altDa più di mezzo secolo la parola imprendibile , evasiva di Montale volta alla ricerca di rarefatte suggestioni metalinguistiche è entrata nella nostra cultura, arricchendo la vita di più generazioni, ma Mottetti è un purissimo distillato dell’essenza stessa del poeta, è il Montale più alto e, più che mai, cifrato. Da percorsi di M.Allo

I Mottetti sono uno dei momenti più squisiti dell’ars poetica montaliana con punte di autentico virtuosismo, in stretta emulazione del linguaggio musicale. Sono ventuno poesie brevi, di estrema concentrazione, tutte indirizzate a una donna, Clizia, “che viveva a circa tremila miglia di distanza” ed era in verità il compendio di tre donne – e soprattuto una figura dell’Amante Divina, tramite sensibile ed evocabile di ogni assoluto. E’ questo il Montale più alto e, più che mai, cifrato.
Per avvicinarsi a queste poesie ogni lettore ha bisogno di un commento che tocchi tutti i livelli, dalla nota lessicale e biografica sino all’indicazione tematica e formale.

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse.
Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. E’ l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –

(Eugenio Montale, Le occasioni, mottetti)

Questo mottetto fa parte dell’opera “Le occasioni”. In questa raccolta la letteratura è rappresentata come l’ultima difesa per la sua generazione, non solo dalla rozzezza e grossolanità del regime fascista, ma soprattutto dal dilagare della società di massa e dei suoi «automi». Ne deriva un’ideologia che oppone alla massificazione dilagante i valori elitari di un’aristocrazia dello spirito, che deriva dalla cultura liberale e dalla tradizione umanistica.
Protagonista è Clizia, figura femminile che nella poetica di Montale rappresenta la cultura, poiché deriva dalla mitologia greca dove resta sempre fedele al sole, cioè Apollo, dio della cultura. Il treno indica la minaccia della modernità, inconciliabile con l’amore e qui rappresentata dalla alienazione degli uomini massificati. Il legame di autenticità fra il poeta e la donna e il valore di privilegio che esso assume nell’ideologia del poeta sono chiaramente contrapposti alla società di massa. Tale legame e tale valore sono però tutt’altro che sicuri: basta un attimo perché si dissolvano. La conclusione del mottetto, pur nella sua negatività, resta come sospesa lasciando aperto, con l’interrogatorio finale uno spiraglio di speranza.

Lo sai: debbo riperderti e non posso
Questa poesia fa parte della II sezione delle Occasioni, Mottetti (brevi componimenti – solo nella letteratura moderna superano i cinque versi ­ imperniati su un motto, una sentenza ecc., talora di argomento amoroso), a proposito della cui genesi Montale ha scritto nell’articolo autobiografico Due sciacalli al guinza­glio (Corriere della sera, 16 febbraio 1950, poi in Sulla poesia): «Molti anni fa Mirco, noto poeta che oggi ha cambiato mestiere, scrisse mentalmente e poi trascrisse su certi pezzetti di carta che teneva appallottolati nei taschini del panciotto, e da ultimo pubblicò, una serie di brevi poesie dedicate, anzi indirizzate per via aerea (ma solo sulle ali della fantasia), a una Clizia che viveva a circa tremila miglia di distanza da lui. Clizia non si chiamava affatto Clizia, […] e neppur Mirco si chiama Mirco, ma la necessaria circospezione non toglie nulla al senso di questa noterella. Basti identificare la tipica situazione di quel poeta, e direi quasi d’ogni poeta lirico che viva assediato dall’assenza-presenza di una donna lontana, nel caso presente di una Clizia portante il nome di colei che secondo il mito fu mutata in girasole. Le piccole poesie di Mirco, che formarono poi una serie, un romanzetto autobiografico tutt’altro che tenebroso, nascevano di giorno in giorno. Clizia non ne sapeva nulla e forse non le lesse che molti anni dopo; ma talvolta le notizie di lei che giungevano a Mirco fornivano lo spunto di qualche mottetto; e così nuovi epigrammi nascevano e scoccavano come frecce, al di là dei mari, senza che l’interessata ne offrisse, neppure involontariamente, il pretesto».
Osserva a proposito dei Mottetti il Ramat che «mentre nel primo libro, gli Ossi brevi rappresentavano […] il culmine, la summa del primo tempo montaliano, i Mottetti assolvono nell’economia del libro una jùnzione meno totale; in fondo sono raccolti insieme per una loro ansietà di respiro ma non figurano una differenza d’animo sostanziale o idee dissimili da poesie ad essi esterne, come, per esempio. Cave d’autunno o Dora Markus. Diciamo semmai che uno spazio sempre più esteso viene concesso alla vigoria interpretativa del lettore critico, ché Montale sempre meno dee/ama e sempre più insinua, suggerisce […]. Nei Mottetti c’è sempre il rifèrimento a una pre-vicenda, a un antefatto che non è facile indovinare. È una prima misura precauzionale per evitare la piana ‘narrazione’ a cui Montale non si abbandona più; e poi i salti logici diventano frequentissimi, o le immagini possono contrastarsi una con l’altra […]. Montale ha ancora tanto fiato e tanta bravura da evitare che certi giochi stupendi lo serrino nel cerchio che con Finisterre (frutto di un ermetismo non intimamente sentito) gli si stringerà più dappresso anche a causa della progressiva debilitazione del poeta ‘prigioniero’ e gli consentirà sempre meno fori d’azzurro ‘».
Lo sai: debbo riperderti… apparve, per la prima volta, nella «Gazzetta del popolo» il 5 dicembre 1934.

