Luciano Canfora è stato esplicito: “Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere la spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”. La prima urgenza è “cancellare la riforma Gelmini”.

 

La bufala dei “quiz a crocette” obbligatori e l’invalsa beffa

delle “valutazioni” nelle scuole disastrate da riforme assurde.

di Polibio – 19 maggio 2013

Luciano Canfora è stato esplicito: “Poiché la scuola dovrebbe essenzialmente far nascere la spirito critico, la miglior cosa sarebbe eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”. La prima urgenza è “cancellare la riforma Gelmini”. E ha precisato che “le prove Invalsi sono una mostruosità, una cosa senza alcun senso, che può servire se mai a premiare chi è dotato di un po’ di memoria più degli altri, non chi ha spirito critico”, e che, cancellata la riforma Gelmini, si provveda a “ripristinare il numero dei docenti necessari, rendere le classi più piccole e più umane e – se non è utopia – rendere più dignitoso il salario dei docenti”. Al di là della pretesa “di rilevare attraverso i testi quello che uno sa”, “il vero problema è il tentativo di trasformare i cittadini in sudditi, facendo ciò che è tipico di tutti i sistemi autoritari”. Togliendo “allo studente che si sta formando in anni decisivi della sua vita l’abito alla critica, alla capacità di comprendere e di studiare storicamente, di distinguere”, lo si trasforma “in un pappagallo parlante dotato di memoria e nulla più. Appunto, un suddito, non un soggetto politico. L’Invalsi e tutta la quizzologia di cui siamo circondati è lo strumento per ottenere questo risultato”.

 

Le pessime condizioni organizzative che caratterizzano il sistema scolastico italiano – deformato da assurde e squallide riforme “epocali” imposte da politici, incompetenti delle problematiche dell’istruzione e della formazione, al solo scopo di “recuperare” dall’istruzione oltre 8 miliardi di euro, sostanzialmente infischiandosene (o, peggio ancora, ignorandolo) del gravissimo e irreparabile danno che avrebbe immediatamente investito oltre 8 milioni di alunni (e tutti gli altri, a seguire, negli anni futuri), in termini di istruzione, di cultura e di capacità critica) e circa ottocentomila insegnanti (altri centomila sono stati trasformati in disoccupati) – traggono la loro origine dalle tre “I” (Internet, Inglese, Informatica, ma senza la “I” dell’Italiano, che peraltro è oggi assente anche nelle tre “I” di Invalsi, Indire e Ispettori” per “valutare” ciò di cui non ci sarebbe bisogno, dato che conosciamo le condizioni di dissesto e chi del dissesto è politicamente responsabile) di una legge di riforma che porta il nome e il cognome dell’allora ministro Letizia Moratti.

Una legge i cui guasti prodotti sulla scuola pubblica cominciavano a evidenziarsi in tutta la loro realtà a distanza di poco più di un anno dall’approvazione, seguita dalla propaganda governativa mirante a convincere il Paese del “radioso” futuro che si stava preparando per alunni, genitori e personale della scuola.

La “legge Moratti” non era stata seguita dagli interventi delle Finanziarie, con risultato negativo del meno tempo scuola obbligatorio, del meno personale docente e ata, del nessun investimento a favore della generalizzazione della scuola dell’infanzia e per l’edilizia scolastica, e con peggioramento della qualità dell’offerta formativa nella scuola secondaria superiore, mentre dentro le aule scolastiche gli alunni diventavano sempre più numerosi.

Già nell’ottobre 2004, il maestro/a unico/a nella scuola elementare veniva valutato un “arretramento anche dal punto di vista pedagogico” e, considerato “il tempo scuola elemento importante di qualità”, “ridurre a ventisette ore il tempo scuola per tutti” nella scuola media “comprime” (così nell’opuscolo “La mala educazione” – “scuola: un anno di Moratti” –  con prefazione di Enrico Panini, allora segretario generale della Flc Cgil, e con testi a cura di Maria Brigida, Paola Coarelli, Luisella De Filippi, Giovanna Zumino) “troppo l’attività didattica e rischia di produrre emarginazione e insuccesso”, mentre “i lavori opzionali, non essendo per tutti, svolgono solo una funzione di recupero negando la socializzazione e l’uguaglianza”.

