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mi spiace per la Gelmini, ma io credo che la qualità della scuola non la fanno i computer nuovi e le lavagne luminose, ma gli insegnanti.

 

 

 

 

 

 

Quelli che la scuola non si può criticare

di Giorgio Israel – martedì 17 maggio 2011, 09:42

L’istruzione soffre a causa di un modello culturale perdente nel mondo e adottato con decenni di ritardo Ma chi osa mettere il dito nella piaga, attaccando test e metodi didattici, viene screditato come estremista

Un collaudato metodo per screditare le posizioni altrui è ignorare gli argomenti su cui poggiano, appiattirle su quelle estreme, e ignorare l’identità di chi le sostiene. È quel che sta accadendo nel dibattito sulla valutazione innescato dalla vicenda dei test Invalsi. Per screditare chi critica la via che si sta imboccando sulla valutazione lo si addita come avversario di ogni forma di valutazione, come il membro di una corporazione che si difende dal «merito». Il titolo dell’articolo di Maurizio Ferrera (Corriere della Sera di ieri), che forse neanche l’autore condivide, è un esempio di questo metodo: «Specialisti nell’annullare le riforme (altro che meriti e qualità)». Nell’articolo si deplora che «autorevoli intellettuali» stiano «delegittimando culturalmente» le riforme criticando i test e, sul fronte della ricerca scientifica, i sistemi bibliometrici. Sappiamo bene, si dice, che nei paesi all’avanguardia è in corso un dibattito per «raffinare e calibrare» gli strumenti utilizzati, ma noi, che arriviamo ultimi, non possiamo sottilizzare.
Bene, ma all’estero il dibattito non verte sul «raffinamento», bensì sull’opportunità di un cambiamento totale di direzione. Sono mesi che tento di trasmettere il contenuto di questo dibattito, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Un anno fa alcune tra le massime istituzioni mondiali in tema di numeri hanno prodotto un documento (Citation Statistics, reperibile in rete) che demolisce il sistema bibliometrico. Uno scienziato autorevole come Douglas Arnold (presidente di SIAM, Society for Applied and Industrial Mathematics) ha chiesto la sospensione (non il calibramento) della bibliometria accusandola di distruggere l’integrità scientifica e ha rincarato la dose con un articolo intitolato Numeri scellerati. Un anno fa, tutte le riviste di storia e filosofia della scienza hanno redatto un manifesto contro la bibliometria. E potrei continuare.
Sul fronte della scuola non è lecito ignorare le denunce dei disastri prodotti dalle ideologie dell’autoapprendimento e dell’insegnante come passacarte delle tecnologie educative e valutative confezionate da improbabili «esperti»: critiche avanzate da personalità come Laurent Lafforgue (in Francia) o Alicia Delibes (in Spagna). Non è lecito ignorare il recentissimo libro (The Death and Life of the Great American School System) di una protagonista delle riforme statunitensi dell’istruzione, Diane Ravitch, che non parla di «ritocchi» ma di fallimento del sistema dell’«accountability» e del «testing». Ravitch non dice che i test sono inutili ma che vanno usati con grande moderazione e non dando a credere che abbiano validità scientifica e che siano oggettivi. Invece qui si ripete tutti i giorni, con una sordità pari alla supponenza, che il sistema dei test permette una «misurazione oggettiva» delle competenze e del loro valore aggiunto. Si parla pomposamente di «standardizzazione scientifica», il che fa ridere chi sappia che cosa sia una misurazione scientifica.
È il tipico modernismo in ritardo all’italiana, vera forma di provincialismo: adottare le riforme costruite qualche decennio prima altrove, con un dogmatismo giustificato in nome del nostro ritardo. Così fu per la riforma della scuola primaria, quando, ad esempio, si decise di introdurre la «teoria degli insiemi», seguendo un modello che in Francia stavano precipitosamente abbandonando, e così ancor oggi siamo afflitti da questa pessima eredità.

