Fino al 23 maggio in programma le due tragedie più rappresentate della storia dell’Inda, “Edipo re” e “Antigone” di Sofocle, rispettivamente dirette da Daniele Salvo e da Cristina Pezzoli a Siracusa.

 

 

 

 

 

 

Fino al 23 maggio in programma le due tragedie più rappresentate della storia dell’Inda, “Edipo re” e “Antigone” di Sofocle, rispettivamente dirette da Daniele Salvo e da Cristina Pezzoli a Siracusa.

 

L’Antigone è una tragedia complessa, dalle mille sfaccettature, spesso vista, in tempi moderni, come una metafora dei diritti del singolo contro gli Stati totalitari (nonostante Sofocle nella sua opera non si schieri apertamente a favore di nessuna delle due parti).Al solito, le tragedie greche confermano la propria modernità. La legge degli uomini e quella degli dei; l’obbedienza al potere e la scelta di libertà, fino alla morte e così via: sono molti i dilemmi che da sempre si agitano nelle parole di Antigone, la fanciulla che per affetto familiare si oppone al re Creonte. L’Antigone di Sofocle fu rappresentata nel 442-1 e riprende, ponendolo al centro dell’azione, un problema già posto nella parte finale dell’Aiace: la liceità morale di lasciare insepolto il cadavere dì un nemico ucciso.Fra tutte le tragedie greche Antigone è fra la più rappresentate e le più attualizzabili. E la storia di una fanciulla che si rifiuta di obbedire ad un ordine del re contrario alla legge degli dei, che sono al di sopra di quelle umane. Antigone trasgredisce gli ordini del re e dà sepoltura al corpo di suo fratello. Creonte per questo la fa seppellire viva, ma non sa che con lei si lascerà morire il suo promesso sposo Emone, che è il figlio dello stesso Creonte. Quando il vecchio indovino Tiresia lo ammonisce con parole terribili, il re sconvolto fa riaprire la tomba: ma è e troppo tardi. Antigone si è impiccata ed Emone si uccide sotto gli occhi del padre. A tanto sangue non resiste Euridice, sua madre, che si uccide a sua volta. Fra tante morti e tanti discorsi sulla legge, “L’Antigone” conferma ogni volta la sua forza dialettica e la sua perfezione narrativa. E basta poco per attualizzare questa storia, che consente al pubblico di oggi di specchiarsi in quello di venticinque secoli fa, al quale si rivolgeva il grande drammaturgo Sofocle. La regia è di Cristina Pezzoli, con due attori di grande esperienza, come Maurizio Donadoni, fisico massiccio e recitazione perentoria nella parte di Creonte; e Isa Danieli, un Tiresia (l’indovino) enigmatico senza etàe senza sesso.

Un’Antigone diversa  messa in scena quest’anno nel XLIX ciclo delle rappresentazioni classiche a Siracusa: non più la santa ribelle e la dissidente contro il tiranno Creonte, come si è stati soliti rappresentarla nel dopoguerra, ma una donna portatrice di una sua verità, che ha pari dignità dello zio Creonte, re di Tebe. Così la regista Cristina Pezzoli ha voluto intendere la sua Antigone, cercando di fare uscire dal testo e dagli attori il meglio del testo stesso, dando assoluta priorità alla parola. Insomma… La lettura del regista, a suo parere, non si deve sovrapporre a ciò che Sofocle ha voluto trasmettere al suo pubblico.Pericolo di questo testo è che ci si appiattisca su versioni ormai desuete, la colpa da un lato (Creonte) e la vittima dall’ altro (Antigone). Il nostro tentativo sarà quello di fondere le ragioni di entrambi. La tragedia è un modo importante per parlare del comune sentire dell’uomo di oggi”

Queste le parole di Cristina Pezzoli, alla sua prima esperienza nel teatro greco della città di Archimede. Insomma… La regista cercherà di dare pari dignità ai due protagonisti della tragedia, portatori entrambi di una propria verità, testardi e cocciuti, senza riuscire ad ascoltare l’altro, quasi due “fondamentalisti” diremmo oggi, aventi entrambi ragione, ma con piani valoriali opposti. Autorità contro potere, legge umana contro legge divina, legge non scritta contro legge dello Stato. Per questa dicotomia, il pubblico si dovrà interrogare continuamente e dovrà trovare una risposta dentro sé. Nell’Antigone di quest’anno ci sarà una rivalutazione di Creonte, quindi, , visto come personaggio appassionato che tenta di creare tranquillità a Tebe, dopo tanti anni di sangue e violenza (ricordiamo che Antigone era figlia dello sventurato Edipo e aveva osato opporsi alla volontà di Creonte, il quale aveva vietato di dare sepoltura al cadavere di Polinice, aggressore dello Stato). Il prologo, tratto dalle “Fenicie” di Euripide, vedrà l’ombra della regina Giocasta ricordare tutta la vicenda della famiglia di Edipo (brillante soluzione adottata dalla regista per permettere agli spettatori di fare il punto della situazione).Problema terribile, al solito, dare il giusto peso al ruolo del coro, rappresentato dagli anziani tebani, che appare vile e codardo, non riuscendo ad opporsi al potere di Creonte e a far valere il proprio pensiero. Per loro, in realtà, non è giusto lasciare insepolto il corpo di Polinice e punire con la morte la giovane Antigone, promessa sposa (tra l’altro) di Emone, figlio di Creonte. Non serviranno a niente i consigli di Emone e dell’indovino Tiresia e quando il re di Tebe deciderà di salvare Antigone, sarà troppo tardi.Il coro non prenderà posizione per tutta l’opera, non volendo nessuna responsabilità, ma nel finale si opporrà in maniera violenta al proprio re. Ci sarà proprio un massacro verbale contro Creonte, disperato, oltre che per la morte di Antigone (che si era impiccata nella grotta in cui era stata rinchiusa) anche per il suicidio del figlio Emone e della moglie Euridice.

Anche se la versione appena andata in scena ha il pregio della chiarezza e della forza degli attori, meno chiaro e definito è il disegno registico complessivo, con le processioni del coro dei vecchi tebani, che sembrano un coro di chierici religiosi. Tuttavia lo spettacolo è stato applaudito dal folto pubblico che affollava le scalinate di pietra bianca del meraviglioso monumento di Siracusa.

 da Repubblica