Nel 2004, così si legge nello stesso opuscolo, nella scuola superiore c’è stato “il pesante taglio degli organici (siamo a circa 15.000 posti in meno in tre anni per la sola superiore) che ha aumentato in modo crescente il numero degli alunni per classe, fino a trentadue, trentatrè. Per intere settimane le classi rischiano di non avere lezioni su alcune materie, che non verranno più recuperate perché manca il personale per sostituire i colleghi assenti per brevi periodi. Così come viene meno la sorveglianza nelle classi e nei corridoi e qualcuno, già dall’anno scorso, pensa di ricorrere alla polizia”. Inoltre, “per far fronte ai problemi derivanti dai tagli degli organici e delle risorse molti istituti aumentano le tasse scolastiche” (guarda caso, si tratterebbe del “contributo volontario”, e pertanto non dovuto dai genitori quando iscrivono i figli a scuola, ma che certi presidi “impongono” come “obbligatorio”, di cui alla reprimenda del capo dipartimento dell’Istruzione Lucrezia Stellacci ai dirigenti scolastici, i quali,  invece di scusarsi, ovviamente coloro che il “contributo” l’hanno “imposto”, hanno a loro volta risposto indignati alla Stellacci per essersi “permessa” di inviare la reprimenda?). 

 

Durante la breve fase del governo di Romano Prodi, frantumato da tradimenti e da compravendite, il ministro della Pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, aveva annunciato “un piano di formazione dei docenti che sarebbe partito con la formazione dei docenti delle medie”, che non voleva dire “cercare un capro espiatorio ma la constatazione che le maggiori lacune si riscontrano in questo ordine di scuola”, perché “quasi tutti i debiti formativi dei primi due anni delle scuole superiori nascono da carenze già emerse negli anni di studio precedenti”. Tuttavia, le carenze partivano sin dalle elementari, dalle quali, così da parte di presidi e di professori della scuola secondaria di primo grado, giungevano ragazzi “con gravissime lacune ortografiche e grammaticali”.

Ciò anche perché di fronte, nel dicembre 2007, ai dati del rapporto Ocse-Pisa (due giovani italiani su tre, all’età di quindici anni, non sanno interpretare una formula né leggere un grafico, hanno evidenti difficoltà in matematica, ovvero hanno conoscenze matematiche del tutto insufficienti e il 51% degli studenti presenta gravi carenze per quanto riguarda la lettura e la comprensione di testi; ma già nell’ottobre del 2006, dopo “tre giorni di quiz per un milione di ragazzi sui moduli dell’Istituto nazionale valutazione”, Salvo Intravaia aveva pubblicato su “la Repubblica” dell’11 ottobre che “le ultime prove Invalsi” (“i test Invalsi consistono in una serie di domande a risposta chiusa” e “lo studente deve scegliere tra 3, 4 o 5 alternative”) avevano bocciato “medie e superiori nelle materie scientifiche” e con esse “gli alunni italiani”. I quesiti erano stati “posti, tra novembre e dicembre 2005, dall’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione agli alunni delle scuole italiane per comprendere come mai nelle classifiche internazionali (i test Ocse-Pisa) figuriamo agli ultimi posti”.

Ma allora non ci fu il tempo per intervenire, perché al governo Prodi, prematuramente caduto per mani ostili, subentrò nel 2008 il governo Berlusconi, e ministro dell’istruzione venne nominata Mariastella Gelmini, laurea in giurisprudenza a Brescia e abilitazione alla professione forense, a seguito di trasferimento della residenza anagrafica, conseguita a Reggio Calabria. “Titolare” della cosiddetta “riforma epocale” del sistema scolastico italiano, dalle martellate più dure e disastrose, nonostante la conoscenza delle drammatiche e nefaste condizioni dell’istruzione nel nostro Paese, di quelle che erano state praticate e inferte alla scuola dal ministro Letizia Moratti. Più che “titolare”, la Gelmini era componente di un trio (del trio Brunetta-Gelmini-Tremonti) che ha fatto della sega lo strumento di intervento: via 8 miliardi di euro e circa 140.000 tra docenti e ata, riduzione delle ore settimanali di attività didattica, eliminazione della compresenza di docenti nella scuola primaria, aumento del numero degli alunni per classe dentro aule improprie ad accoglierli anche perché in violazione delle norme sulla sicurezza, a parte il 60 per cento di edifici scolastici in attesa di interventi di ristrutturazione, e in condizioni di precarietà, e la mancanza di palestre e di laboratori. Retribuzione dei docenti il 50% in meno rispetto a quelle dei docenti dei Paesi dell’Unione europea. Risorse finanziarie da elemosina, paragonabili alle poche decine di centesimi che diamo a chi pulisce il vetro frontale dell’auto.