In realtà, la questione è di politica culturale. Il modello di una scuola basata sulla centralità dei contenuti e della figura dell’insegnante, e su un rigoroso sistema di valutazione che ruoti attorni alla pratica delle ispezioni e così inneschi un processo di crescita culturale, non appartiene solo alla tradizione «conservatrice» e «di destra». Appartiene anche, e fortemente, a una tradizione di sinistra. Basti pensare a quanto scriveva uno degli intellettuali comunisti più innovativi in tema di istruzione, Lucio Lombardo Radice. Rivendicando il valore rivoluzionario dei «metodi attivi nell’educazione della mente», ammoniva che «secondo certe tendenze “estremistiche” e superficiali, oggi purtroppo di moda nel nostro paese, “attivismo” significherebbe invece liquidazione di ogni sforzo, di ogni noia, di ogni sistematica disciplina mentale e con ciò di ogni organico sapere. Si esalta una scuola nella quale è sempre domenica, nella quale ad ogni ora si celebra la festa dello spirito creatore, nella quale ogni attività è individuale, libera, piacevole, giocosa. Al bando la geografia sistematica: basta organizzare un viaggio, reale o ideale, della classe in un’altra regione studiandone le carte, le comunicazioni, i prodotti, i costumi. Morte alla scienza classificatoria: tre mesi di osservazione ed esperimenti sulle lumache formerebbero lo spirito scientifico assai più di un’organica visione (in buona parte necessariamente libresca, o frutto di lezioni ex cathedra) delle grandi linee della evoluzione delle specie. Basta con le date, colla successione cronologica e le periodizzazioni storiche; episodi, racconti, immedesimazione con pochi “eroi” darebbero il vero senso della storia. Si va molto al di là della confusione tra due momenti educativi: si arriva ad annullarne uno, quello basilare, riducendo la scuola a escursione, esercitazione, libera ricerca, lettura occasionale». E difendeva lo «studio-lavoro, la lettura-riflessione, lo sforzo di comprensione tenace, l’applicazione disciplinata, organica, paziente, la faticosa organizzazione della propria mente e del proprio sapere».
Si chiederà cosa c’entri questo con la valutazione mediante test. C’entra, eccome, per chi abbia esaminato attentamente la natura dei test proposti – e lo faremo analiticamente, se ne può star certi – e la devastante attività di addestramento al superamento dei test che ha messo in campo una pubblicistica da quiz molto al di sotto degli standard temuti da Lombardo Radice. Si tratta di quelle pratiche che, come denuncia la Ravitch, hanno minato la qualità della scuola americana, come hanno minato la qualità dell’insegnamento matematico in Finlandia. C’entra, perché tutto rientra nella sciagurata idea secondo cui quel che conta è solo la metodologia («come» si pensa e non i contenuti).
Si diceva che il problema è di politica culturale. Una sinistra in crisi di orientamento si è rifugiata nel modello tecnocratico, come una «teologia sostitutiva». La destra, afflitta dal solito complesso di inferiorità culturale, spesso si accoda. Così, l’unico indirizzo in campo resta sempre quello della «micidiale coppia» Berlinguer – De Mauro (secondo l’efficace definizione di Paola Mastrocola). Insistere su questa via, accoppiando procedimenti di valutazione automatizzata con l’ideologia dell’insegnante-facilitatore, della scuola open space, della distruzione dei contenuti a favore della tecnologia e della dittatura della metodologia, questo sì che è diabolico.

