Saramago e la cecità delle coscienze: E’ un vedere senza osservare ,vedere cieco ma che cosa?…

..”c’è sempre una via di scampo
quando l’oscurità della tempesta
cova su di te
e rimani solo un punto…
Scegliere
in gioco è anche l’etica
non tanto la scelta giusta
quanto il pathos
nella sua infinità
o forse  la verità  sta
nella nostra identità
dentro la sfera della libertà”
  Da ” Cecità” di M.Allo

altSu Cecità di José Saramago

In un paese senza nome e senza aspetto, un uomo avverte un mal bianco agli occhi: non ha lesioni alla cornea, all’iride, alla pupilla, alla retina o al cristallino, eppure un giorno mentre è fermo a un semaforo si accorge che non vede, è cieco. Sembrerebbe uno strano caso individuale, ma nel corso di un breve lasso di tempo si ammalano anche il dottore che l’ha visitato e i pazienti nella sala d’aspetto con il contagiato e, dopo l’allarme generale, vengono tutti rinchiusi in un ex manicomio. Solo la moglie del medico è immune all’epidemia, ma, nonostante ciò, si finge cieca e va con il marito. Ma non saranno i soli: ben presto altri malati si aggiungeranno ai pochi, e in un periodo graduale, scandito dalla fame e dai bisogni fisiologici, tutta la popolazione risentirà del contagio. Nel manicomio, gli internati scoprono il lato buio della società, l’abbandono, la ferocia, l’indifferenza, e che hanno un senso esclusivamente perché il mondo lo attribuisce loro, nient’altro. Nelle mura della loro improvvisata prigione, emergono alcuni veri e propri dittatori, prendono il potere e stabiliscono una diseguale distribuzione del cibo, che sfocia in stupri generali e, infine, all’incendio della struttura con conseguente fuga dei ciechi. Ma anche nel mondo libero, là fuori, l’esistenza è difficile, perché si ritrovano oppressi dalla propria menomazione. Ed è proprio questa mancanza che, nel complesso, rivela luci nascoste nell’ombra del dubbio, portandoli a considerazioni filosofiche di carattere esistenziale. Così come era improvvisamente comparsa, alla fine la cecità scompare, e lascia sgomenti quelli che, poco prima, si vedevano servi di una realtà bianca come il latte. Lentamente ricostruiscono il mondo che prima esisteva, distrutto da uno nuovo conformato alla loro malattia. E ora, che hanno esperienze di vita notevoli, affermano con certezza che essi sono sempre stati ciechi, ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono.
Efficace è la descrizione del degrado umano, quando tutti nel momento della disperazione si scontrano in una lotta continua dove ognuno è nemico di tutti. Ci si trova a vivere una situazione in cui dignità e rispetto non esistono più e la sopraffazione e i soprusi la fanno da padrone. Ho trovato questo romanzo favoloso per la sensazione che lascia e soprattutto per il pensiero che vuole esprimere: forse nella società moderna siamo tutti un po’ ciechi ma il vero problema è che non riusciamo a rendercene conto.
Ma eretico e scomodo, Saramago, lo è stato sempre, in tutte le sue riflessioni ed in tutti i suoi romanzi tanto da diventare un punto di riferimento per la sinistra radicale in tutto il mondo. E’ stato accusato di antisemitismo per le sue posizioni a favore dei palestinesi in Medio Oriente  e, l’anno scorso con la sua ultima opera, “Caino”, è tornato a scontrarsi con la Chiesa cattolica portoghese. Dello stesso periodo la battaglia con la sua casa editrice italiana, Einaudi, che rifiutò di pubblicare un libro, “Il Quaderno” tratto soprattutto dal suo blog, perché molto critico con Berlusconi. Nel 2004, dopo la primavera “negra” di Cuba, ruppe anche con Fidel Castro ma in seguito ci ripensò.alt