 

E ci sono dirigenti scolastici che, nonostante lo stipendio corrisponde anche a tre volte quello di un docente con dieci anni di servizio, gridano dolore e sofferenza, sono pervasi da angoscia e non sanno, poiché vivono di stipendio, come faranno nei prossimi mesi a far fronte ai loro  impegni dato che debbono restituire, rateizzato nei mesi a seguire, quanto avevano incassato, ma non dovuto, per retribuzione di posizione quota variabile. Fino a sbandierare, poveretti, uno striscione con la scritta, tutta in lettere maiuscole, “nella scuola i dirigenti trattati da ‘pezzenti’!!! In Campania di più!!!”. E sarebbe appena il caso di sapere quanto mensilmente o annualmente incassano, ovviamente comprendendovi anche tutto ciò che comunque si aggiunge (oltre a quanto incassato dai corsi di preparazione a concorsi e di formazione, ecc.) allo stipendio tabellare, alla retribuzione di posizione e a quella di risultato. Se qualcuno di loro, da dirigente che si dichiara trattato da “pezzente”, e peraltro “in Campania di più”, vuole ritornare a fare il docente, e accontentarsi dello stipendio medio di un insegnante, si accomodi pure. E si proceda all’elezione democratica del preside, che mantiene lo stipendio maturato e riceverebbe un’indennità mensile di un paio di centinaia di euro,  limitata a un mandato di sei anni oppure a due mandati consecutivi, se rieletto dopo il primo mandato, ciascuno di tre anni.

 

Tra i disastri causati dalla gelminiana (ma trinitaria) “riforma epocale” del sistema scolastico c’è quello – devastante ma tenuto nascosto anche da chi, compreso l’Invalsi, “ente di ricerca dotato di personalità giuridica di diritto pubblico” e a cui in quanto tale non può sfuggire l’esistenza di un dato eclatante, avrebbe dovuto già evidenziarlo, denunciarlo e assumere ferma posizione, del tutto negativa di fronte al sistema dei “quiz a crocette” che in definitiva servono a nascondere la realtà e a mistificare ciò che è assolutamente evidente (e magari con la finalità, sia bene inteso politica e niente affatto personale da parte di chicchessia all’interno dell’Invalsi, di scaricare sugli insegnanti responsabilità che sono proprie della politica, di determinati partiti e di determinati esponenti di quei partiti) – che deriva, a parte i guasti causati dalle “classi pollaio” e dall’eliminazione delle compresenze nella scuola primaria,  dall’aumento del numero di alunni per classe nella scuola secondaria di primo e soprattutto in quella di secondo grado, aggiungendosi al taglio dei circa 15.000 posti in tre anni per la scuola superiore causato dalla Moratti e a quello derivato dai colpi di sega praticati dalla Gelmini sull’organico dei docenti, complessivamente più di 110.000 colpi, mentre altri 30.000 colpi di sega si sono abbattuti sul personale ata.

Insomma, c’è stato il crollo del sistema dell’istruzione, sconvolto dalle ingenti sottrazioni di risorse finanziarie e di docenti quando invece maggiori risorse finanziarie e un maggior numero di docenti erano assolutamente necessari. Stolidamente ignorando, e peraltro nell’incapacità di “attingere” dalla colossale evasione fiscale ogni anno corrispondente a 140, e ora a 160, miliardi di euro, che la scuola è il primo presidio di democrazia del Paese ed è fondamentale per la cultura della conoscenza, che sta alla base dell’occupazione e dello sviluppo economico.

E tra i disastri c’è stato e ha continuato a esserci, anche quello di “risparmiare” sul sostegno, nonostante le certificazioni prodotte, agli alunni diversamente abili, con riferimento alle ore necessarie, anche tutte quelle dell’attività didattica settimanale. Pertanto, e peraltro sono ormai moltissime le sentenze della magistratura che hanno affermato il diritto degli alunni a seguito di ricorsi presentati singolarmente o in gruppo dai rispettivi genitori, violando il diritto sancito dalla sentenza del Giudice delle leggi, che ha dichiarato incostituzionali gli articoli della legge che “consentivano” all’amministrazione, e quindi al Miur, di decidere a discrezione sul numero delle ore da assegnare, complessivamente e singolarmente, e su quello degli insegnanti di sostegno.  