All’indirizzo «micidiale» trasversale deve contrapporsi il fronte del buon senso. Fa quindi piacere che il senatore Rusconi – con un «messaggio chiaro e forte» rivolto al suo partito, il Pd – dica che la qualità della scuola non la fanno computer e lavagne multimediali, bensì gli insegnanti. E, aggiungo, insegnanti «maestri», insegnanti di qualità, non «facilitatori» passacarte; insegnanti da reclutare coi concorsi e poi valutati, non mediante assurdi parametri come il «valore aggiunto» di apprendimento, bensì sui contenuti, con un sistema ispettivo da costruire in modo meditato, tenendo conto dei pro e contro delle esperienze estere.

http://www.ilgiornale.it/cultura/quelli_che_scuola_non_si_puo_criticare/17-05-2011/articolo-id=523670-page=0-comments=1

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Corriere della Sera – 16 Maggio 2011 – pag. 38

Specialisti nell’annullare le riforme (altro che meriti e qualità)

 

di  Maurizio Ferrera  

In Italia la strada delle riforme è costellata di trappole. Una di queste funziona così. Si prende atto di un problema, si osservano le esperienze di Paesi più avanzati, si avvia un percorso di cambiamento. Le categorie colpite si mobilitano, spesso mascherandosi dietro slogan ideologici. A questo punto scatta la trappola.

Nel dibattito culturale si levano voci scettiche o critiche nei confronti delle riforme. Il tipico argomento è: i nuovi strumenti non funzioneranno, anche all’estero stanno facendo marcia indietro, rimettiamo in discussione gli obiettivi. Alla fine, le riforme si bloccano, vince lo status quo. Questo meccanismo ammazzariforme rischia oggi di attivarsi nel campo dell’istruzione. A farne le spese potrebbero essere i timidi passi che si stanno compiendo nelle scuole con i test Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) e nelle università con la misurazione della produttività scientifica dei docenti. La storia è nota. Da anni le scuole italiane ottengono pessimi punteggi nelle indagini Pisa-Ocse (il Programma per la valutazione internazionale dell’allievo voluto dall’Organizzazione per la cooperazione economica europea) mentre le università si collocano nella fascia bassa delle graduatorie internazionali. Le eccellenze, che pur esistono, sono disperse, non visibili né valorizzate. I test Invalsi e la valutazione della ricerca rappresentano un meritorio tentativo di migliorare la situazione. Le resistenze dei docenti a farsi «misurare» erano prevedibili e in passato si sono manifestate anche all’estero. Da mettere in conto era pure il disorientamento degli studenti di fronte a inedite modalità di verifica. Il boicottaggio delle prove Invalsi, organizzato in varie scuole dai sindacati autonomi, getta però ombre preoccupanti sulla riuscita dell’operazione. Accanto ai triti slogan antimeritocratici dei Cobas, nelle dichiarazioni di presidi e insegnanti sono emerse antiche diffidenze verso il confronto comparativo e il principio di responsabilità individuale. Poche settimane fa è stata istituita l’Agenzia nazionale per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur). Che diranno i rettori e che faranno i sindacati quando una parte (speriamo cospicua) del finanziamento pubblico sarà collegato alle misurazioni Anvur, basate su criteri trasparenti e uguali per tutti gli atenei? Nel dibattito pubblico s’intravedono già i segnali della trappola più insidiosa: la delegittimazione culturale della riforma, anche da parte di autorevoli intellettuali. Si è cominciato a dire che i test sono un pericoloso strumento nozionistico che mortifica l’autonomia dei docenti e distorce gli obiettivi della didattica. Le misure bibliometriche vengono a loro volta attaccate in quanto per loro natura incapaci di cogliere l’ «autentico» valore dei prodotti di ricerca. Sappiamo bene che non esistono metri aurei per valutare e che nei Paesi all’avanguardia è in corso un dibattito su come raffinare e calibrare gli strumenti sinora utilizzati. Ma l’Italia è in retroguardia, il nostro problema non è stabilire se sia meglio Cambridge o Oxford, ma fissare qualche paletto in una situazione di caos indifferenziato che penalizza soprattutto gli studenti. Se non introduciamo rapidamente dei segnalatori di qualità, per quanto grezzi e imperfetti, resteremo intrappolati in questo caos. E abbandoneremo a se stessi (magari costringendoli alla fuga verso l’estero) quei «capaci e meritevoli» di cui parla la nostra Costituzione, giustamente fiduciosa nella possibilità di riconoscerli e valorizzarli.

