Strumenti bibliometrici, fattore di impatto standardizzato, peer review, prodotti, agenzie di valutazione. Anche nel mondo accademico trionfa la “neolingua”, quella lingua artificiale capace di cancellare ogni pensiero eretico per il trionfo dell’ideologia produttivistica contemporanea.

 

 

 

“PUBBLICA O MUORI” QUEL NUOVO SISTEMA CHE SPEGNE IL SAPERE

Perché rischiamo di perdere di vista l’eccellenza se misuriamo tutto solo sulla base del “quanto”

di Michela Marzano – la Repubblica – 17 febbraio 2013 – pag. 45

George Orwell sarebbe stato orgoglioso. Strumenti bibliometrici, fattore di impatto standardizzato, peer review, prodotti, agenzie di valutazione. Anche nel mondo accademico trionfa la “neolingua”, quella lingua artificiale capace di cancellare ogni pensiero eretico per il trionfo dell’ideologia produttivistica contemporanea. Quella lingua che riduce il valore di un ricercatore al suo “fattore h” – il numero di volte in cui i suoi lavori sono “citati” all’interno di un certo numero di riviste – e che si affida al sofisticato software Publish or Perish (“pubblica o muori”) per il calcolo di “h”. Pubblica o muori, perché ormai conta solo l’eccellenza. Pubblica o muori, come se il linguaggio non avesse anche (e sempre) un valore simbolico. Ma come si fa a “uccidere” simbolicamente uno studioso solo perché la quantità di quello che pubblica nelle famose “riviste di serie A” non sarebbe sufficiente? Di che cosa stiamo parlando?

L’eccellenza è morta, viva l’eccellenza! Come se per valutare l’eccellenza della ricerca bastasse affidarsi al «numero delle citazioni medie ricevute da ogni pubblicazione». Come se anche la ricerca, in nome dell’oggettività e della neutralità assiologica, dovesse sottomettersi all’imperativo del “quantitativo ad ogni prezzo”. Proprio mentre le università di tutta l’Europa stanno soccombendo sotto il peso di una valutazione che, bruciando il grosso dei finanziamenti pubblici, impedisce poi di finanziare tutti quei progetti che non si iscrivono nel mainstream. Per non parlare poi dell’energia e del tempo perso per preparare i dossier di valutazione: giorni e giorni passati a riempire caselle e formulari, invece di dedicarsi giustamente alla ricerca!

Le agenzie di valutazione, ormai, non sono più una caratteristica dei paesi anglosassoni. Sono arrivate anche in Francia e in Italia, con gli stessi effetti devastanti che già denunciavano qualche anno fa i colleghi britannici. Che si tratti dell’AERES (Agence d’Evaluation de la Recherche et de l’Enseignement Supérieur) in Francia o dell’ANVUR (Agenzia di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) in Italia, il principio è lo stesso: si tratta di valutare non solo i “prodotti” della ricerca, ma anche la qualità delle università e degli enti di ricerca sulla base di una griglia ben definita a livello europeo, indipendentemente dal fatto che si parli di discipline scientificheo umanistiche, tecniche o economiche. Numero di studenti che si laureano, numero di corsi di laurea, numero di pubblicazioni nelle riviste classificate, numero di brevetti, numero di citazioni, numero di stage proposti, numero di sbocchi professionali. Ma da quando in qua il “come” si valuta sulla base del “quanto”? Quali grande ricerche del passato sarebbero state finanziate sulla base di questi criteri? Quali capolavori sarebbero passati indenni dalle forche caudine degli strumenti bibliometrici?

Intendiamo bene. Non sto dicendo che la ricerca o le università non debbano essere valutati. Non sto dicendo che il merito non debba essere preso in considerazione quando si fanno i concorsi o si finanziano i progetti di ricerca. Sto solo dicendo che non si possono sempre e comunque privilegiare le discipline pratiche rispetto a quelle che si concentrano sulle conoscenze fondamentali; che non è giudizioso promuovere la standardizzazione del sapere; che l’eccellenza, per manifestarsi, ha bisogno di tempo e di elasticità. Nessuno nasce “eccellente”, lo diventa. E per diventarlo, si ha bisogno di procedere, come direbbe Popper, per tentativi ed errori. Tanto più che il risultato di questa logica quantitativa è sotto gli occhi di tutti: tanti curriculum sono pieni di un numero incalcolabile di articoli ripetitivi, aridi e poco interessanti. Articoli in cui, tra l’altro, ci si cita vicendevolmente tanto per far aumentare il fattore “h”.

Quando si è spinti a pubblicare a tutti i costi, sarebbe difficile aspettarsi il contrario. Visto che come sanno bene tutti coloro che lavorano nel mondo della ricerca, talvolta è necessario fermarsi, perdere tempo, fare altro. Scrivere e poi cancellare tutto quello che si è scritto. Andare in una direzione e poi tornare indietro. Il prezzo della ricerca è anche questo: perdere tempo. Ma come si fa a perdere tempo quando se non pubblichi, muori?