L’aumento, anche notevole, del numero di alunni per classe è causa evidentissima di degrado del sistema scolastico, in particolare delle scuole secondarie di primo grado e soprattutto di secondo grado, e di gravissimo danno all’istruzione e alla formazione degli studenti, a parte l’aumentato carico di lavoro per i docenti, che continuano a percepire stipendi inadeguati alla funzione e insufficienti addirittura anche per le minime necessità di vita, tra le quali, per i docenti, c’è anche quella dell’aggiornamento e quindi dell’acquisto di pubblicazioni.

Ebbene, a un docente di italiano, di storia e filosofia, di matematica e di fisica, di greco e di latino, delle discipline degli istituti tecnici sono assegnate tre, quattro e anche cinque classi, in ciascuna delle quali vengono a trovarsi anche 30 o 32 studenti. Complessivamente, 90, 120, 150 studenti, da incontrare, per poche ore, durante le 18 ore dell’attività didattica settimanale.

Prima dei disastrosi colpi di sega all’organico dei docenti e dell’aumento, anche notevole, degli alunni per classe, gli studenti delle classi assegnate a ciascun docente erano, rispettivamente, circa 60, 80, 100. L’attività didattica e il controllo sull’apprendimento degli studenti, nonostante le oggettive difficoltà e l’entità complessiva del lavoro comunque da svolgere, e pur con i risultati insoddisfacenti acquisiti dalle indagini svolte dall’Ocse-Pisa, conosciuti e tuttavia lasciati senza i necessari e dovuti  interventi, di certo non erano facili: lezioni frontali, interrogazioni mensili e periodiche, compiti scritti mensili e correzioni, attività di recupero.

Alla crescita del numero degli alunni per classe e al taglio del numero dei docenti per opera del ministro Moratti hanno fatto seguito l’ulteriore aumento di alunni per classe e il notevole taglio apportato all’organico dei docenti dalla gelminiana “riforma epocale” per iniziativa personale o in quanto esecutrice di un disegno tridimensionale, e gli alunni assegnati a ciascun docente sono aumentati di circa la metà, in definitiva corrispondente a un terzo dell’attuale consistenza. E allora l’attività didattica e il controllo sull’apprendimento sono diventati difficili e complessi, nonostante gli insegnanti abbiano fatto ricorso, a titolo assolutamente gratuito e per quanto hanno potuto, a tempi maggiori, comunque sottratti alla propria vita privata, che è, come lo è la libertà, un diritto assolutamente inalienabile.     

Non è dato sapere gli aspetti più elementari dell’Invalsi, a partire dalle modalità di assunzione del personale qualificato, dei ricercatori, dei dipendenti e dei contratti con gli esperti per la preparazione dei “quiz a crocette”. Sappiamo, perché reso noto dal commissario straordinario Paolo Sestito, che, “nell’assetto italiano, l’Invalsi è un ente di ricerca, non un ‘ufficio operativo’ d’un ministero” e che “ente di ricerca è cosa diversa anche da ‘centro ideologico’; l’Invalsi è un ente di ricerca che opera tra innumerevoli problemi (in primis la precarietà dei suoi ricercatori e dipendenti)”.

 

Sappiamo, però, che le scuole sono “obbligate” per legge, e sono “obbligati” anche gli insegnanti delle classi interessate, a somministrare le prove, ma nessuno degli insegnanti è obbligato alla correzione. Eppure, c’è chi pretende che “correggano” i quiz e minaccia provvedimenti e sanzioni disciplinari, e addirittura le infligge, nei confronti degli/delle insegnanti “disobbedienti” all’ordine da preside-padrone, tra i quali c’è chi addirittura pensa di sostituire gli insegnanti in sciopero con altri insegnanti in servizio, e invece commetterebbe plateale comportamento antisindacale.

Ma se l’Invalsi è “un ente di ricerca”, come può essere possibile “obbligare” i docenti, lavoratori che non hanno alcun rapporto con l’ente di ricerca Invalsi, a somministrare le prove (e addirittura a correggerle) se per il lavoro eventualmente svolto – che comunque non può giammai essere imposto, e per il quale i docenti-lavoratori potrebbero non dare la loro personale adesione – non ricevono nessuna retribuzione? Chi si occupa di ricerca sa benissimo, e non può ignorarlo chi ha un ruolo di vertice nell’ente di ricerca, che la ricerca viene svolta da persone che appartengono al gruppo di ricerca e da quelle che sono coinvolte a diverso titolo e a diversa funzione nella ricerca, comunque retribuite per l’attività svolta.

