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In Italia c’è una brutta abitudine. Crediamo, noi italiani, che fare una cosa significhi automaticamente farla bene. Ora nel nostro Belpaese qualche giorno fa è stata approvata la riforma della scuola secondaria superiore…(da Vivere, inserto de La Sicilia dell’11 febbraio 2010)
Un provvedimento che Mariastella Gelmini ha definito con un aggettivo solenne, pomposo, di quelli importanti che non si dimentica più: epocale. Cioè che segna un’epoca, che determina una svolta assoluta. E certamente l’attesa era stata lunga, lunghissima, da Giovanni Gentile in poi, insomma con i tempi giurassici dell’istruzione nostrana, il che ci fa capire quanto sia stata a cuore ai nostri politici di ora e di sempre.
Epocale. Già. Solo che questa riforma è stata fatta con un procedimento, come dire, un po’ perverso. Invece di pensare alla qualità dell’istruzione, si è pensato agli sprechi della scuola italiana, a ridurli, perché c’erano troppe materie, troppe ore, troppe sperimentazioni, troppi indirizzi, troppi insegnanti. Insomma tutto troppo. Scuola pletorica e, visti i risultati, inefficiente.
Allora la parola d’ordine è stata tagliare. Una falce maledetta si è abbattuta impietosa, con l’occhio anche a eliminare alcune antiche storture: adesso ci sono sei licei, undici istituti tecnici, sei professionali. La scuola italiana è diventata snella e trendy. Logicamente si sono ridotte le ore di italiano e storia al liceo classico, perché l’italiano a che serve al classico? Fortunatamente il liceo scientifico diventa più scientifico, al liceo linguistico, divenuto autonomo, si riducono le ore di Latino e si incrementano quelle di Lingua straniera. Ai tecnici e professionali mica aumentano le ore di laboratorio: e a che servono? Per il resto saranno poi le scuole, col 20 per cento di flessibilità oraria, ad adeguare i curricula alle esigenze del territorio.
Insomma tra luci, poche, e ombre, tante, la macchina si è avviata. L’unica cosa che non c’è è l’unica che era necessaria: rivedere completamente i programmi delle varie discipline.
Ma epocale è. Almeno formalmente ‘sta benedetta riforma, attesa da 70 anni, è arrivata. Ma fare non significa, ahinoi, far bene. Ai posteri (ma non li invidiamo molto) l’ardua sentenza.
Silvana La Porta (da Vivere, inserto de La Sicilia dell’11 febbraio 2010)