Il titolo originale dell’opera, Ensaio sobre a cegueira (1995) , ci segnala che questo «saggio» (ensaio) è prima di tutto un romanzo, cioè uno studio sperimentale su un campione di umanità fittizia – i personaggi – che mostra le possibilità esistenziali di una ristretta comunità colta in una situazione specifica. Il titolo originale ci indica, inoltre, che il romanzo in questione, come ogni romanzo, è sempre un «saggio», cioè l’esplorazione di un tema che l’autore sonda attraverso i suoi personaggi. Il titolo originale, infine, ci offre la chiave dello stile di Saramago.
Lo stile del romanziere portoghese non è saggistico alla maniera di un Musil. Nell’Uomo senza qualità tutto diventa tema. E tutto perciò è degno di riflessione. Né si serve del saggio come una delle forme della composizione romanzesca (reportage, racconto, poesia) alla maniera di un Broch. Né a quella di Kundera, nei cui romanzi, ogni riflessione specificatamente romanzesca – ludica, irriverente, asistematica – ha la funzione di esplorare le situazioni e i codici esistenziali dei personaggi.
Il narratore di Cecità racconta utilizzando «un flusso verbale apparentemente senza regole» (ma che possiede una punteggiatura e una sintassi personali), come se raccontasse – sono parole dello stesso Saramago – «la vita di coloro che mi avevano raccontato la loro vita».
I personaggi di Cecità non hanno nome.
Tutti i personaggi sono ciechi tranne uno, «la moglie del medico», la quale all’inizio del periodo di quarantena ci offre la sua spiegazione sull’assenza di nomi: in un mondo di ciechi i personaggi si riconoscono attraverso la voce. Essi sono la loro voce.
Fin dall’inizio l’autore stabilisce un patto con il lettore: devi esercitare il tuo orecchio se vuoi distinguere i diversi modi di parlare, se vuoi riconoscerti nelle voci dei diversi personaggi. Di solito, come lettore, sei un testimone oculare. Ma qui devi trasformarti in un testimone auricolare.
È vero: il lettore può vedere quel che succede grazie alla presenza della «moglie del medico», o abbracciando la prospettiva della narrazione onnisciente. Tuttavia, entrambi i modi di vedere appartengono alla scena acustica creata dall’autore.
L’autore governa la scena acustica; il narratore onnisciente organizza le voci dialogando al contempo con il lettore; la «moglie del medico» cerca di orientare gli altri personaggi e il lettore.
L’ambiente in cui si svolge il romanzo non è descritto in modo dettagliato, realistico. Nemmeno i personaggi lo sono. Il loro passato e la loro psicologia sono irrilevanti.
La loro identificazione, perciò, passa attraverso il tema principale del romanzo: la cecità. Ciascun personaggio, infatti, è definito dalla sua specifica esperienza dei due tempi forti della malattia: il momento del contagio e il periodo di quarantena.
Ogni personaggio rivela i tratti essenziali del suo carattere in occasione del contagio ed è colpito dalla cecità in una situazione esemplare. Ciò offre al lettore la possibilità di interpretare le caratteristiche del personaggio e, inoltre, di gettare qualche luce sulla sua vita anteriore.
I personaggi si trovano riuniti in un manicomio durante il periodo di quarantena. Qui la loro vecchia identità perde progressivamente di importanza e la loro esistenza si trasforma in una continua interrogazione sul senso della loro cecità. Essi – come del resto il lettore – ne offrono numerose interpretazioni (aiutati in questo dal narratore, che interviene spesso) e, così facendo, imparano a esplorare quel vasto territorio senza nome che è ogni identità. Scoprono, inoltre, che quel territorio misterioso è il solo «spazio comune» di cui dispongono, il solo punto di partenza per riorganizzare la società.
In Cecità forma e tema coincidono. Voglio dire che la scena acustica, come ho chiamato lo spazio fittizio in cui la polifonia dei personaggi (le loro voci) si dispiega, insomma la forma-romanzo di Saramago (parlo di forma-romanzo perché tutti i romanzi dell’autore portoghese da Una terra chiamata Alentejo in poi sono costruiti in questo modo) trova nel presente romanzo, in questo romanzo sulla cecità, la sua piena e perfetta realizzazione.
Questo accade non perché i romanzi precedenti o successivi siano dal punto di vista formale meno riusciti, ma perché soltanto in un mondo di ciechi è possibile esplorare in modo radicale la dimensione vocale dei personaggi. Soltanto in un mondo di ciechi i personaggi sono le loro voci, rette da un’istanza narrativa onnisciente che le racconta e si racconta, la quale presuppone un testimone auricolare, il lettore, in ascolto di un racconto che come un poema aspira ad essere eseguito ad alta voce.
Soltanto in un mondo di ciechi la forma romanzesca adottata da Saramago rivela la sua umana aspirazione al dialogo: dove, se non in un mondo di ciechi, infatti, si può davvero mettersi in ascolto dell’altro?
In Cecità Saramago ha incontrato per la prima volta e per sempre il suo ideale estetico ed etico
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