Le collaborazione vanno comunque educatamente chieste, seguite da cordiali ringraziamenti a coloro che, anche se generosamente, le concedono, ma non possono essere imposte.

 

Sappiano anche, e peraltro l’hanno a gran voce dichiarato gli studenti delle scuole secondarie superiori, che il “copiato”, diretto o indiretto, ovvero per “suggerimento”, interno o esterno, è assai diffuso, tanto da far diventare una “farsa” la prova per quiz. Fenomeno che non potrebbe essere eliminato da una vigilanza “rafforzata” addirittura operante “su base esclusivamente campionaria”, con segnalazione al dirigente scolastico per sollecitarlo “a prevenire comportamenti poco corretti” e al presidente del consiglio d’istituto “così da sollecitare l’attenzione al problema da parte della componente genitori”. Eppure è arcinoto che i genitori sono, a quanto risulta, alquanto contrari ai “quiz a crocette”.

Nelle scuole secondarie di secondo grado basterebbe l’assenza degli studenti per mandare a ramengo l’iniziativa, ancorché abbia aspetti positivi, dei “quiz a crocette”. Iniziativa che appare inutile, soprattutto perché, e ne abbiamo consapevolezza non soltanto da quanto è stato scritto sull’argomento, le precarie condizioni in cui si trovano le scuole sono arcinote da tempo e nessuno, nonostante ciò, è intervenuto per rimuovere la precarietà con i provvedimenti e con le risorse economiche, entrambi necessari. Si vogliono “valutare” gli insegnamenti, gli alunni, gli insegnanti, le scuole e anche i dirigenti scolastici attraverso i quiz, che giammai possono garantire una valutazione oggettiva delle conoscenze e delle attività. Con gli insegnanti sui quali far ricadere l’uso e i risultati della quizzomania, che ormai ha invalso le case editrici e le librerie.

 

Il commissario straordinario dell’Invalsi, Paolo Sestito, ha affermato che in una società moderna “la scuola è chiamata a formare cittadini liberi e consapevoli, non passivi ‘sudditi’ appena alfabetizzati”. E allora viene da chiedersi perché, nonostante le condizioni del sistema scolastico (qualità dei processi concretamente posti in essere nelle singole scuole e fattori che possono influire sui risultati dei loro alunni) siano da tempo ampiamente note, non si è proceduto con specifici interventi, e si ritiene di poterlo fare con i “quiz a crocette”, dopo aver lasciato per decenni gli insegnanti nelle condizioni di “mal pagati, sviliti e malamente selezionati”; eppure sarebbe stato il  caso di aggiungere che è mancata l’attività di aggiornamento in servizio, forse perché sarebbe stata un costo aggiuntivo là dove la sega tagliava miliardi di risorse finanziarie e parecchie decine di migliaia di posti di insegnante.

 

Cosa si vuol far credere, forse che gli insegnanti non sono in grado di aiutare le scuole a migliorarsi, rivedendo il loro operato, e che ci sia bisogno dei quiz per valutare le scuole e gli insegnanti? Per aiutare le scuole a migliorarsi ci vuole ciò che ha detto Luciano Canfora: “cancellare la riforma Gelmini”, “ripristinare il numero di docenti necessario”, “rendere le classi più piccole e più umane”, “rendere più dignitoso il salario dei docenti”, “eliminare l’Invalsi e restituire i suoi test a chi li ha inventati”.

Riflettendo su quanto già ampiamente a tutti noto, e considerando la negligenza e l’assenza di chi avrebbe dovuto prontamente provvedere all’eliminazione di quanto nella sostanza viene indicato come la causa delle disastrose condizioni in cui da tempo versano le singole scuole e l’intero sistema scolastico nazionale, potrebbe risultare alquanto utile, sempre che la conseguente fase operativa sia immediata, una circostanziata relazione, anche documentata, del dirigente scolastico, approvata dal Consiglio d’istituto e dal Collegio dei docenti, senza che essa abbia la funzione di autovalutazione, bensì di puntuale esposizione dell’esistente. Una relazione da sottoporre all’attenzione di una commissione composta da tre o due ispettori tecnici, a cui assegnare il compito, sulla base di un determinato numero di visite e di ricerche, di accertare se quanto è stato indicato, approvato e sottoscritto nella relazione risponde al vero o se ci sono aspetti da approfondire, e in questo senso operare. Una relazione, quella conclusiva, che impegna, senza rinvio, l’amministrazione a provvedere, eliminando le anomalie riscontrate e tali da determinare effetti negativi sull’istruzione e sulla formazione degli studenti, quindi anche riportando a non più di 25 il numero degli alunni in ciascuna classe e assegnando, oltre alle necessario risorse finanziarie, un numero di docenti, meglio retribuiti rispetto a oggi, adeguato al numero degli studenti e alle attività da svolgere affinché gli esiti risultino positivi.

