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La poetessa e il pittore da poco scomparsi, insieme testimoni della Milano lacerata e immaginifica

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alda Merini, ovvero, come scrisse Franco Loi, la «ragazzetta che sapeva ascoltare il vento», la sua tempesta interiore l’ha trasformata nella purezza di una poesia tragica, appassionata, lieve, comunque potente, sempre. La Merini è stata una sensibile testimone della sofferenza universale e forse anche per questo è rimasta incantata dalla figura dolce e tragica di Marilyn Monroe. Alcuni versi sono nati anche dopo aver scoperto le opere di Mimmo Rotella, che all’attrice aveva dedicato alcuni suoi celebri décollage eleggendola a icona del Nouveau Réalisme:

Per quale baglior di giovinezza
si è spento il tuo sguardo d’amore? Sei morta adolescente
Ma ci sono delle menzogne del bene
per cui dentro la pace
eri soltanto un sogno.

altCosì, in un gioco misterioso e denso di magia, in cui la poesia abbraccia l’arte, prende ora vita una grande mostra che è l’omaggio di Milano a due dei suoi artisti più amati, scomparsi poco tempo fa: la Merini il primo novembre 2009, Rotella l’8 dicembre 2006. Non a caso, il titolo dell’esposizione (che si apre il 18 dicembre a Palazzo Reale, sino al 15 febbraio) porta come sottotitolo «Milano, ultimo atto d’amore».
Già, un vero atto d’amore concepito e suggerito da Piero Mascitti, direttore della fondazione Rotella, presieduta da Rocco Guglielmo: fu Mascitti ad avere l’idea nel 2005 di mettere insieme le immagini di Rotella con le poesie della Merini. Ne nacque un bellissimo libro d’artista (Spirale editore) che fu l’incipit dell’attuale mostra.
Il destino volle però che l’incrocio tra questi due mondi rimanesse solo un luogo immateriale. Nè Rotella andò nella casa impregnata di fumo sui navigli della Merini, né la poetessa andò mai a trovare il maestro nel suo caotico studio al seminterrato di via Sangallo. I due si piacevano. Entrambi avevano il gusto dell’eccesso e della provocazione: lei si fece fotografare seminuda, lui girava con un frustino a Saint Tropez con due modelle completamente svestite. D’altronde, anche Rotella era a suo modo un poeta, benché «epistaltico», come amava definirsi con un neologismo che definiva l’unione di suoni gutturali e parole in libertà. Ma quasi fosse stata una scelta calcolata, fu mantenuta una distanza: era il desiderio di voler dare forza a un legame mentale, prima di tutto.
La mostra è un viaggio sorprendente dove poesia e arte si abbracciano sullo scenario di Milano, come se la città fosse il fondale naturale di una rappresentazione dove si è esercitato l’inno alla vita. Ma con esso, anche il rito della sofferenza, della trasgressione, della libertà. Soprattutto, della creazione.
La mostra accoglie il visitatore con uno spazio comune, quello dell’incontro dei due artisti nel nome di Marilyn: le lacerazioni di Rotella e le poesie della Merini. L’esposizione si articola in due aree: ecco Alda Merini con le sue piccole stanze dense di documenti, fotografie, (in buona parte dell’amico Giuliano Grittini e in una scenografia curata da Pierpaolo Venier) con filmati, video e manoscritti inediti provenienti dal fondo dell’università di Pavia. Materiali che documentano le sofferenze del manicomio ma soprattutto le relazioni d’affetto e di stima con Manganelli, Quasimodo, Raboni e il ricco rapporto con Maria Corti, che ne ha curato l’antologia per Einaudi nel 1998. La storia e la vita di Alda Merini trova qui la sua rappresentazione. Anche attraverso un simulacro simbolico: il giaciglio della sua vita, il materasso dove la poetessa ha dormito, amato, pianto, un letto che ha assorbito il fumo di mille sigarette e accolto il furore della poesia che canterà per sempre l’amore e l’inferno.
Ed è qui che Mimmo Rotella entra in scena, nell’esplosione della Milano metropolitana, della città dei manifesti sovrapposti e strappati, nel caos dell’immagine delle icone del nostro tempo. Ecco le opere di grande formato, «Pan Am» (cinque metri per quasi tre), dove il décollage viene contaminato con interventi pittorici, ecco la bellissima tigre, copertina della monografia curata da Germano Celant, ecco, le lamiere coperte da fogli bianchi: uno spazio libero che copre le immagini delle pubblicità e apre verso l’universo dell’immaginazione.
Tutto partì per Rotella con un’inaspettata illuminazione in piazza del Popolo a Roma. Era il 1953 ed era un momento di crisi: «Non volevo più dipingere», confessò. «Poi vedo un manifesto lacerato, un colpo al cuore, uno choc. Questo è il nuovo messaggio». Da lì nasce il Rotella che conosciamo, l’autore dei manifesti strappati, il poeta delle immagini lacerate. Lacerate e sublimi come le parole della sua compagna di viaggio, Alda:
Sto per perdere l’ultimo
respiro
che va nel mistero.
Opere
– Dal 18 dicembre al 15 febbraio 2011 a Palazzo Reale a Milano si terrà l’evento espositivo «Milano ultimo atto d’amore».
– Alda Merini (Milano 1931 – 2009) è stata la «poetessa dei Navigli». Nel 1994 ha pubblicato «Reato di vita» e nel ’96 «La vita facile», Premio Viareggio e Premio Procida.
– Mimmo (Domenico) Rotella (Catanzaro 1918 – Milano 2006) è stato un pittore noto soprattutto per i décollage, manifesti staccati dai cartelloni.