Primo mottetto
Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l’oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzìo lungo viene dall’aperto,
strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia
da te.
E l’inferno è certo.

Metrica e retorica: endecasillabi e settenari, tranne il sesto verso che è quinario. Le rime non sono assenti (cfr. per es. “straripa” al v. 4 e “Sottoripa” al v. 6 e le rime tra concetti antitetici come “strazia” al v. 10 e “grazia” al v. 11), ma sono in numero limitato e per lo più interne, al mezzo (“tiro” al v. 2 e “spiro” al v. 3) od imperfette (per es. “oscura” al v. 5 e “alberature” al v. 7). Il cromatismo della lingua è dato anche da assonanze e consonanze.
Il mottetto descrive un paese familiare, Genova: ogni rumore, ogni attività, persino il mare, sembrano suggerire familiarità, certezza di sentimenti. Tutto nella propria terra diventa più doloroso: il poeta è alla ricerca del segno, del pegno smarrito (cfr. i vv. 11-14).
v. 1: debbo riperderti: come in una storia d’amore
v. 2: aggiustato: che va al bersaglio
vv. 3-6: siamo a Sottoripa, porto genovese
v. 3: spiro: vento, che è percezione di qualcosa che si muove e porta vita (assenza di vento è assenza di vita)
v. 5: oscura primavera: ossimoro
v. 7: Paese di ferrame: paese di cantieri navali e di porto; in una redazione precedente al posto di “ferrame” Montale aveva scritto “catrame”. Quando il poeta cambia qualche espressione cerca di utilizzare parole simili sia per suoni che per concetti e colori simbolici. Dunque, perché il cambiamento? In genere questo avviene per una sorta di orrore della ripetizione: c’è la parola “catrame” anche in un altro mottetto (D’Annunzio, per esempio, non ammetteva ripetizioni neppure dopo intere pagine);
alberature: naturalmente sono quelle delle navi, ma il parallelo lo fa parlare di “selva”, quasi si trattasse di piante vive
v. 8: polvere del vespro: il poeta è angosciato perché anche nella terra d’origine si sente spaesato (nota, tra l’altro, la rima interna)
v. 9: ronzìo: metafora di un dolore straziante
v. 12: verso spezzato: su una parola tronca si spezza anche il verso, quasi il dolore fosse tanto forte da romperlo.
Sesto mottetto
La speranza di pure rivederti
m’abbandonava;
e mi chiesi se questo che mi chiude
ogni senso di te, schermo d’immagini,
ha i segni della morte o dal passato
è in esso, ma distorto e fatto labile,
un tuo barbaglio:
(a Modena, tra i portici,
un servo gallonato trascinava
due sciacalli al guinzaglio).
Questo mottetto è stato spesso preso come esempio dello stile del poeta e lo stesso Montale lo ha commentato ed ha scritto un testo nel quale afferma che un’estate Mirko (pseudonimo del poeta) si trovava a Modena sotto i portici, angosciato e assorto nel suo “pensiero dominante” (cfr. Leopardi). Era un giorno troppo gaio per una persona non gaia. Ecco allora giungere un vecchio con due cani al guinzaglio. Al giovane che gli chiedeva di che razza fossero il vecchio rispose che si trattava di due “siacalli” (sciacalli in dialetto). Clizia si sarebbe rallegrata delle due bestiole che, forse, sono due simboli.
Scrisse i primi sette versi su un biglietto del tramvai, ma successivamente sostituì al punto fermo finale i due punti ed inserì le parentesi, che contengono l’occasione del componimento.
v. 1: pure: continuamente (dantismo)
v. 3: chiude: preclude
v. 4: ogni…d’immagini (iperbato): la realtà fenomenica è solo un inganno colorato, un insieme di figure che si compongono e si scompongono senza certezze
vv. 5-7: esistono due possibilità: o c’è un barbaglio (parola chiave), o c’è la morte (cfr. il “parie”, la scommessa di Pascal: ciò che cerchiamo potrebbe anche essere il nulla).
Nei Mottetti è presente la situazione tipica d’ogni poeta lirico che vive assediato dall’assen za -presenza di una donna lontana, così se Clizia , destinata a lunga vita nella poesia di Montale tra Le Occasioni e la Bufera è alla base dell’ispirazione di quasi tutti gli addendi della serie, quattro mottetti sono da ricondurre , secondo le dichiarazioni dello stesso poeta, a due altre donne che vengono ad essere , rispetto a clizia, sue prefigurazioni anticipandone per gradus l’esperienza conclusiva. L’una ,per il Balcone, è” una persona morta molto giovane di una malattia inguaribile” (all’anagrafe Anna degli Uberti) protagonista di un cospicuo gruppo di testi degli Ossi. L’altra donna , di cui sono pertinenza i tre mottetti iniziali è l’ispiratrice di Godi Godi se il vento ch’entra nel pomario, di Marezzo,di Casa sul mare e di Crisalide negli Ossi, oltre che di sotto la pioggia nelle Occasioni:” una donna di origine peruviana conosciuta a Firenze nel 1929/30, da identificare con Paola Nicoli.