Già, è vero, e lo è da tempo, anche questo: gli ispettori tecnici non ci sono, o ce ne sono soltanto poche decine, addirittura dopo la conclusione di un concorso durato più di cinque anni, rispetto agli almeno trecento ispettori tecnici di un organico che è scritto sulla carta ma, chissà perché, è mantenuto quasi inesistente!   

A proposito dei “comportamenti scorretti” nell’effettuazione delle prove, di “una scuola che stava facendo bene laddove invece, più probabilmente, i comportamenti tenuti in sede di svolgimento delle prove erano poco corretti” – e cioè, con linguaggio più esplicito, dove il copiato era consentito, e anzi dove le risposte venivano fornite da qualche docente, dove alcuni degli studenti erano gli autori delle risposte ai “quiz a crocette” e gli altri ricevevano l’informazione e provvedevano a segnare le “crocette” nei corrispondenti quiz –, insomma del copiato proveniente dall’interno dell’aula o della scuola, oppure giunto dall’esterno attraverso strumenti informatici, è di questi ultimi giorni un comunicato del presidente dell’ANP (Associazione nazionale presidi), Giorgio Rembado; un comunicato al quale il grande Totò, il principe Antonio de Curtis, avrebbe saputo rispondere, mentre Polibio, da storiografo, ne prende atto e, trattandosi di una fonte primaria, cerca di interpretarla e di trovare altri riferimenti storici.

 

Il presidente nazionale dell’ANP – così negli articoli apparsi sui quotidiani, anche perché con l’avvento delle nuove tecnologie i metodi per copiare durante l’esame di maturità hanno reso sempre più semplice sfuggire ai controlli dei commissari (chi, tra i diplomati e i laureati, soprattutto tra gli attuali insegnanti e gli stessi presidi, non ricorda, magari avendone fatto uso, i “foglietti” ,  e tant’altro, addirittura “stampato” a penna su specifiche parti del proprio corpo, collocati, in perfetto ordine, nelle cartucciere sotto le gonne e sotto i pantaloni, e tra le pagine dei vocabolari (risultato di un attento lavoro di “ricerca” da “spendere” nelle mattinate delle prove scritte) –  si è rivolto al ministro dell’istruzione, Maria Chiara Carrozza, chiedendole di adottare misure utili a rendere più difficile la vita degli studenti scorretti durante gli esami di Stato. La tecnologia degli smartphone, ormai a disposizione di tutti, agevola coloro che si servono dei siti che in brevissimo tempo pubblicano sul web compiti e soluzioni. Soprattutto dei “siti pirata” che “favoriscono truffa e inganno” ai danni degli studenti.

Pertanto, l’ANP ha avanzato al ministro dell’Istruzione, oltre alla richiesta dell’installazione di almeno un rivelatore elettronico di smartphone, dal costo unitario variabile da 20 a 100 euro, nelle sedi d’esame, cosicché basterebbero tra 60.000 e 300.000 euro, anche la richiesta della collaborazione tra il Miur e la polizia postale, estendendo la “lotta ai furbetti” anche al di fuori degli edifici scolastici, per scoprire e chiudere i siti pirata. Tutto ciò, compreso il controllo esterno, peraltro per nulla impossibile o difficile, per rendere più difficile la vita degli studenti scorretti in occasione degli esami di Stato.

 

E allora il pensiero corre alla ricerca di altri riferimenti storici, uno dei quali sarebbe quello della prova preselettiva del concorso per l’assunzione di dirigenti scolastici, bandito dal Miur il 13 luglio 2011, e un altro potrebbe essere quello delle due prove scritte per l’accesso alla prova orale. Alla prova preselettiva erano presenti circa 35.000 docenti, distribuiti, regione per regione, in ciascuna della città capoluogo regionale, in un limitato numero di scuole. Meno del 30 per cento gli ammessi alle prove scritte.

