Quella lentezza che ci mancava

Abolito il pendolarismo tra casa e ufficio, il tempo si è dilatato e la velocità non rappresenta più un valore; la pausa non è più un lusso, la riflessione torna ad alimentare la saggezza
di Domenico De Masi – Il Fatto Quotidiano – 27 dicembre 2020 – pag. 19
Se si mette in rapporto la dimensione del corpo umano e la massima velocità con cui esso riesce a correre, si capisce che l’uomo è uno degli animali più lenti del pianeta. Forse per questo ha sempre sognato di costruire protesi – dalla ruota al missile – con cui compensare questo suo handicap.
Ma la conquista della velocità non è stata uniformemente accelerata. A quasi duemila anni di distanza l’uno dall’altro, se Giulio Cesare e Napoleone avessero voluto coprire la distanza Roma-Parigi, avrebbero impiegato lo stesso tempo: un paio di settimane a piedi, una settimana in carrozza. A duecento anni da Napoleone, se anche noi volessimo fare lo stesso percorso, ci basterebbero soltanto un paio d’ore, pur senza godere di privilegi imperiali.
È con l’avvento industriale che la sfida della velocità ha accelerato le sue tappe: nel 1903 il primo volo dei fratelli Wright durò 59 secondi su una distanza di 260 metri. Sei anni dopo, nel 1909, Filippo Tommaso Marinetti pubblicò il Manifesto del Futurismo: “Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”.
Proprio in quegli anni Tuiavii di Tiavea, un capo indigeno delle isole Samoa, ebbe l’occasione di visitare l’Europa e di scrivere, con acuto spirito di osservazione, una sorta di reportage antropologico sulla tribù dei bianchi da lui chiamati papalagi. “Sopra ogni cosa – vi si legge – il papalagi ama ciò che non si può afferrare e che pure è sempre presente: il tempo. I papalagi affermano di non avere mai tempo. Corrono intorno come disperati, come posseduti dal demonio e ovunque arrivino fanno del male e combinano guai e creano spavento perché hanno perduto il loro tempo. Questa follia è uno stato terribile, una malattia che nessun uomo della medicina sa guarire, che contagia molta gente e porta alla rovina”.
Diciotto anni dopo il Manifesto Futurista, nel 1927, Lindbergh riuscì a trasvolare da New York a Parigi in 33 ore. Trentacinque anni dopo, nel 1961, Gagarin andò nello spazio, e otto anni dopo, nel 1969, Armstrong mise piede sulla luna.
Epidemia significa epídemos: il giorno in cui il dio arriva nella città. Prima che il coronavirus arrivasse nella città dell’uomo, la città, punta dal tafano della velocità, produceva sempre più in fretta per consumare, e consumava sempre più in fretta per produrre. Ognuno correva all’impazzata da una parte all’altra nei vasti spazi del pianeta, saltando senza posa da un treno a un aereo, in modo che il tempo non gli bastasse mai. Poi, all’improvviso, il lockdown ha capovolto la situazione: ora, blindati in casa, è lo spazio che manca. Per andare da una parete all’altra della stanza, da una stanza all’altra dell’appartamento, bastano pochi secondi. Abolito il pendolarismo tra casa e ufficio, eliminati incontri con amici e clienti, il tempo si è dilatato e ora ne abbiamo a nostra disposizione molto più di quanto eravamo abituati ad averne; la velocità non rappresenta più un valore; la pausa non è più un lusso e solo chi possiede il dono della lentezza può salvarsi con l’aiuto della saggezza, restando equidistante dalla paranoia dell’andirivieni affollato e dalla depressione della solitudine stanziale.
