’obiettivo, la rinuncia ad essere parte “viva” di questa comunità e comporta l’atteggiamento di fruitore passivo di quanto definito ed impartito da altri. Ancora oggi gli equilibri creati con forza, sudore e costante determinazione da chi ci ha preceduti vengono lacerati, un pezzo alla volta, dai soliti altri (pochi e bramosi di potere) che pretendono, nel gioco delle parti, di essere sempre i vincitori.

Tali considerazioni richiamano quasi naturalmente la nostra memoria storica e la ciclicità degli eventi che hanno caratterizzato le trasformazioni sociali negli ultimi due secoli. Da tale conoscenza, ne deriva, per logica consequenziale, che il “gioco delle parti” sopracitato deve essere sempre e costantemente equilibrato, come in una Leva di 1° genere (con fulcro centrale) dove deve essere soddisfatto il principio di equilibrio. Tale equilibrio è solo frutto del peso che il lavoratore riesce a determinare.

La FLC CGIL in questi ultimi anni di lotta solitaria (poiché in disaccordo con gli accordi tra governo precedente e parti sociali), si è sempre opposta ed si è battuta principalmente per la dignità del lavoratore e a salvaguardia di quanto indicato nei primi articoli della carta costituzionale. Questa determinazione ha portato ad aprile alla vittoria schiacciante per le elezioni dell’RSU (primo sindacato in Italia), ruolo che il precedente governo, con leggi incostituzionali, ha cercato di smantellare. Tuttavia, la perseveranza del sindacato nel portare avanti le giuste aspettative è stata premiata dagli stessi lavoratori.

Purtroppo, anche con l’attuale governo “tecnico”, dopo dialoganti ma non sempre fruttuosi tavoli tecnici, non si riscontrano ancora segnali positivi per tutte quelle vertenze nate tra lavoratori della conoscenza ed il lascito legislativo del precedente governo. A questo si aggiunge l’incomprensibile presa di posizione a partire dal maxiemendamento al provvedimento sulla spesa pubblica, (su cui il Governo ha già ottenuto la fiducia al Senato) ” la spending review” (**) che ha prodotto, sul comparto scuola e non solo, un pericoloso strappo sindacale.

Amarezza e disappunto per il mancato accoglimento di alcune proposte di modifica che forse non sarebbero costate neppure molto: “Nulla di fatto – sottolinea Pantaleo – nemmeno sull’assurdo divieto di pagare le ferie ai supplenti della scuola”. Ed è proprio su questo punto che la FLC CGIL intende dare battaglia anche nelle aule dei tribunali: “Siamo pronti a promuovere migliaia di ricorsi”.

Per non parlare della conversione in ATA del personale docente inidoneo che viene definita dalla FLC CGIL “indecente”.

“La misura è colma – conclude Pantaleo – e contro il Governo Monti metteremo in campo un durissimo conflitto sociale. Non è più rinviabile lo sciopero generale di tutti i lavoratori pubblici e privati”.

L’accanimento degli ultimi 20 anni sullo stato sociale, derivato da una politica scelleratamente ed esclusivamente asservita all’economica (le grandi holding non hanno altro obiettivo che acquistare e controllare fette di mercato) ne ha causato una pericolosa deriva, minando la stessa natura giuridica dei diritti fondamentali del lavoratore; diritti che da tempo sembrano stravolti e condizionati da timide concessioni politicamente strumentali piuttosto che naturalmente garantite per il benessere individuale e sociale.

La contestazione sociale è lo strumento che non solo dà voce a condizioni ormai insostenibili di precarietà e disoccupazione, ma qualifica la partecipazione attiva del popolo per la riconquista di questi “fondamentali diritti” che danno dignità a chi lavora costantemente (senza mai lesinare energie) per costruire “insieme” un domani fatto di maggiori certezze e più concrete speranze per noi e per le sempre dimenticate generazioni successive. Siamo fermamente convinti che la politica sia legittimata solo come costruzione del benessere comune, ne consegue che essa non deve essere teoricamente distaccata dalla vita reale dei suoi cittadini né perseguire obiettivi di parte, ma sostanziarsi come azione che determina, attraverso la sua programmazione di sistema, il presente e il futuro stesso del paese Italia.