In attesa della distribuzione delle schede contenenti i 100 quiz a risposta multipla, di cui una sola corretta, estratti, presso il Ministero, la mattina dello stesso giorno della prova preselettiva, tra i circa 4.500 rimasti dopo la “rottamazione” di circa 1.000 quesiti errati e/o inadeguati, i candidati sono rimasti per oltre tre ore dentro le aule, utilizzando i computer e i telefonini, nonché altro materiale elettronico di ultima generazione, anche di dimensione minuta come quella dell’orologio-biglietto. Anche nelle scuole sede di associazione di scuole autonome, presidente presente, che aveva organizzato corsi di formazione per la partecipazione al concorso, in collegamento con dirigenti scolastici della stessa provincia e con qualche preside di altra scuola, in altra provincia, nella quale era addirittura “distaccato”, intestato alla stessa associazione, un altro corso “gemello” di preparazione, con gli iscritti a versare la quota, corrispondente a centinaia di euro, prima di frequentare le lezioni.

Poi, per gli ammessi, le prove scritte, seguite dalle ammissioni alla prova orale, e tra gli elaborati degli ammessi si trovano anche lunghi periodi, di tipologie diverse, posti tra virgolette. Miracolo della “memoria”, memoria fotografica, apparizione miracolosa seguita da incapacità di sintetizzare o di esporre in modo autentico e personale!

 

Ebbene, a quel tempo l’ANP – forse perché al suo interno tutti ignoravano l’esistenza e il fenomeno dei siti (pirata e non) che in brevissimo tempo pubblicano sul web le soluzioni e i testi da ricopiare sui fogli timbrati del concorso, e oltre al fenomeno dei siti ignoravano gli smartphone – non ha avanzato al ministro dell’Istruzione la richiesta di installare almeno un rivelatore elettronico nelle sedi d’esame, peraltro poco più di un centinaio per la prova preselettiva, è assai meno per le prove scritte. Una spesa, complessiva, di alcune decine di migliaia di euro, e in quel caso ci sarebbe stato nulla da copiare e nessuna soluzione da ottenere. Nessun sospetto, né allora, né adesso.

Ma quando si tratta di studenti, l’ANP è inflessibile: “bisogna restituire la giusta dignità e serietà alle prove di maturità”, estendendo “la lotta ai furbetti anche al di fuori delle mura degli istituti scolastici”, e quindi anche con la collaborazione della polizia postale.

 

In conclusione, e con riferimento alle “certezze” dell’ANP e del suo presidente nazionale, forse sarebbe il caso che, date le “certezze” manifestate, l’ANP chiedesse, per coerenza, al ministro dell’Istruzione di annullare – a parte i numerosi ricorsi presentati da migliaia di candidati alla magistratura amministrativa e le sentenze di annullamento del concorso in alcune regioni già pronunciate dalla magistratura amministrativa – il concorso per dirigenti scolastici bandito dal Miur il 13 luglio 2011 (e mettiamo, per il momento, da parte le bufale e i paradossi che caratterizzano la Sicilia dai concorsi 2004 e 2011 incrociati, la Puglia, la Campania, la Calabria, il Lazio, la Lombardia, e gli annullamenti avvenuti nel Molise e in Toscana). Ma ciò inciderebbe negativamente sul numero degli iscritti, e ovviamente delle nuove deleghe, cosicché risulta difficile a un sindacato di categoria, all’ANP e a qualsiasi atra associazione sindacale di dirigenti scolastici, ammettere come possibile per i “vincitori” del concorso ciò che ammette come certo per gli “studenti scorretti” in occasione dell’esame di Stato! Peraltro, i cosiddetti “nuovi dirigenti scolastici” e i “positivamente” collocati nelle graduatorie, già con contratto o in attesa di essere nominati quali “vincitori”, sono sempre energicamente sostenuti e difesi dalle organizzazioni e dalle associazioni sindacali della categoria “dirigenti scolastici”!

A Totò, principe Antonio de Curtis, viene da Polibio riservata l’ultima parola o espressione!

Catania, 19 maggio 2013

Polibio

polibio.polibio@hotmail.it

Polibio informa i suoi lettori che presto sarà attivato il sito http.//www.polibio.net. Si sta provvedendo a inserire in archivio tutti gli articoli da lui scritti da l 10 luglio 2010 a oggi.