http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/16/Specialisti_nell_annullare_riforme_altro_co_9_110516049.shtml

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Nel Sud la scuola migliora, ma lascia a casa i precari

Intervista al senatore Antonio Rusconi, capogruppo PD in Commissione Cultura e Istruzione, sul 2° Rapporto sulla qualità della scuola a cura di TuttoScuola

Pubblicato il 12 maggio 2011

Senatore Rusconi, la notizia è che il Sud fa meglio del Nord. Almeno a giudicare dai dati del triennio 2007-2010 che costituiscono il 2° Rapporto sulla qualità della Scuola pubblicato dalla rivista TuttoScuola. Nonostante alcune forti criticità, nonostante gli storici ritardi che lo affliggono, c’è speranza per il nostro Meridione oppure il divario esistente rischia di essere allargato dalla riforma federale del Paese?
Il sud recupera alcuni indici, uno dei quali è la stabilità dei docenti, è vero questo, ma perché accade? Per assurdo, perché il sud è più colpito dai tagli: essendo scomparse le cattedre sono diminuiti i posti da assegnare, con la conseguenza che risultano più cattedre assegnate, ma attenzione, solo a docenti di ruolo. La Calabria è l’esempio migliore di tale fenomeno, con un taglio di oltre il 20% sono rimasti nelle classi solo i docenti di ruolo e sono andati a casa quelli precari. Al nord, invece, il fenomeno è diverso ma sempre negativo: alcune graduatorie sono rimaste esaurite cioè sono stati chiamati tutti i nominativi disponibili, anche coloro che non hanno la specializzazione SIS, anche coloro che avevano tentato il concorso come ripiego rispetto ad altri impieghi.
Maggiore precariato al nord e minore al sud è il risultato solo apparentemente positivo di una politica fatta di tagli, e non di progettazione. Sulla riforma della scuola elementare, la Gelmini affermava in tv che non ci sarebbero stati licenziamenti fra i docenti di ruolo, ma quelli fra i precari? Questi sono le prime vittime dei tagli al sistema scolastico, perché messi fuori dall’eliminazione del numero delle cattedre.
Va ricordato che il Governo Prodi aveva proposto di riaprire e bandire i concorsi per la scuola pubblica, proprio per evitare che rimanesse fuori dalle assunzioni il gran numero di docenti precari. In sostanza non si è stabilizzato, ma si è assunto solo nella misura in cui era possibile dipendentemente dalla collocazione geografica.
Inoltre la riforma della scuola elementare ha tagliato più al sud che al nord, per esempio a Milano abbiamo il 91% del tempo pieno, con ovvie conseguenze anche sociali sulle famiglie e sul lavoro femminile al sud.

Nel rapporto si dice che sono aumentati i computer, ma poi la metà delle scuole italiane dovrebbero chiudere perché non sono in regola con le norme di sicurezza. Non è una delle tante e forti contraddizioni del sistema scolastico?
Non è solo una contraddizione. Dopo l’ennesima tragedia in una scuola, il crollo del liceo scientifico Darwin di Rivoli nel novembre 2008, dove perse la vita un ragazzo e molti altri riportarono ferite più o meno gravi), Guido Bertolaso, allora capo della Protezione Civile, indicò come somma necessaria per mettere in sicurezza gli edifici scolastici, 13 miliardi di euro. Il PD aveva proposto l’utilizzo di fondi a disposizione del ministero dell’Istruzione, fondi per 8 miliardi di euro, proposta presentata nella commissione Istruzione del Senato e poi riproposta attraverso vari emendamenti alle ultime finanziarie. Il governo di quei fondi necessari ne promise solo 300 milioni di euro e solo per 100 scuole in tutta Italia.
Giustamente e sottolineo giustamente, lo Stato pretende dal privato la messa in sicurezza degli ambienti, richiede certificazioni, fa controlli, mette in atto un pacchetto di misure che servono a garantire che i locali privati siano sicuri, ma poi è inadempiente con se stesso, pensiamo solo che oltre la metà delle scuole italiane non potrebbe aprire i cancelli domani mattina. C’è da un lato la scuola della lavagna luminosa che mostra con orgoglio la Gelmini in tv e dall’altro lato la scuola dei calcinacci, quella delle nelle nostre città, quella dei nostri figli.

