“Quevedo non è inferiore a nessuno, ma non ha trovato un simbolo che si impossessi dell’immaginazione della gente”J.LUIS BORGES( Da PERCORSI) di Maria Allo

 

L’acuta osservazione di Borges getta un pò di luce sulla sorte toccata al grande scrittore del Seicento spagnolo, che nel panorama della letteratura iberica ed europea non ha mai goduto di tutta la fama che avrebbe meritato.Una delle ragioni del relativo oblio, ricorda ancora Borges, è forse la sua “pulizia”di sentimenti, il suo non indulgere mai allo sfogo patetico.Acuto politico, grande erudito,poeta,filosofo, scrittore abile e fantasioso, di temperamento inquieto ed eroico, Quevedo difese i valori tradizionali del Secolo d’Oro: la nobiltà, il cattolicesimo,la patria.. Ciò non gli impedì di avere una lucida consapevolezza della decadenza spagnola.

IL PROLOGO ALL’INGRATO E SCONOSCIUTO LETTORE (da Sogni e Discorsi)”Così perverso come tu sei che nemmeno chiamandoti pio, o benevolo e benigno negli altri discorsi, sono riuscito ad evitare le tue persecuzioni.Ormai deluso ,voglio parlare con te chiaramente.Questo è il discorso dell’Inferno;non concludere che  sono maldicente perchè dico male di chi si trova laggiù, poichè non è possibile che in esso vi sia alcuno che possa dirsi buono.Se ti sembra tirato in lungo,sai cosa fare:prenditi l’inferno che ti basta e taci.E se qualcuno non ti garba,sii tanto caritatevole da tacerla o tanto dotto da correggerla; poichè l’errare degli uomini e il ferrare riguarda le bestie o gli schiavi.Se ti sembrasse oscuro, mai l’inferno è stato chiaro, se triste o malinconico,io non ho promesso risate.Soltanto richiedo, lettore, anzi ti scongiuroin nome di tutti i prologhi, di non travisare le mie ragioni e di non offendere con malizia le mie buone intenzioni.Poichè innanzitutto io porto rispetto alle persone e soltanto biasimo i vizi, critico le negligenze e gli eccessi di certi impiegati senza toccare la dignità degli impieghi; infine, se il discorso ti piacerà,ti divertirai,altrimenti poco mi importa, perchè a me non viene niente nè da te nè da lui.Vale.”

Luciano diede a Quevedo l’impostazione fantastico-immaginaria che sta alla base di una delle sue più importanti opere, i Sogni e discorsi di verità scopritrici di abusi, vizi e inganni in tutte le professioni e stati (Sueñ os y discursos de verdades descubridoras de abusos, vicios y engañ os en todos los oficios y estados, 1627).

I “Sogni” è una disamina della società che gli sta attorno, un viaggio nell’inferno quotidiano che sembra avere punti di contatto con le pitture di Hieronymus Bosch.

Quevedo fu saggista politico e morale, poeta di alte qualità liriche, scrittore satirico degno di essere accostato ai maggiori della storia letteraria europea. Contemporaneo di Velázquez, di Calderón e di Góngora, fu uno dei rappresentanti più tipici della sua epoca. Il suo pensiero è determinato dal clima di disfatta creatosi nel suo paese, dalla crisi dell’umanesimo, il tentativo di conciliare essenza cristiana e tendenza stoica in un quadro di spietata, amara, paradossale critica di costume.

Dominante in lui l’intellettualismo barocchista, che gli deriva da una condizione umana profondamente vissuta, sofferta, non tollerata.Quevedo si innesta dunque pienamente nella cultura barocca, che veniva sempre più caratterizzandosi come reazione al sentimento rinascimentale di armonia e i bellezza:alla natura e all’uomo si sostituivano l’inquietudine metafisica, l’aspirazione a Dio e all’infinito.E’ un autentico umanista cristiano.Risente dell’influenza di Giusti Lips, che operava una coinciliazione dello stoicismo con la dottrina cattolica.Scrisse molto, ma senza mai pensare, specie in poesia, all’opera chiusa, compiuta.Sogni sono cinque componimenti in prosa cui conviene legittimamente il titolo di Suenos(Sogni).

“Il nostro desiderio va sempre pellegrino fra le cose di questa vita, e con vana sollecitudine corre dall’una all’altra senza trovar nè patria nè riposo.Si alimenta e si distrae con la loro varietà, sua occupazione è l’appetito, e ciò per ignoranza .Perchè se conoscesse le cose fin dalmomento in cui, ansioso e affamato, le ricerca ,le avrebbe in orrore,come quando pentito le disprezza. E bisogna considerare la grande forza che esso ha, perchè promette e le fa credere che i piaceri e i diletti siano meravigliosi, invece lo sono soltanto finchè li ricerchiamo:e quando si arriva a possederli, nessuno ne è contento.Il mondo , che sa come è fatto il nostro desiderio, per lusingarlo gli si pone davanti mutevole e vario,poichè la novità e la diversità sono l’ornamento che più ci attrae.Così facendo, solletica i nostri desideri, li trascina con sè ed essi trascinano noi.”(da il mondo dal di dentro)Il mondo dal di dentro è l’altro Discorso della raccolta;la dedica al duca di Osuna porta la data del 26 Aprile 1612.Quevedo inizia il racconto che è in realtà una  lunga metafora, con una serie di considerazioni morali che fanno da introduzione.L’autore incontra il Disinganno, personificato in un vecchio.Insieme arrivano alla strada maggiore o strada dell’ipocrisia,che “inizia con il mondo e finirà con lui, e non c’è quasi nessunoche non abbia in essa se non una casa, almeno una stanzetta.”L’ipocrisia è l’unico tema del racconto e viene sezionata e analizzata in tutti gli aspetti.

Lo spirito satirico di Quevedo infierisce su tutta una società avida, corrotta ed ipocrita;l’acrimonia che egli dispiega, e che può apparire eccessiva , è originata da un lato del suo pessimismo biblico,che lo induce a non vedere nella Spagna del suo tempo che decadenza e putrefazione , dall’altro da un atteggiamento estetizzante che lo porta al compiacimento per certi effetti comici o ingegnose soluzioni.

Non risparmia di certo noi donne!

Famosa diventerà la descrizione della vedova, che di fuori ha un corpo di litanie e di dentro un’anima di allelujia, drappi neri e “pensamientos verdes”;e il verde sarà poi per sempre, in Spagna, il colore della lussuria.E ancora l’amara meditazione sulla donna:”Se le faila corte, ti metti nei pasticci:se la mantieni, vai in rovina;se la lasci, ti perseguita;se l’ami, ti lascia”.

Maria Allo