Alla fine dei conti la lentezza e la velocità, sono sensazioni relative. Nel Fedro Platone descrive Socrate anziano e stanco che, in un assolato pomeriggio estivo, si ristora dalla calura: “Che bel posto per fare una sosta! Il platano copre tanto spazio quanto è alto. In piena fioritura com’è, il luogo non potrebbe essere più profumato. E il fascino senza pari di questa fonte che scorre sotto il platano, la frescura delle sue acque: basta il piede per dirmelo. Ma la più squisita raffinatezza è questo prato, con la naturale dolcezza del suo declivio che permette, quando ci si stende, di avere la testa perfettamente a proprio agio”. Eppure, in quegli stessi anni, Tucidide dice che i Greci “si affannano in difficoltà e pericoli tutti i giorni della loro vita, con piccole occasioni di godimento”. Aristotele disprezza i commercianti per la loro vita senza sosta.
Cinque secoli dopo, ecco come Lucrezio descrive un ricco romano: “Corre alla sua villa di campagna frustando ansiosamente i cavalli neanche la casa stesse andando a fuoco e lui dovesse domarne le fiamme. Dopodiché, appena toccata la soglia, ecco che all’istante sbadiglia e piomba in un sonno profondo cercando l’oblio. O se ne riparte in fretta e furia perché gli manca la città. Così ciascuno fugge se stesso, quel se stesso al quale, ovviamente, non è possibile sfuggire”.
Nessun greco e nessun romano dell’epoca classica ha mai viaggiato a una velocità superiore a quella del cavallo o ha lavorato per più di cinque o sei ore al giorno; mai due greci o due romani si sono potuti vedere e parlare restando a più di cento metri di distanza l’uno dall’altro. Eppure nessun filosofo dopo Platone o dopo Seneca ha mai prodotto riflessioni così vaste e profonde; nessun artista dopo Sofocle o dopo Fidia ha mai creato capolavori così perfetti; nessun uomo ha saputo gestire il tempo e la vita in modo così equilibrato e con una così precisa gerarchia dei valori: “La guerra è in vista della pace – dice Aristotele – il lavoro è in vista del riposo, le cose utili in vista delle cose belle”.
Nella società industriale abbiamo accelerato così tanto i nostri ritmi di vita da considerare lenti quei guerrieri e quei commercianti che ai greci apparivano frenetici. Ma poi è arrivato il coronavirus sterminatore e ci ha inchiodati a mesi di improvvisa, inevitabile lentezza. Niente treno, niente aereo. La turba degli indaffarati, avvezza a compiere le sue turbolente attività materiali, si è trovata costretta a un lento, inusuale seminario a tempo pieno, propizio all’esercizio spirituale della lentezza, in cui si sono trovati involontariamente coinvolti anche gli animi più inesperti e recalcitranti alla ricerca interiore.
La clausura e la calma imposte dal virus ci forzano a esercitare quella riflessione che la convulsa società secolarizzata ci aveva fatto disimparare e che ora svela ai nostri occhi e ci costringe ad ammettere la differenza tra necessario e superfluo, consistente e futile, adulto e puerile. Più lo sguardo si fa pacato, più senso esso coglie nelle cose che vede e che prima, nella fretta, lasciavano indifferenti. Così quelle idee, quegli oggetti finalmente dotati di senso, offrono al nostro pensiero più spazio su cui distendersi perché solo la lentezza è capace di farci cogliere e amare anche le cose minime, quelle che i poeti scovano senza bisogno di un lockdown: “Benedetti siano gli istanti – e i millimetri – e le ombre – delle piccole cose”, invocava Fernando Pessoa.
Purtroppo la lentezza, come l’ozio, non è una questione per principianti. Richiede vocazione e addestramento. Ma è condizione imprescindibile per alimentare lo spirito creativo che, per testimonianza di Le Corbusier, “si afferma solo dove regna la serenità”.
Questa attuale, inedita esperienza di lentezza, di cui non si intravede la fine, forse va vissuta come un’esercitazione corale in vista del futuro prossimo in cui, affidate alle macchine tutte le azioni che richiedono velocità e precisione, agli umani resta finalmente il tempo per assaporare le gioie della creatività e della sensualità, della politica, dell’estetica e della convivialità.
+++++++

LOP lentezza, ozio, pigrizia

+++++++

ES Ecologia della Scuola

+++++++