Il rapporto di Tuttoscuola, restituisce in termini numerici il fenomeno della dispersione scolastica, e non solo nelle regioni meridionali, proprio mentre Europa 2020 chiede all’Italia di ridurre drasticamente questo fenomeno che ha costi sociali e anche economici pesanti. Senza pretendere di risolvere tutto con un impossibile colpo di bacchetta magica, cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione?
Intanto è utile capire bene l’entità del fenomeno portato alla luce dal rapporto di tutto scuola: 190mila ragazzi ogni anno scolastico lasciano la scuola, una parte di questi, compresa fra 60 e 70mila, si riscrive a scuole private, ma rimane un numero alto, 120mila giovani che a 16 anni circa non fa più nulla, non segue più nessun percorso formativo. Questa è una sconfitta per tutto il Paese. Noi siamo gli unici in Europa (e sestultimi in una graduatoria dell’abbandono scolastico, peggio di noi ci sono la Turchia, e Malta per fare un esempio) a ridurre le ore di inglese e di recupero, a non offrire nessun tipo di misura e intervento che contenga il fenomeno dell’abbandono scolastico. Io ho insegnato per 16 anni e naturalmente sento costantemente i racconti e le impressioni dei miei colleghi insegnanti, ebbene sono commenti desolanti.

Da una lettura dei dati del rapporto, la stabilità del personale docente non è strettamente legata alla qualità dei risultati ottenuti nelle classi, in termini di voti degli studenti per esempio. E’ indubbio, però, che quello del precariato dei docenti è un buco del nostro sistema non solo scolastico, ma anche sociale. Lei cosa pensa al riguardo?
Il problema è che non è entrato un giovane di ruolo nella scuola italiana, non è stato aperto un concorso, nessun neo laureato (e quindi giovane) è stato assunto nelle scuole italiane. Il messaggio che arriva ai giovani è chiaro e grave: la scuola non è un posto di lavoro rilevante, garantito e valorizzato. Non si aprirà nessun capitolo nuovo se non attraverso una motivazione importante per i giovani. Se non facendo passare un messaggio alternativo, con i fatti, non solo a parole, che quella dell’insegnante è una professione di rilievo perché gli è affidata la formazione delle nuove generazioni, la qualità culturale e professionale dei giovani, in una parola del futuro del Paese.

Che cosa possono e devono fare le istituzioni per rilanciare il sistema scolastico, per restituirgli la funzione ed il ruolo di “ascensore sociale” che gli assegna la Costituzione?
Lo ribadisco: dare un messaggio chiaro nei fatti, che la scuola è una priorità anche in termini economici, di investimenti, che dal piccolo al grande comune, le spese per la scuole devono essere al primo posto rispetto a tutto il resto, fra la scuola e una strada piena di buche, si deve intervenire prima sulla scuola, poi sulla strada. E’ difficile, certo, prevede un cambiamento e anche molto coraggio, ma dà un segnale autentico e concreto.
Questo vale anche in casa nostra, anche nel PD deve essere chiaro e forte questo messaggio. E poi, come dicevo, è necessario rimotivare i docenti, valorizzare il loro lavoro: mi spiace per la Gelmini, ma io credo che la qualità della scuola non la fanno i computer nuovi e le lavagne luminose, ma gli insegnanti.

http://beta.partitodemocratico.it/doc/208560/nel-sud-la-scuola-migliora-ma-lascia-a-casa-i-precari.htm